Il simbolo ha un posto privilegiato nella cultura giapponese. Una sua traduzione particolare, il logogramma, rappresenta l’unità fondamentale della lingua del Giappone. E se una società può essere spiegata analizzando il modo in cui il linguaggio è utilizzato dai suoi membri, come affermava il filosofo inglese Peter Winch, possiamo ben dire che il Giappone è la terra dei simboli.

 

 

La simbologia giapponese è un tesoro di immagini. Prendiamo qualche esempio: l’Hinomaru, la bandiera raffigurante il mitico disco solare rosso, rimanda immediatamente al Giappone a chiunque lo veda sventolare; oppure il kiku, il crisantemo, fiore simbolo dell’Imperatore giapponese e metafora di vita; o ancora, dal finire degli anni ’90, un giovane ragazzo di 21 anni, nato in una tranquilla cittadina non troppo lontana dalla metropoli Tokyo: Nakata.

 

 


Dal mondiale a Gaucci. L’evoluzione di Nakata


 

Auguri dell’eroe”: è questo il significato giapponese del nome Hidetoshi. Il ventunenne di Yamanashi si chiama così, Nakata Hidetoshi, per dirlo alla giapponese. È lui il nuovo idolo, l’eroe sportivo che il Giappone ha scelto. Nel 1997 Nakata gioca ancora nella modesta J League, ma si sta mettendo in luce con la propria nazionale; certo, la rappresentativa del Sol Levante non era mai riuscita a qualificarsi ai Mondiali, ma nel 1998 sembrava un obiettivo raggiungibile per un sistema calcistico affermatosi solo da qualche anno.

 

 

Gli uomini del CT Okada riescono a raggiungere il play-off decisivo contro l’Iran, ultimo avversario prima di un traguardo storico. A questo punto la partita più importante si svolge nel segno di Nakata: il talentuoso numero 8 è l’ispiratore delle tre reti giapponesi, e il Giappone riesce per la prima volta nella sua storia a qualificarsi per i Mondiali. L’impatto sulla nazione è potentissimo.

 

 

L’invasione giapponese della Francia in quel giugno 1998 è a dir poco sorprendente, a dispetto delle misere prestazioni della squadra che valgono l’eliminazione e l’ultimo posto nel girone. Ma Nakata è icona di quella nazionale, con il numero 8 sulla schiena e i capelli colorati arancio fluo. Simbolo: nel significato greco della parola, “mettere insieme”. In quella stessa estate, diventa oggetto del desiderio di tanti club europei.

 

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Nakata e l’allenatore del Perugia, Carlo Mazzone, a dialogo (foto Mandatory Credit: Claudio Villa /Allsport)

 

 

L’8 settembre 1998 Nakata è un nuovo giocatore del Perugia di Gaucci e l’approdo nell’allora campionato più bello del mondo, come è facile immaginare, non passa inosservato in Giappone. Da quel giorno – e questo è meno facile da credere – il capoluogo umbro inizia a parlare anche giapponese, in un via vai di turisti e giornalisti letteralmente impressionante.

 

“Siamo a Perugia, ma sembra di essere a Tokyo”.

 

Sono le parole, consegnate alla storia della Serie A, pronunciate da Varriale in occasione della prima di campionato contro la Juventus. Nakata diventa in quello stesso istante qualcosa di più di un giocatore, si trasforma in una miniera d’oro, viene mercificato. Una variabile economica che sia il vulcanico patron che il presidente della provincia Borgognoni vogliono sfruttare al massimo. Gaucci vede aumentare di molto gli introiti della sua Galex, lo sponsor tecnico del Perugia (i giapponesi che arrivano in Italia in quel momento, e come detto sono tanti, non possono non comprare almeno la maglia del proprio beniamino); Borgognoni invece ne vuole fare un testimonial dell’Umbria in tutto il mondo.

 

 

Il marketing, a dirla tutta, è un mondo in cui Nakata si trova a proprio agio. Il successo mediatico lo porta a vivere all’interno di un umbro Truman Show, in cui le televisioni giapponesi lo riprendono continuamente e lui stesso può godere di un contatto diretto con i propri fan attraverso il sito Nakata.net. Il clamore mediatico, però, non attira unicamente le attenzioni del Sol Levante ma anche quelle nazionali e in particolar modo capitoline: parliamo della Roma della famiglia Sensi.

 

 

 


Lo scudetto alla Roma


 

 

Nel gennaio del 2000 Nakata si trasferisce alla corte di Fabio Capello, una mossa che si rivelerà ben presto provvidenziale per il club giallorosso. Il 6 maggio del 2001, infatti, il giapponese è protagonista dello scontro scudetto contro la Juventus: due tiri dalla distanza, con l’aiuto di un goffo van der Sar, riportano di fatto lo scudetto sulla sponda romanista della Capitale dopo 18 anni. Altrettanto decisive sono le sue performance di mercato: con l’arrivo del giapponese l’A.S. Roma è pronta ad entrare a Piazza Affari, seguendo le orme della Lazio di Cragnotti. Una strada in salita quando non insostenibile, che ha portato vantaggi in patria alla sola Juventus.

