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Basket
20 Ottobre

La NBA non è (più) un campionato per playmaker

Filippo Chili

4 articoli
Basket americano ed europeo, tanto diversi quanto complementari.

I più ferventi amanti della NBA avranno notato che ormai da quasi una decade, guardando in tv la classica schermata con il quintetto iniziale, i nomi dei giocatori e gli acronimi del loro ruolo in campo, il classico “PM” che indicava il playmaker, è stato sostituito da un enigmatico “PG”, ovvero Point Guard, letteralmente la guardia che mette a referto punti. Bene, questa non è affatto una sfumatura dialettica, anzi è una delle testimonianze più significative della contrapposizione tra le interpretazioni del basket negli Stati Uniti e in Europa, dove il playmaker è salvo almeno per il momento.

Si parta dall’inizio, esattamente dal 1891, quando la pallacanestro nasce negli Stati Uniti con premesse che più a stelle e strisce non si può: creare un’attività di squadra che mantenga la tonicità degli atleti durante il periodo invernale, quando è troppo freddo per poter praticare gli sport di punta americani, come il baseball e il football (la “variante” con la palla ovale, of course). Passa però poco tempo dal momento della sua ideazione a quando il popolo europeo alza un interessato sopracciglio nei confronti della “palla nel cesto”. Sì perché già nel 1893, a Parigi, si svolge quello che è il primo incontro semi-ufficiale di basket nel Vecchio Continente; così, nel giro di due anni, sulle coste opposte dell’Atlantico nascono due scuole antitetiche e spesso rivali, dal cui confronto e scontro nascerà quell’armonia così bella che può nascere solo dal contrasto.

Ma quali sono, di preciso, queste contrapposizioni tra Vecchio e Nuovo continente?

Innanzitutto è facile riscontrare due approcci agli antipodi a partire da come lo sport venga gestito a livello federale e di leghe nazionali. Negli Stati Uniti il basket, che rappresenta uno sport di primissima fascia, viene amministrato come un prodotto “premium” che mira a riscuotere l’interesse della platea più ampia possibile, ovviamente anche al di fuori dei confini nazionali come ad esempio in Cina, Giappone e India. La NBA è una munifica azienda privata, che dal 1946 ha dovuto combattere per conquistare e difendere il monopolio del mercato della pallacanestro americana. La palla a spicchi deve rimbalzare sui parquet di tutte le grandi città, allo scopo di massimizzarne la copertura. L’intero sistema sportivo americano verte sulle franchigie, un concetto che fa rabbrividire chiunque concepisca lo sport alla maniera tradizionale europea.



Nessuna retrocessione, squadre che possono cambiare città da una stagione all’altra, colori e simboli pronti a mutare per esigenze commerciali e fondazioni di nuove squadre pianificate in seguito ad analisi di mercato. Alla stessa maniera è pensata l’organizzazione del campionato, che vanta un numero estenuante di partite (82, sic!) spalmate su tutti i giorni e gli orari della settimana, in modo tale da garantire uno spettacolo quotidiano agli spettatori. 

Le stesse regole del gioco sono impostate strizzando l’occhio alla spettacolarizzazione, chiaramente con una propensione per ciò che lo spettacolo lo crea, ovvero la parte offensiva. Se nel 1954 il conteggio dei 24 secondi è introdotto per rendere il gioco più dinamico, oggi è sufficiente pensare alla regola sul passi in partenza (decisamente più permissiva dell’omologa europea) o al semicerchio sotto il canestro, dove non può essere fischiato fallo in attacco.

Lo stesso campo ha dimensioni differenti: 28×15 metri di qua dall’oceano, mentre di là è 30×17 metri, sempre con l’ottica di creare un’area più ampia di gioco a favore dello sviluppo della fase offensiva, che non verrebbe certo favorita da spazi più congestionati. La partita in sé, poi, ha una durata più lunga in America dove la quarta sirena suona dopo 48 minuti, rispetto all’Europa dove l’incontro è invece di 40 minuti. Al netto di tutte queste considerazioni, si potrebbe dibattere se davvero una spinta così netta della NBA sulla “quantità” sia effettivamente un bene in termini di spettacolo, rispetto ad un occhio più attento alla “qualità” dello sport che viene messo in atto sotto le plance.



