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15 Giugno

Nel calcio ci sono le categorie

Federico Brasile

66 articoli
E la nostra è sempre più bassa.

Pensare che alla vigilia della sfida tra Germania e Italia fosse la stampa tedesca quella più critica e preoccupata fa riflettere. Da noi andava tutto bene (il modo perfetto per non guardare in faccia la realtà, ma ci torneremo tra poco) mentre da loro si sprecavano i dubbi su Flick e le fosche previsioni sulla sua squadra: «La Nazionale di Flick ha un problema ma nessuno vuole ammetterlo», scriveva il FAZ (Frankfurter Allgemeine Zeitung, uno dei giornali più importanti di Germania), continuando: «la nazionale gira in tondo. C’è il rischio di perdere il senso dell’orientamento». E ancora: «una vittoria sull’Italia sarebbe un vero successo per la Germania (…) Chi alimenta imperterrito le speranze di una festa del calcio contro l’Italia e continua a parlare con sicurezza del titolo mondiale come obiettivo, sta già gettando le basi per ulteriori delusioni».

«Chiunque pretenda che le vittorie sulle migliori Nazionali siano ancora o ancora una cosa ovvia in Germania, dovrà fare i conti con questa affermazione».

Non vogliamo avventurarci nel merito della riflessione sulla Mannschaft, ci permettiamo solo di correggere la stampa tedesca su un dettaglio: l’Italia non è tra le “migliori nazionali”, magari lo fosse. E ci sarà un motivo per cui loro parlano di vincere un mondiale che noi, per la seconda volta consecutiva e dopo l’eliminazione con la Macedonia del Nord (ripetiamo, la Macedonia del Nord), vedremo dalla televisione. Qui d’altronde sono bastate un paio di prove decenti in Nations League per dimenticare lo sprofondo azzurro, l’autentico dramma sportivo nazionale che abbiamo vissuto qualche mese fa.

Lo avevamo scritto in più occasioni, non per fare i bastian contrari e criticare come al solito le ondate mediatiche, ma per assoluta convinzione: l’esaltazione fatta ultimamente dell’Italia era non solo ridicola ma controproducente. A parte la Gnonto-mania, che restituisce il quadro della nostra narrazione sportiva e poi per fortuna è stata ritrattata dagli stessi giornali, era tutto lo spartito a stonare: l’apologia della linea verde degli azzurri, del nuovo corso giovane inaugurato da Mancini; e con esso i complimenti dopo il pareggio con la Germania, la vittoria con l’Ungheria (neanche fosse stata il Brasile) e il pareggio con l’Inghilterra (demolita ieri in casa dagli stessi ungheresi per 0-4).


Se si continua a vedere pieno o mezzo pieno un bicchiere con due gocce d’acqua, automaticamente si disinnescherà la ricerca di una soluzione, lo stravolgimento necessario per ripartire. Le rivoluzioni d’altronde, da sempre nella storia, si fanno quando manca il pane; e noi non ci rendiamo conto che calcisticamente il pane ci manca eccome. Qualcuno nei giorni scorsi ci ha dato dei disfattisti, neanche fossimo dei nemici della Nazione che in tempo di guerra le remano contro. È l’esatto contrario: solo affrontando il problema – con la lucida consapevolezza di rappresentare ormai un calcio di provincia, di essere nettamente inferiore alle “migliori nazionali” e di avere anzi una delle nazionali italiane più scarse di sempre – si potranno individuare delle soluzioni e agire di conseguenza.

Non a caso, e ancora una volta, dopo l’eliminazione con la Macedonia non si è fatto nulla. Nulla di nulla.

Almeno post Svezia si sollevò un po’ di polvere, si inaugurarono le squadre B (rimaste ovviamente lettera e riforma morta). Stavolta nemmeno quello. E se le cosiddette “riforme” non sono state fatte – qualsiasi esse siano, dall’obbligo di far giocare più italiani a una riforma dei settori giovanili, dall’abolizione del decreto crescita a investimenti su personale e infrastrutture etc. – è anche per l’atteggiamento ottusamente entusiasta della stampa e dei dirigenti del nostro calcio, a cui basta una vittoria in Nations League per far ripartire la giostra e dimenticare tutte le profonde analisi (con annesse proposte di rivoluzioni) che avevano avanzato qualche mese prima. Basta, non si può andare avanti così.

Nel frattempo, umiliazione dopo umiliazione, cresce negli italiani la consapevolezza che la nostra Nazionale stia seguendo il piano inclinato del nostro campionato, sprofondando piano piano nell’Europa minore. A confermarlo le lezioni di calcio argentine e tedesche, e il simbolico 5-0 di ieri, trasformato poi in 5-2, che ha segnato la prima sconfitta in una partita ufficiale nei 90 minuti contro la Germania. Ma tanto noi, qui, siamo sempre pronti a rigirarci la frittata: se fino a ieri la Nations League era una competizione con una sua dignità, oggi che è maturato un risultato catastroficamente storico già non vale più nulla. Per dirla con le parole di Mancini: «Questo non vanifica il nostro percorso. E di serate così ce ne saranno altre». Buono a sapersi. Quale percorso poi non si sa, come se far giocare “i giovani” inaugurasse di per sé un percorso. Ma tanto ormai sono parole al vento. Meglio sperare nei miracoli, che tanto noi italiani ci siamo abituati.

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