Calcio
23 Agosto 2022

Black Football

Una grande storia, tra ostacoli e profezie.

Nella serrata lotta scudetto tra Milan e Inter della scorsa stagione, che avrebbe poi assegnato il tricolore ai rossoneri, in tanti si sono esposti per pronosticare la vittoria dell’una o dell’altra. Tra questi Mario Sconcerti, che ha proposto una particolarissima teoria per spiegare il vantaggio milanista: un beneficio da ricercare nei 5/6 giocatori di colore, afro-caraibici del Milan, – «più morbidi, tecnici, istintivi e potenti» – a nocumento dei rivali meneghini che potevano opporre il solo Dumfries, oltretutto europeizzato. Un approccio “razziale” che ha fatto ipotizzare ad alcuni un cappuccino (quello della sua rubrica) pesantemente corretto, accompagnato dal sospetto che il giornalista toscano avesse deciso di suicidarsi professionalmente, terminando una longeva e onorata carriera in maniera spettacolare e indimenticabile.

Per il prodigioso processo della memoria involontaria torna alla mente la vicenda di Stefano Eranio, che durante un Bayer Leverkusen-Roma, in seguito a un clamoroso errore di Rudiger, non trovò di meglio che uscirsene con «i difensori di colore sono forti fisicamente, ma quando c’è da pensare, fanno spesso errori così!». Il siluramento da parte della rete svizzera RSI arrivò alla velocità della luce, anche perché per giustificarsi il malcapitato Stefano, oltre a citare il suo ex presidente Berlusconi dicendosi “frainteso”, declamò agli attoniti reporter «volevo solo dire che la scuola calcistica africana di solito cura poco la tattica, ma ci sono state pure eccezioni, come Thuram e Desailly», dimostrando di avere lacune anche in geografia, dato che Thuram è originario della Guadalupa. Che si trova in America Centrale.

Eppure Sconcerti cavalca un suo vecchio cavallo di battaglia: il melting pot calcistico, teoria già enunciata più volte nel corso della sua carriera, specialmente nel suo “Storia delle idee del calcio”. «Chi ha potuto avvalersi prima degli altri dei giocatori neri, ha avuto un grosso vantaggio. Ha potuto godere di una qualità doppia. Quella dei giocatori bianchi, che già aveva, e quella dei neri, che era praticamente sconosciuta o limitata a un solo giocatore per volta. Non è un caso che negli anni ’90 sia cresciuta tantissimo la Francia fino a vincere i Mondiali del 1998 e gli Europei del 2000 (…) dopo il Brasile, la Francia è la nazionale ad avere più accesso ai giocatori di razza nera».

E ancora: «Avere qualità tecnica con giocatori di più razze, dà evidentemente molte possibilità in più. (…) Questa è la differenza storica del Brasile (…) unica nazionale che da sempre ha potuto mettere in campo una squadra mista».

In sostanza il vantaggio brasiliano ipotizzato da Sconcerti sarebbe stato annullato dall’arrivo degli africani e dai figli dei migranti. Ipotesi affascinante che però potrebbe trovare una spietata confutazione già solo nel caso dell’Inghilterra, ex dominatrice del mondo e con un impero coloniale che spaziava su tutto il globo terracqueo, il cui ultimo trofeo risale al Mesozoico calcistico: il Mondiale casalingo del 1966, vinto con un gol fantasma e uno segnato con un’invasione di campo in atto. Eppure, la provocazione di Sconcerti merita approfondimento.

Nel suo articolo e nei suoi saggi, il discepolo di Brera rinnega in parte gli insegnamenti del suo maestro sorvolando sugli uruguagi, che il Vate di San Zenone Po adorava. Come raccontano quei due formidabili cantori del calcio di Federico Buffa (in “Storie Mondiali”) e Carlo Pizzigoni (in “Locos por el futbol”), ai primi del ‘900 l’Uruguay era fra i Paesi più avanzati del mondo: era già stata abolita la pena di morte, i servizi pubblici erano stati nazionalizzati, le donne potevano andare all’Università e anche a votare, il divorzio era un diritto acquisito. E inoltre la schiavitù era stata abolita, esattamente come in Brasile dal 1888 con la promulgazione della Lei Aurea. C’era un’unica differenza fra Uruguay e Brasile: al di là del Rio de la Plata i neri erano cittadini a tutti gli effetti, perfettamente integrati nella comunità.