Vogliamo fare un esempio? Lo scorso 26 dicembre, chi avesse deciso di ingannare le lunghe giornate di un Natale in lockdown guardando Washington Wizards contro Orlando Magic avrebbe visto Thomas Bryant, centro della squadra di casa, andare prepotentemente a rimbalzo dopo un tiro sbagliato dagli avversari e schiacciare a una mano, con brutale prepotenza, la palla a canestro. Specificamente il suo canestro però. Diciamo solo che se fosse per caso successo alla Stark Arena di Belgrado probabilmente sarebbero dovute intervenire le forze dell’ordine per contenere la reazione dei tifosi.

Di qua dall’Oceano, è chiaro che a livello europeo il basket non è uno sport di punta, sicuramente nella maggior parte dei paesi, e che sgomita assieme ad altre discipline per ritagliarsi lo spazio rimanente all’ombra del calcio. Quindi è più l’inerzia di una passione radicata da tempo nel territorio e nella popolazione a giustificare l’esistenza di realtà di pallacanestro, piuttosto che mere operazioni di imprenditorialità sportiva; ragion per cui, curiosamente, spesso si trovano squadre di basket importanti e con grande seguito in città che non sono capoluoghi di regione ed a volte di provincia (si vedano in Italia squadre come Cantù, Varese, Brindisi, etc).

A riprova di ciò, sono innumerevoli le grandi capitali che non hanno la benché minima rappresentanza in questo sport, perlomeno ad alti livelli: Londra, Parigi, Roma (nota dolente nostrana), Lisbona.

Insomma, da noi il basket vive più per il cuore dei tifosi che per share televisivi e pay tv. E allora ben venga vedere palestre che andrebbero bene per le sfide del doposcuola che fungono da campo da gioco anche ad alti livelli: tutti gli appassionati hanno ancora negli occhi il CSKA Mosca, una corazzata che da decenni siede ai vertici del basket europeo, giocare fino a poco tempo fa in un Palazzo dello Sport con i muri subito dietro ai canestri, esattamente come nella palestra del nostro vecchio liceo.


Passiamo ora ad un secondo livello di differenze tra il basket americano ed europeo, quelle riscontrabili in coloro che il basket lo vivono e seguono. Sull’onda dell’impostazione “spettacolare” stabilita dall’alto, è normale che negli Stati Uniti intorno alla sfida sul parquet sia allestito un contorno in puro stile show: chioschi con ogni genere di cibo spazzatura, giganteschi peluches come mascotte a bordo campo, spettacoli e spettacolini di varia natura a ogni pausa. Persino i Timeout sono più lunghi così da offrire più tempo per nutrirsi o godersi i suddetti siparietti (tra cui ovviamente spicca la Kiss Cam, l’americanata per antonomasia). Andare a vedere una partita di NBA è, e lo si può affermare senza retorica, un’esperienza di vero intrattenimento, sportivo e non. D’altronde gli USA sono la terra del Wrestling e dello Sports Entertainment, no?

In Europa, be’, c’è poco da dire: a malapena qualche grande squadra ha introdotto dei brevissimi spazi per le cheerleader, che con ogni probabilità non vengono fischiate per puro gusto estetico del pubblico, spesso in gran parte maschile.

Insomma, se si volesse usare la classica allegoria dei due piatti della stessa bilancia, si potrebbe dire che da un lato si pende verso una spettacolarizzazione massima della prestazione sul campo, a fruizione di una vasta platea di spettatori; dall’altra parte invece, dove ovviamente i valori in campo sono in media inferiori, l’essenza sta nella sinergia tra il basket giocato ed il tifo, condita ovviamente da sentimenti di identità e rivalità. Perché, ribadiamo, dalle nostre parti, la gente segue il basket per autentica passione, non per lo spettacolo o moda: sui giornali spesso gli viene dedicato al massimo un trafiletto, sulla tv pubblica è ricordato ogni due o quattro anni, zero talk show di analisti o popolari dirette Instagram di vecchie glorie; in Europa, in Italia senza dubbio, rimane solo lo sport nella sua forma più originale.



