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Luigi Della Penna
15 Giugno 2020

Mussolini e il calcio come arma di consenso

Il Duce intuì il valore politico e sociale del pallone.

Non temiamo nessuna accusa d’omaggio servile se diciamo che Mussolini è il primo e più completo sportivo d’Italia”: così parlava Lando Ferretti, uomo forte del calcio nazionale, nel lontano 1933. Benito Mussolini effettivamente adorava la scherma, l’equitazione, l’aviazione, insomma, tutti quegli sport che potevano essere utili alla magnificenza fascista e all’arte della guerra. A riprova di ciò esistono diverse foto che lo ritraggono con gli sci o in altre pose sportive: la virilità da esporre, d’altronde, faceva parte del campionario da regalare alle masse, che si trattasse di attività agricole o di proclami nazionalisti in pose di goffa mascolinità.

 

 

La resistenza alla fatica, l’occhio da esperto, la padronanza del mezzo, i nervi d’acciaio: queste erano le espressioni che dovevano rendere il Duce una sorta di superuomo capace di addomesticare alle sue volontà la tecnologia, i motori ruggenti delle moto o degli aeroplani, o anche l’irrequietezza selvaggia dei migliori purosangue, passione condivisa con Gabriele D’Annunzio. Mussolini però non amava il calcio, e solo nel corso del tempo (e con l’esperienza) imparò ad apprezzare quello che sarebbe presto diventato lo sport nazionale.

 

Il suo legame con il football fu comunque significativo per diverse ragioni: innanzitutto riuscì a comprendere la portata sociale e popolare di questo gioco oppiaceo, stando attento a non intaccarne la fama e anzi ad incoraggiarlo.

 

 

Così il governo fascista decise di apportare sostanziali cambiamenti al mondo del pallone, a partire dalla costruzione di nuovi impianti: oltre allo Stadio Comunale di Torino (inaugurato nel 1933 come Stadio Mussolini), e agli inizi dei lavori per l’Olimpico di Roma (allora Stadio dei Cipressi, all’interno del Foro Mussolini poi ribattezzato Foro Italico) il simbolo più importante dell’architettura calcistica fascista fu il Littoriale di Bologna, anni dopo ribattezzato Renato Dall’Ara in onore del defunto presidente felsineo – morto a pochi giorni dallo spareggio contro l’Inter, l’unico della storia del girone unico, nel 1964.

 

Foto Bibilioteca digitale del Comune di Bologna
Dalla biblioteca digitale dell’Archiginnasio di Bologna, che svolge un notevole lavoro storico e filologico per la città

 

 

Alle innovazioni architettoniche va aggiunta la questione degli oriundi, in una strategia tutt’altro che autarchica volta a rinforzare la Nazionale di Vittorio Pozzo, ingiustamente dimenticato da molti: con lui l’Italia arrivò a conquistare due Mondiali, due Coppe Internazionali – antenata dell’odierna competizione continentale europea – e l’unica medaglia d’oro alle discusse Olimpiadi del 1936, quelle di Jesse Owens, Ondina Valla, Annibale Frossi.

 

 

Dicevamo degli oriundi: solo per fare qualche nome possiamo citare Michele Andreolo (uruguagio del Bologna e grande centromediano), Enrique Guaita (esponente di spicco del Rio de la Plata trapiantato nella Roma), Raimundo Orsi (rivoluzionaria ala argentina, campione del mondo nel 1934 con gli azzurri) e, dulcis in fundo, Luis Monti, l’unico nella storia ad aver disputato due finali del Campionato del mondo, peraltro di seguito, con due squadre diverse.

 

 

1930, con l’albiceleste perde una finale sanguigna contro l’Uruguay di Capitan Josè Nasazzi; 1934, vince con Giuseppe Meazza e qualche famigerato aiuto il primo mondiale azzurro. Monti, famoso per la sua grandezza calcistica e per un temperamento che non lasciava prigionieri, fu uno dei maggiori esponenti dell’arte pedatoria nel periodo precedente al secondo conflitto mondiale.

 

Mussolini e il calcio, un rapporto tutt'altro che autarchico
Mussolini non era certo uno sprovveduto né un dogmatico: se c’era da sacrificare la “purezza” italiana per vincere, nessun problema. Qui Luis Monti con la maglia della Juventus nel 1930.

 

 

I giornali avevano il compito di pompare – un po’ come oggi, ma con metodi decisamente più contestabili – i campioni che a loro dire innalzavano l’onore dell’Italia fascista in giro per il mondo. Penne come Bruno Roghi, scrive Gianni Mura in Non gioco più, me ne vado, gregari e campioni, coppe e bidoni, inneggiavano alla superiorità della razza e sul Guerin Sportivo i brasiliani, affrontati dall’Italia nel 1938, venivano disegnati in una vignetta quali scimmie prese al lazo: il tutto è documentato da Paolo Facchinetti nel Libro del centenario, raccolta a puntate uscita sullo stesso giornale tra il 2010 e il 2011.

 

 

A Jules Rimet la stampa di casa nostra attribuì inoltre dichiarazione estasiate sulla magnifica capacità di Mussolini di intendere il gioco, quando invece il presidente FIFA, parole sue, in occasione della finale del 1934 riuscì a stento a sopportare “gli sproloqui” del dittatore.