Ed è da cittadino uruguayano perfettamente integrato che nel 1916, alla prima edizione del Campeonato Sudamericano de Futbol (l’odierna Copa America), Isabelino Gradin , figlio di schiavi immigrati dal Lesotho, segna uno dei 4 gol con cui la Celeste distrugge il Cile nel match d’esordio, coi cileni che faranno ricorso accusando l’Uruguay di aver “schierato un giocatore africano”, tanto per far capire che aria tirava all’epoca. Del resto il grande Arthur Friedenreich, eccezionale fromboliere brasiliano che secondo alcuni statistici avrebbe segnato più reti di Pelé, era costretto a una lunga preparazione prima di scendere in campo: stretching e riscaldamento? Nemmeno per sogno: l’artillero di origini tedesche si attardava per stirarsi i capelli crespi e sbiancarsi il viso con un impasto di farina di riso, a nascondere le origini mulatte, succube della fissazione creola della “purezza del sangue”.

Legge dorata o no, risultava ancora inaccettabile che a dominare le platee calcistiche non fosse un bianco – anche se ti faceva trionfare nelle Coppa America del 1919 e del 1922.

Gradin fu forse la prima vera star nera del calcio: esordì 18enne col Penarol, dove scaraventò nelle reti avversarie più di 100 palloni, e diede una dimostrazione di classe ed eleganza tali da ispirare versi appassionati al poeta Del Riego, che gli dedicò la celebre “Loa el futbol“. A dimostrazione di un fisico creato per eccellere in ogni disciplina, Isabelino si dedicò anche all’atletica, dove spaziò fra i 100 e gli 800 metri diventando campione nazionale e continentale. Gradìn aprì la strada a una Nazionale epocale, la Celeste che dominò gli anni 20 del ‘900, facendo strabuzzare gli occhi al mondo intero per come spadroneggiò nei Giochi Olimpici del ’24 e del ’28, con una superiorità per larghi tratti imbarazzante.

L’uomo simbolo di quella squadra prodigiosa, prima grande nazionale a entrare nella leggenda, era un personaggio la cui aneddotica, raccolta in un libro, supererebbe una saga tolkeniana per ampiezza: parliamo di Josè Leandro Andrade, “La Maravilla Negra”. Andrade è un atleta magnifico: in lui forza fisica, tecnica di base e la “garra charrua” erano gli ingredienti di un cocktail capace di inebriare i tifosi e di ubriacare i rivali. Si rivela al mondo a Parigi, come artista del pallone, in una temperie in cui nella capitale francese arrivavano i più grandi, da Hemingway a Dalì, da Picasso e Gardel. Ai cronisti che chiedevano spiegazioni sulla sua rapidità e resistenza, raccontò, non si sa quanto sarcasticamente, che la sua velocità era dovuta al fatto che si allenava inseguendo… le galline!

Quattro anni dopo, ad Amsterdam, i sovietici spedirono alle Olimpiadi addirittura una troupe cinematografica, in stile National Geographic, per spiegare la sua superiorità, un fenomeno difficile da comprendere dal punto di vista naturalistico-scientifico. C’è però da dire che Andrade, seppur colonna portante di quella Nazionale dominante, recitava da primattore in un contesto di campionissimi, come Nasazzi, capostipite dei Caudillos difensivi uruguagi come Varela, Lugano e Montero, il bomber Scarone, che incantò anche in Italia negli anni ’30, il fenomenale arquero Mazali, progenitore di numi tutelari della Celeste come Maspoli e Mazurkiewicz. Quindi fuoriclasse sì, fondamentale certo, ma non possiamo definirlo un caposcuola.



Ed è infatti solo nel 1936 che i calciatori di colore risalgono alla ribalta internazionale, con una formazione peruviana quasi interamente “all black” rivelazione del torneo olimpico, e trascinata dalle giocate e dai gol di Alejandro “Manguera” Villanueva e Teodoro “Lolo” Fernandez. Ai quarti di finale, opposti all’Austria di Meisl e Hogan, i geni che avevano portato all’apogeo il calcio danubiano, il Perù largheggia sui mitteleuropei, e solo una serie di decisioni arbitrali opinabili (tre gol annullati) gli impediscono di far esondare il punteggio oltre il 4-2 finale. A Berlino veder trionfare i peruviani sarebbe però un affronto, e forse è per questo che un’invasione di campo dei tifosi latini diviene il pretesto per invalidare il match. Di ripetere la partita i peruviani non vollero saperne e su quella squadra, perlomeno nel Vecchio Continente, calò l’oblio.

Nel 1938, ai Mondiali francesi, le luci della ribalta si accendono su due pezzi pregiati della nazionale (non ancora) verdeoro: il difensore Domingos da Guia, atleta dal fisico superbo, una specie di Nesta ante litteram, e il capocannoniere Leonidas da Silva, il “diamante negro” o “uomo di gomma”, capace di spettacolari rovesciate e di memorabili danze tribali. Lucien Gamblin descrisse così gli allenamenti dei carioca: «Non smettevano di ridere, di fare giochi di destrezza con il pallone, di dribblare all’infinito e di praticare un calcio articolato per portare il pallone davanti alla porta. I giocatori brasiliani (erano) perfetti artisti del pallone, che controllavano con estrema facilità, pur restando atletici (ma) il loro virtuosismo individuale (fa) sì che la loro squadra manchi di quel solido cemento che fa la coesione delle squadre britanniche e di alcune formazioni europee» (citato in Paul Dietschy, “Storia del Calcio”).

