Carpi e Frosinone in Serie A? Non scherziamo. I denari prima di tutto. Davanti alla possibile promozione di due debuttanti assolute, Claudio Lotito non nascose il proprio scetticismo. Nel 2015 il presidente della Lazio, membro del consiglio federale e tra i dominus del calcio italiano, era stato pizzicato in un’intercettazione telefonica in cui lamentava lo scarso interesse economico che avrebbero attirato le due matricole, specie nell’ottica della vendita dei diritti televisivi:

 

Chi cazzo li compra i diritti? Non sanno manco che esiste, Frosinone”. Le parole mordaci di Lotito finirono nella centrifuga dell’opinione pubblica che condannò la forte presa di posizione del numero uno laziale ma si interrogò sulla competitività delle neopromosse in Serie A.

 

Il campionato appena terminato ha confermato il difficile rapporto tra le neopromosse e la massima serie. Nelle ultime stagioni sono 9 le squadre retrocesse al primo anno di Serie A: le famigerate Carpi e Frosinone (2016), Pescara (2017), Verona e Benevento (2018), Frosinone ed Empoli (2019) e Lecce e Brescia (2020). Da tre anni retrocedono due delle tre neopromosse. E ancora: il 60% delle matricole viene risucchiato dal vortice della B (9 su 15). Significa che una neopromossa ha soltanto il 40% di possibilità di salvarsi.

 

 

La forbice si allarga considerando l’intero decennio. Livorno (2010), Brescia (2011), Novara (2012), Pescara (2013), Livorno (2014) e Cesena (2015) sono le altre squadre tornate in B dopo un anno di apprendistato. En plein salvezza riuscito soltanto per 8 volte in 50 anni, l’ultima nella stagione 2007/2008, quando le neopromosse si chiamavano Juventus, Napoli e Genoa. Una vera rarità.

 

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Partire in Serie B con un attacco del genere significa aver già riconquistato la Serie A (foto di New Press/Getty Images)

 

 


Neopromosse di nome, bocciate di fatto


 

 

La sindrome da “montagne russe” ha risparmiato solo 6 squadre nell’ultimo lustro: si tratta di Bologna (2016), Cagliari e Crotone (2017), Spal (2018), Parma (2019) e Verona (2020). Ad eccezione dell’ottimo Crotone di Davide Nicola e della sorprendente Spal di Leonardo Semplici, gli altri club sopracitati hanno gettato le basi per una solida permanenza nel massimo campionato.

 

 

Il Bologna, con Mihajlovic, ha avviato un progetto che strizza l’occhio all’Europa. Lo stesso dicasi per l’ambizioso (ma ancora altalenante) Cagliari di Giulini. Il Parma di D’Aversa, in attesa di passare sotto l’egida mediorientale, ha dimostrato di poter ambire alle zone nobili della classifica sognando i fasti del recente passato. Il sorprendente Verona di Juric, autentica protagonista dell’ultimo campionato, ha davanti a sé un percorso più che promettente. Si tratta comunque di squadre blasonate (nove scudetti in quattro) che hanno saputo reggere l’urto con la Serie A.

 

Questione di tradizione e cultura. Nel caso di Spal, Parma e Verona, inoltre, la marcata identità tattica ha permesso di adattarsi al meglio alle qualità del massimo campionato.

 

Un capitolo a parte merita il Lecce di Fabio Liverani. I pugliesi, retrocessi dopo il testa a testa con il Genoa fino all’ultima giornata, hanno divertito per larghi tratti della stagione. Un mix di spregiudicatezza e incoscienza tattica che ha attirato le simpatie degli amanti del bel calcio. A certificare la propositività del gioco di Liverani i 52 gol realizzati (decimo attacco al pari di Bologna e Cagliari). Nell’era dei tre punti nessuno era retrocesso segnando così tanto. Mole realizzativa che stride con gli sciagurati numeri difensivi. Gli 85 gol subiti fanno del Lecce la peggior difesa in A dal 1956 (il precedente record apparteneva alla Pro Patria). In pratica un gol subito ogni 40 minuti di gioco.

 

 

La “lezione” del Lecce, paragonabile a quella del Benevento di De Zerbi o del Pescara di Oddo, ha ribadito quanto sia vitale l’equilibrio difensivo nella lotta salvezza. La retrocessione dei giallorossi e del Brescia (che ha vissuto una stagione profondamente diversa rispetto al Lecce) ha sollevato di nuovo il dibattito sulla competitività delle neopromosse. Se il livello generale della Serie A ha saputo risollevarsi dopo annate di buio (effetto CR7?), lo stesso non può dirsi del campionato di Serie B.