 

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Nakata in azione contro il Bari (foto Paolo BRUNO/ GRAZIA NERI DIGITAL CAMERA Mandatory Credit: Grazia Neri/ALLSPORT)

 

 

La percezione che si ha di Nakata alla vigilia del Mondiale casalingo del 2002, però, non riflette più gli entusiasmi di quattro anni prima. Ad eccezione della terra natia, tutto il mondo calcistico guarda Nakata solo attraverso la lente economica e mediatica: egli è l’incarnazione di un Giappone ormai pienamente aperto alle influenze occidentali e svuotato dal modello capitalistico, capace di deturpare l’immaginario orientale e di tradurre il tipico sacrificio giapponese in stacanovismo lavorativo.

 

“È possibile che vi accontentiate di vivere in un mondo in cui lo spirito è morto?”.

 

Questa frase di Mishima sembra rivolgersi proprio a quel Giappone che elegge Nakata a simbolo. Possibile che una nazione si identifichi con un calciatore dai capelli colorati unicamente per il fatto di essere sbarcato in Occidente? Possibile che una tradizione millenaria venga sacrificata a soli cinquant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale? No, non è possibile: il lato mediatico di Nakata è sicuramente il volto nuovo e occidentalizzato di un Giappone che si è evoluto, ma che come vedremo non ha rinunciato a se stesso. 

 

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Germania 2006, l’epilogo della carriera di Hidetoshi Nakata (foto Sandra Behne/Bongarts/Getty Images)

 

 


Meditare l’addio. Nakata e la cultura giapponese


 

 

I valori sono radicati e forti nel ragazzo di Yamanashi. In primis, il rapporto con la provincia che Nakata ha coltivato nella propria esperienza italiana. Nel 1998, appena approdato in Umbria, una terra devastata dal terremoto di un anno prima, la sua visita alle zone colpite dal sisma resta uno dei ricordi più intimi che il giapponese abbia condiviso con la piazza perugina. Inoltre egli non si è mai discostato dalla filosofia ikigai, la via orientale alla ricerca della serenità e alla formazione di un personale stile di vita.

 

 

L’eleganza e la tradizione, dote della sua terra, emergono soprattutto nella pratica, nelle azioni. A Roma, nella bolgia dello spogliatoio che festeggia la vittoria di uno scudetto tanto agognato, Hide è seduto in un angolo a leggere un libro, come raccontato da Totti nella sua autobiografia: un alieno, continuando a citare il capitano giallorosso. Con la maglia del Grifo, invece, prima delle partite era solito meditare su un lettino dell’infermeria per 45 minuti, catalizzando tutte le sue energie ed entrando in una maschera di concentrazione assoluta. Sicuramente la scelta più ikigai della vita di Nakata, però, è l’addio al calcio.

 

“Volevo cominciare un altro viaggio”.

 

Così Nakata lascia nel 2006. Il motivo è di una semplicità sbalorditiva, quasi disarmante (a maggior ragione se si pensa che, quando il giapponese lo rende pubblico in una lettera aperta alla stampa, ha solo 29 anni): anche qui, quando deve prendere quella che per molti altri sembra essere la scelta più sofferta della vita, dimostra il suo carattere propriamente “alieno”. Hide non vuole più giocare, perché giocare non lo rende felice.

 

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Hidetoshi Nakata aspetta l’esposizione Louis Vuitton al Paris Fashion Week Womenswear Spring/Summer 2017. La moda è oggi l’interesse principale dell’ex calciatore (foto Pascal Le Segretain/Getty Images)

 

 

Basta col calcio dunque, e via con un nuovo viaggio, concreto, non metaforico. Nakata si arma di zaino e parte: America del Sud e Africa le prime destinazioni, dove però non rinnega mai la sua passione per il pallone. Qui infatti non si sottrae a qualche partitella in strada con i ragazzini, in un vero e proprio “Secret Tournament”, come il mitico spot Nike cui aveva preso parte nel 2002, all’apice della popolarità.

 

“Quando ho lasciato il calcio mi sono messo in viaggio. Da solo. La condizione ideale per assimilare dagli altri. Ho girato in tutto il mondo, cento nazioni in tre anni. Dopo una carriera di soli hotel e stadi, volevo vedere i luoghi, parlare con le persone. Il lusso dei paesi sviluppati e la frugalità di quelli poveri, bisogna conoscerli entrambi. Certo, il calore di alcuni luoghi dell’Africa nera e dell’Asia mi ha lasciato dentro qualcosa. Ovunque mi riconoscevano non tanto perché fossi famoso io, quanto per la popolarità planetaria del calcio”.

 

Il viaggio è anche un percorso religioso per Nakata: da shintoista il contatto con la natura è una scelta etica, e il viaggio una tappa di purificazione dell’anima dopo anni di tsumi, i peccati. Ecco forse perché il Giappone aveva visto in Nakata un simbolo o un riflesso di se stesso: quel che resterà di lui non saranno allora le imprese dell’eroe machiavelliano, ma l’immagine di un Paese che cambia senza mai tradirsi totalmente.

 

“Mi chiedevano spesso del mio Paese e io ne sapevo poco. Spesso mi vergognavo di questa mia ignoranza. Nel 2009 decisi di scoprire a fondo il mio Giappone, in questi anni l’ho setacciato in tutte le 47 prefetture. Non il volto iper tecnologico delle città. Volevo conoscere quello della tradizione, del saper fare artigianale” (Hidetoshi Nakata)