Altri Sport
03 Giugno 2021

Osaka contro Osaka

Cosa ci dice la giapponese del tennis e del mondo contemporanei

Quando Naomi Osaka sconfigge la statunitense Jennifer Brady alla Rod Lever Arena nella finale femminile degli Australian Open, vincendo così il suo quarto slam in quattro finali disputate, si conferma un pregiudizio che aleggia da tempo: la giapponese è la più forte giocatrice al mondo sul cemento. Dotata di grandissimo agonismo ed enormi capacità offensive, Naomi deve migliorare alcuni aspetti tattici per superare i limiti fisici che ne condizionano il gioco su terra ed erba. Malgrado ciò la classe ’97 è predisposta per primeggiare nel prossimo decennio e siam convinti che collezionerà almeno una dozzina di slam. Non solo Naomi è un’eccellente tennista ma incarna anche il perfetto idolo che il tennis, ed il mondo, contemporaneo intende adorare.

Di madre giapponese e padre haitiano, Naomi Osaka assorbe e fagocita tutto. È internazionale, creola, cosmopolita, apolide. Si nega statunitense – ‘non mi sento propriamente americana’ – ma vive a Los Angeles, gareggia per il Sol Levante ma non parla giapponese. Come tanti altri tennisti si basa nel Principato per gli allenamenti, quanto basta per raggiungere il quorum di residenza e godere del generoso regime fiscale monegasco. Naomi prima che atleta è donna, ma donna nera, third culture kid, liquida, pasionaria, irriducibile sostenitrice del movimento Black Lives Matter, campionessa di stile, feticcio, già culto. 

La scorsa estate al Western & Southern Open 2020 sceglie di non giocare la semifinale contro Elise Mertens in aperto sodalizio con le manifestazioni che incendiano gli USA a seguito del brutale assassinio di George Floyd. Gli organizzatori solidarizzano e posticipano la semifinale di ventiquattr’ore quando Naomi liquiderà agilmente la pratica (6-2, 7-6) per poi non giocare la finale di Cincinnati (ma il torneo si disputa eccezionalmente a New York) a causa di un infortunio.

«Grazie allo sport e alla posizione che occupo voglio portare avanti i miei valori e le mie idee, non necessariamente collegate con il tennis. Volete scaricarmi? Andrò avanti comunque, se hai una piattaforma è importante che tu la usi».

Naomi Osaka

Si presenta poi nella bolla di Flushing Meadows con sette mascherine, tante quanti i turni che la separano dal suo 3′ slam, con sopra iscritti i nomi di alcune vittime afroamericane della violenza razziale della polizia. Beninteso, la lotta intrapresa è sacrosanta, non stiamo qui a questionare il merito ma il metodo. Osaka è la prima grande tennista Gen Z: il suo impegno sociale è pre-politico, aprioristico, non negoziabile. 
Osaka è una stella generazionale, porta il peso di aver costruito, come la definisce il NYT, una “figura magnetica” nello sport contemporaneo.


Mercoledì scorso, Naomi aveva annunciato che non avrebbe più preso parte alle rituali conferenze stampa del torneo parigino con il fine di preservare la sua stabilità emotiva. «Spesso stiamo lì seduti a ricevere domande che ci sono già state fatte parecchie volte o che alimentano dubbi nella nostra mente, e io non voglio essere soggetto di interazioni con persone che dubitano di me», aveva dichiarato la tennista. Il circuito e l’organizzazione congiunta dei quattro slam aveva risposto facendo quadrato: sanzione pecuniaria di quindicimila dollari e minaccia di esclusione dall’Open di Francia.

Lunedì arriva, per il tramite di un post Instagram, l’annuncio del suo ritiro dai Roland Garros: «Ciao a tutti, non è questa la situazione che avevo immaginato o che intendevo creare quando ho scritto qualche giorno fa. Adesso credo che la cosa migliore per il torneo, per gli altri giocatori e per la mia salute sia che io mi ritiri dal torneo, così che tutti possano tornare a concentrarsi sul tennis che si sta giocando a Parigi. Non ho mai voluto essere una distrazione. Ammetto che il mio tempismo non è stato ideale e che il mio messaggio poteva essere più chiaro. Soprattutto, non avrei mai voluto banalizzare il tema della salute mentale o usare questa espressione alla leggera. La verità è che ho sofferto di lunghi episodi depressivi dallo US Open 2018 e non è stato facile conviverci».

Tentare di commentare l’accaduto è operazione ben più delicata del celebre elefante che si muove in una cristalliera. Naomi lascia sgomenti e preoccupati, ci invita a riflettere sull’esasperante presenza dello show-biz nello sport odierno o sulla tensione che i media spesso alimentano durante gli slam. Nello sport più cerebrale che ci sia, dalla storia pregna di vicende umane fragili e complesse, empatizzare al massimo con Naomi vien più che naturale, così come augurarle di rimettersi prontamente. Però, c’è un però.

Naomi Osaka, sorridente, proprio a Cincinnati 2020. (Foto Andrew Henkelman via Wikipedia)

Mentre ci lasciamo persuadere da agili letture dobbiamo compiere un maggiore sforzo, tentare di decifrare al meglio dove stiano andando il tennis e lo sport contemporanei, e forse il mondo. Con il massimo rispetto per i disagi mentali e le loro terribili conseguenze, davvero patologiche e spesso processate con maggiore attenzione negli Stati Uniti rispetto all’Europa, crediamo ci sia anche altro da analizzare.