 

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Non capita tutti i giorni di battere CR7 e la Juventus al primo anno di Serie A (foto di Alessandro Sabattini/Getty Images)

 

 


La Serie B è avvincente perché mediocre


 

 

Quello cadetto è un torneo variegato e molto equilibrato. Tutto ciò ha portato ad un campionato avvincente su ogni fronte (sia per la promozione che per la salvezza) ma anche ad un livellamento verso il basso che ha finito per scavare un ulteriore solco con la Serie A.

 

 

Il format a 22 squadre (in vigore fino a due stagioni fa) e l’ammucchiata playoff hanno cambiato volto alla seconda serie, che viaggia su binari opposti rispetto alla Serie A. Se questa rappresenta un ostacolo quasi insormontabile per le neopromosse, la Serie B è stata spesso di passaggio nella rapida scalata dalla C alla A. Negli ultimi cinque anni sono state 5 le squadre capaci di compiere il doppio salto: Frosinone (2015), Spal e Benevento (2017), Parma (2018) e Lecce (2019). E per il prossimo anno già scalpitano Monza e Reggina.

 

 

L’altro aspetto che conferma la netta spaccatura tra A e B è quello finanziario. Analizzando il conto economico del calcio italiano diffuso dalla FIGC nel 2016, emerge un abisso tra i due campionati. I ricavi dei club di A ammontano a oltre 2 miliardi mentre è di 283 milioni il totale degli introiti in Serie B. Notevoli anche le differenze sul fatturato medio: 116 milioni quello di A, 13,5 milioni quello di B. Un gap che incide sul mercato, in cui le squadre neopromosse fanno spesso affidamento su prestiti e operazioni low cost. Ma la tendenza delle ultime stagioni conferma la necessità di investimenti importanti, senza i quali sembra difficile ambire alla permanenza in A. Unico salvagente è quello di un progetto tecnico all’altezza (vedi il Verona), la cui bontà sarebbe in grado di sopperire alle carenze finanziarie.

 

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Squadre schierate in campo per la finale d’andata dei playoff di Serie B tra Frosinone e La Spezia (foto di Giuseppe Bellini/Getty Images for Lega Serie B )

 

 


In Europa, solo la Ligue 2 francese fa peggio di noi


 

 

La Serie B nostrana esce con le ossa rotta anche dal confronto con le principali seconde divisioni continentali. Secondo il portale Transfermarkt, il valore complessivo delle rose di B ammonta a circa 302 milioni di euro. La Championship inglese fa tre volte meglio (984 milioni). Superiore anche il parco giocatori tanto della Zweite Bundesliga tedesca (324 milioni) quanto della Liga2 spagnola (318 milioni).

 

 

Emblematico inoltre il raffronto tra i giocatori con il più alto valore di mercato. In Serie B il più oneroso è il difensore dell’Ascoli Andreaw Gravillon con una valutazione di 4 milioni, in Championship il centrocampista del Fulham André Zambo Anguissa (20 milioni), in 2.Bundesliga il centrocampista dello Stoccarda Orel Mangala (11 milioni) e in Liga2 l’attaccante dell’Almeria Darwin Núñez (10 milioni). Numeri che non lasciano spazio ad ulteriori interpretazioni.

 

Anche i risultati europei evidenziano la controtendenza italiana rispetto al resto d’Europa. Nell’ultima stagione in Inghilterra, Spagna e Germania è retrocessa soltanto una delle neopromosse (Norwich, Maiorca e Paderborn). In Italia la sopravvivenza, come abbiamo visto, è invece molto più ardua.

 

La sintesi tra un modello sostenibile e l’esigenza di fatturato rappresenta l’obiettivo principale della Serie B per ridurre il gap con la più ricca Serie A. La valorizzazione del prodotto (e la spettacolarizzazione che ne deriva) dovrebbe inoltre andare di pari passo con l’innalzamento del tasso tecnico. La B ha sempre vissuto di progetti e allenatori validi (l’Empoli di Sarri o il Pescara di Zeman, tanto per fare due nomi); quello che manca è il definitivo step verso il palcoscenico più ambìto. Fino ad allora, per le neopromosse si prospetta una vita di stenti più che di benessere.