Infine, non si può non parlare dell’approccio a questa disciplina di chi lo pratica in prima persona e mette sul piatto, o meglio sul campo, le proprie energie e il proprio talento. E qui, inutile girarci intorno, i giocatori complessivamente più forti giocano tutti, senza ombra di dubbio, in NBA. Al netto però del giudizio qualitativo complessivo, si possono spendere alcune parole in merito ai valori sportivi e alla mentalità con cui i primi protagonisti del basket mettono in atto la propria arte, senza però voler banalizzare i concetti.

Lasciando da parte il discorso del puro talento, che colpisce i suoi eletti con puntigliosa casualità, Europa o America che sia, si può senza dubbio dire che l’impostazione degli aspiranti campioni a stelle e strisce sia sicuramente improntata da subito verso un forte lavoro fisico, con l’obiettivo si supportare le capacità offensive del giocatore, anche e soprattuto predisponendolo all’azione individuale; ricordiamo che sempre di là dall’Oceano nasce la mania per statistiche e record. D’altro canto in Europa ogni giocatore sa che, dovesse mai arrivare ai vertici dello sport, dovrà dividere il campo con i colleghi americani; ragion per cui, dato che presumibilmente a livello fisico e di esplosività offensiva partirà in difetto, saranno i dettagli relativi alla propria pura tecnica a fare la differenza, declinati nel passaggio, nel tiro dall’arco e nei fondamentali difensivi, quali ad esempio posizionamenti difensivi e letture.



Quale migliore esempio di questa “Guerra dei mondi” se non la sfida il cui ricordo fa ancora commuovere qualcuno, quell’Italia-USA in preparazione delle Olimpiadi di Atene 2004per la prima volta nella propria storia l‘ItalBasket superava il team USA, dominandolo per giunta; quella sera a Colonia gli alieni Iverson, Wade e Lebron si inchinarono di fronte al carattere di Basile, alla sublime tecnica in post basso di Jack Galanda ed ai folli assist di Pozzecco.

Va detto però che la profonda differenza, che si trova nei vari livelli di approccio al basket, è invece trasformata in sublime sinergia quando le due scuole vengono a trovarsi miscelate nella stessa squadra. In questo caso infatti, a prescindere che ci si trovi in una arena high-tech di una metropoli statunitense o in uno spartano palazzetto dello sport di una provincia italiana, spagnola o balcanica, la combinazione tra l’esplosività e la vena offensiva dei cestisti americani con la scuola più rigorosa, tecnica e ragionata del basket del Vecchio Continente; in questi casi le differenze si annullano e si innesca una fantastica complementarietà, che ha segnato spesso il DNA di squadre vincenti da entrambi i lati dell’Oceano.

Forse l’esempio più famoso di questa amalgama è il finale di gara 3 dei play-off NBA 1994, semifinale di Eastern Conference: Chicago Bulls contro New York Knicks.

Sotto di uno a 1,8 secondi dalla fine, sulla panchina dei Bulls hanno pochi dubbi su chi debba prendere l’ultimo tiro; sono ormai diverse stagioni che il ragazzo col 23 sulla schiena sta sbalordendo il mondo con il suo talento, atletismo e carisma. Eppure, con così poco tempo sul cronometro serve un tiro veloce, un movimento puro e cristallino, proprio la specialità della scuola europea: dalla rimessa la palla non giunge nei palmi di MJ, anzi è accarezzata dalle fatidiche falangi dell’asso jugoslavo Toni Kukoc. Canestro e vittoria, a suggellare il tripudio del connubio delle due tradizioni cestistiche. Qualora si decidesse di applicare a una disciplina sportiva il celebre proverbio di Eraclito: «Ciò che è opposto si concilia, dalle cose in contrasto nasce l’armonia più bella», allora la pallacanestro è con ogni probabilità l’esempio migliore da scegliere.

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