Naomi Osaka ha espressamente riferito agli US Open del 2018 l’inizio degli episodi depressivi di cui è vittima. Quel giorno a Flushing Meadows il pubblico è platealmente dalla parte di una assai nervosa Serena Williams, regina incontrastata del tennis, preoccupata di perdere lo scettro a favore di un astro nascente. Dalla vittoria sul totem Williams Naomi pare essere in lotta più con sé stessa che con le concorrenti. L’ansia sociale di cui parla, il problema di affrontare frontalmente le insidie poste dai media, il doversi confrontare con i propri limiti atletici e tecnici (come ogni sportivo al mondo), la pressione delle aspettative in lei riposte, l’agonismo, il desiderio di superarsi. Tutte queste battaglie Naomi pare ingaggiarle in maniera ego-riferita. Si stente vulnerabile e ansiosa, quindi si dedica alla self-care; la sorella Mari –anch’essa tennista pro – sostiene che così facendo Naomi può

«lasciare tutto fuori, non parlare con le persone che instillano dubbi nella sua mente».

Pensare però di rimuovere la pressione dei media evitando un urto, rimuovendo forzatamente dallo sport la contrapposizione non pare convincente. La generazione cui appartiene Naomi – quella che Claire Fox, intellettuale di sinistra ed ex marxista, ha definito “snowflake generation”, generazione fiocco di neve – spesso pare essere insofferente all’opposizione, allergica all’idea stessa di conflitto. Ma competere nello sport non può evitarlo, ed Osaka lo sa bene. La tennista per prima ha portato sé stessa e la sua figura prima ed oltre il tennis praticato a livello professionistico, ed ora che a Parigi l’attenzione rivoltale era unicamente al gioco e alla superficie che patisce, Naomi soffre le domande negative sul suo gioco che possano influenzare la sua salute mentale, reputa ‘obsolete’ le regole imposte dal circuito nel gestire conferenze stampa ed interviste e si offre come interlocutore per modificarne gli assetti.

Osaka
Osaka ha meritoriamente acceso i riflettori su un tema delicato, e ci ha fatto capire quanto sia invasivo lo sport contemporaneo. Dobbiamo però avere il coraggio di distinguere, di capire che non tutto è automaticamente catalogabile come “depressione”: magari Naomi ne soffre, ma il rischio di «banalizzare il tema della salute mentale o usare questa espressione alla leggera» è enorme.

È una rimozione coatta del contrasto, un dissociarsi da qualsiasi fonte di trauma per istinto di conservazione. Se, come sta accadendo a Naomi, questo stato delle cose diviene patologico la priorità diventa tutelare la salute. Ma a livello sistemico viene da chiedersi quali valori stiano diffondendo il tennis e lo sport contemporanei. Confrontarsi con la stampa, nel rispetto di un cortese dialogo, è parte integrante dello sport professionistico dalla creazione dei mass media ed è un dovere per gli sportivi interagirvi, nel rispetto dei tifosi e di un movimento che si alimenta del confronto dialettico con i protagonisti dello sport. Un dovere, punto.

Un dovere ancora più ineludibile se la tua figura assume un rilievo sociale dirimente, se sei la sportiva più pagata al mondo, se la tua immagine trascende lo sport. Gli sponsor della Osaka – Nike, Mastercard, TAG e numerosi altri – han fatto sapere “siamo al suo fianco in questa battaglia”. La banalità del bene, la correttezza del giusto. Ci sono gli esseri umani prima degli atleti, ci sono le donne prima delle campionesse: difficili essere in disaccordo. Spesso nella storia dello sport si è sottaciuta la fragilità emotiva dei suoi protagonisti (Phelps, K. Love tra gli ultimi a denunciare) e l’insensibilità con cui la stampa tratta i beniamini, ancor più nello sport più ego-basato che vi sia. Ma ci sono anche responsabilità cui è impossibili sottrarsi, e il confronto con sé stessi, i propri demoni ed i propri limiti può umanizzare di più il dolore di quanto possa fare evitarne lo scontro.

 “Senza i giornali e l’attenzione che mi riservano non sarei quello che sono”.

Rafael Nadal

Siamo preoccupati della salute mentale di una sportiva, così come lo siamo per la pervasività di una stampa piatta, di giornalisti-bot incapaci, del rumore vacuo generato dal circuito-circo che è divenuto il tennis. Siamo preoccupati della gentilezza a comando, dei sorrisi plastici, di atleti overperformanti per cui tutto deve sempre andare bene e niente mai male. Siamo preoccupati di quasi tutto ciò che circonda e inonda il tennis attuale. Ma siamo anche preoccupati della rimozione sistematica di ogni conflitto, dell’auto-protezione da ogni lesione, di questa chiusura ermetica da ciò che può ferire. La vita è sofferenza, ci spiega il buddhismo nella prima delle Quattro Nobili Verità. Il kutai, in giapponese, ha come quinto elemento il dolore causato dall’essere vicini a ciò che non “piace”. Speriamo Naomi Osaka possa trova quiete in questo momento di pausa, e ritrovare la serenità per competere e soffrire.

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