 

 

Al Duce comunque piaceva ammirare la squadra di Pozzo, rappresentativa temibile nel mondo e simbolo di unità nazionale; con i club, invece, mantenne sempre un certo distacco e si dimostrò equilibrato, super partes. Per convenienza, certo, ma anche perché pare non amasse una squadra in particolare: semplificandola, non era un tifoso. Vi starete domandando allora da cosa nascano le storie sulle sue presunte fedi calcistiche. Beh, nel corso del tempo se ne sono dette di molteplici: che fosse laziale, romanista, juventino, bolognese. Addirittura, e in questo falso storico sono caduti in tanti, che avesse contribuito in maniera decisiva alla vittoria del primo scudetto della Roma, stagione 1941-1942.

 

Anche lo sport risentiva del periodo storico

 

 

Chiariamo subito un particolare. Mussolini accettò la tessera di socio vitalizio numero 1 della Lazio ma non per convinzione vera e propria: la sua adesione non fu delle più accanite, e presumibilmente lo fece per le simpatie dei figli o per vicende più squisitamente “politiche”. La Juventus propose invece di renderlo socio onorario nel novembre del 1940, ma per approfondire la questione dobbiamo tornare al 1939, quando il Duce si recò a Mirafiori per l’inaugurazione dello stabilimento FIAT e venne accolto da Giovanni Agnelli senior, in rigorosa camicia nera. Mussolini, in totale noncuranza e sfregio, arrivò con una fiammante Alfa Romeo.

 

 

Il capitolo A.S. Roma rappresenta però il più spinoso. 1927, il regime desiderava da tempo la creazione di un’unica, grande compagine capitolina che inglobasse le tante società esistenti, come l’Alba, la Fortitudo, il Roman e la Lazio. L’enigma della fusione della Roma, come lo ha definito Maurizio Martucci, è molto più intricato di quanto appare. Probabilmente la data di nascita della squadra giallorossa non è il 7 giugno, né tantomeno il 22 luglio, forse potrebbe essere il 25 agosto: mesi di tribolata gestazione fino a che Italo Foschi, dirigente e politico, ebbe la certezza dell’iscrizione nella massima serie della neonata Roma.

 

La FIAT degli Agnelli era una delle tante grandi aziende che sostennero il fascismo finché tutto andava bene, per poi adeguarsi prontamente quando la situazione iniziò a precipitare.

 

 

La Lazio non venne cancellata solo grazie alla decisiva intercessione di Giorgio Vaccaro, uno dei più vittoriosi dirigenti della storia dello sport italiano, nonché uomo di spicco del fascismo.

O si fa la Roma, o si muore!

 

Il primo derby venne giocato l’8 dicembre del 1929: stadio della Rondinella, quindicimila spettatori, presenti le più alte cariche dello sport nazionale, ma non Benito Mussolini. Deve presenziare, di malavoglia, alla cerimonia per la ricorrenza della Battaglia del grano, quindi ad ammirare la partita manda i figli Edda, Vittorio e Bruno.

 

 

Risultato finale uno a zero, decide Sciabbolone Rodolfo Volk: fiumano, classe 1906, uno che rispondeva, a precisa domanda, “Io non penso, segno” e che la nazionalizzazione sfrenata di ogni termine non italiano portò a modificare il cognome in Folchi. Morì, dimenticato dal mondo del calcio, in una casa di riposo nel 1983. Il solo che lo andò a trovare fu Fulvio Bernardini, fine intenditore di calcio sia in campo che in panchina e che, in quello storico primo derby della capitale, era il suo ispiratore.

 

 

Tra l’altro si racconta che il Duce, scherzosamente, avesse parlato della possibilità giallorosse di conquistare uno scudetto: la Roma lo avrebbe vinto solo quando il fascismo fosse caduto, cioè mai. Il tracollo al contrario avvenne nel 1943 e, come se non bastasse, il campionato arrivò l’anno prima. Il disguido sulla falsa fede romanista del dittatore è però soprattutto da attribuire ad una foto: questa lo ritrae, su un piccolo palco d’onore e durante un derby contro la Lazio, sopra una grande bandiera con la lupa e lo stemma ASR.

 

Mussolini e il calcio, qui a Roma nel 1929/30
L’immagine incriminata: Benito Mussolini, dietro alla “pezza” della Roma, in occasione di un derby con la Lazio (Stadio Testaccio, 1930)

 

 

Arriviamo così alla stagione 1941-1942, e al famigerato primo scudetto nella capitale. L’ombra dell’aiuto fascistissimo aleggiò per diverso tempo, ma in realtà le cose andarono diversamente. In molti, illustri pensatori su due piedi, come Gianni Brera ed Helenio Herrera, si lasciarono andare a sedicenti teorie: il primo, vittima di storie che si tramandavano all’epoca; il secondo, accecato dalla rabbia che distrugge le certezze di un amante della propria persona. In poche parole, venne esonerato e sbroccò.

 

 

La squadra che aveva in Amedeo Amadei il proprio elemento di spicco riuscì ad avere la meglio sul nascente Grande Torino e tra l’altro, nello scontro diretto del 10 maggio 1942 – con le squadre in testa alla classifica con il medesimo punteggio – il signor Galeati annullò una rete regolare ai capitolini. L’unico favore che il regime fece alla Roma fu la possibilità di mantenere i propri giocatori, impegnati con il servizio militare, nella capitale.

 


Immagine di copertina: Gianluca Palamidessi 


 

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