Il Brasile fu una delle rivelazioni di quel Mondiale, e trascinato dal duo Domingos-Leonidas arrivò alle semifinali, piegato solo dagli Azzurri di Pozzo e Meazza, ma non tutti si fecero ipnotizzare dalle sfolgoranti esibizioni tecniche degli antesignani del futebol bailado: Brera li accusò di bullaggine tecnica fine a se stessa, e Maurice Pefferkorn, pur lodando la “naturalezza della loro abilità” definiva, invero un po’ ingenerosamente, il loro gioco in fin dei conti “inefficace e poco produttivo”. Quello stesso stile che Mario Filho, giornalista e intellettuale a cui è intitolato il mitico Maracanà, riassunse così nel suo imperdibile “O negro no futebol brasileiro”

«Il nostro stile di calcio diverge da quello europe per la sua combinazione di caratteristiche di sorpresa, di malizia e agilità, unite a vivacità e spontaneità individuali. I nostri passi, le nostre finte, i nostri palleggi, il tocco di danza e vitalità, sono il segno del nostro stile».

Brera centrerà infatti il punto quando spiegherà ai lettori le motivazioni del primo successo brasiliano in Coppa del Mondo, nell’edizione di Svezia ’58: il selezionatore Feola aveva semplicemente dato delle regole tattiche chiare ai suoi atleti, utilizzando le idee di Kurschner e Flavio Costa (sì, proprio il ct del Maracanazo), ma mescolando la fantasia a briglia sciolta dei figli di emigranti africani, precursori del joga bonito dei nostri tempi, con l’intelligenza strategica degli eredi di immigrati europei. Teoria difficilmente pubblicabile ai nostri giorni, per le inevitabili ire dei moralisti un tanto al chilo, ma proviamo per un attimo a pensare a un attacco composto da Garrincha, Vavà e Pelè: senza una adeguata copertura tattica, forse il complesso dei vira latas nato nel momento in cui Ghiggia ammutolì il Maracanà rivaleggerebbe per durata con la Maledizione del Bambino Babe Ruth.



E nel Vecchio Continente? Qui è eloquente l’esempio della Perfida Albione che pur avendo inventato il calcio, e potendo attingere a un bacino potenzialmente sterminato di giocatori di sangue misto grazie alle migrazioni dai suoi ex possedimenti coloniali, misteriosamente sembrava non essere in grado di trovare un giocatore nero abbastanza bravo da poter scendere in campo come araldo della patria. Significativo il caso di Viv Anderson, scoperta di Brian Clough e colonna portante dei Garibaldi Reds che conquistarono Inghilterra ed Europa, il quale il 26 novembre 1978 entrò nella storia come primo atleta di colore a scendere in campo con la casacca dei Tre Leoni.

Ancor più esemplare la tristissima vicenda di Albert Johanneson, il “Lampo nero” del dirty Leeds di Don Revie, primo giocatore di colore a esser sceso in campo in una finale di FA Cup , che da quel breve apice di gloria vide la propria carriera e la propria vita scivolare verso il fondo, precursore di molti suoi fratelli di pelle: come John Barnes, attaccante del Liverpool anni ’80, conobbe il razzismo più becero fatto di ululati e banane lanciate dagli spalti (magistralmente raccontato in quel capolavoro di Nick Hornby che è Febbre a 90′), come Justin Fashanu conobbe l’emarginazione sociale e morì in solitudine e miseria.

Non che in Italia e nel resto dell’Europa le cose filassero alla grandissima. Eusebio, che «correva come chi fugge dalla miseria che gli morde i talloni» (Galeano) veniva descritto come una pantera pronta a sbranare gli avversari, ma si glissava volentieri sul fatto che fosse un mozambicano travestito da portoghese, così come il sodale Coluna, col quale portò il Benfica di Guttmann a dominare in Europa. In terra italica negli anni ’60, per uno Jair capace di affermarsi come imprendibile freccia nera dell’attacco dell’Inter di Herrera, c’era un Germano che finì sulle copertine dei rotocalchi scandalistici per la sua scabrosa storia con la contessina Agusta.

I primi arrivi dopo la riapertura della frontiere (1980) viravano dalla simpatia al pittoresco.

Lo sventurato Eneas a Bologna, più che per le giocate sotto porta, sarebbe stato ricordato per il bambinesco stupore di fronte a una nevicata; Juary, prima di eternarsi grazie a un gol decisivo in Coppa Campioni con la maglia del Porto, in Italia si sarebbe fatto ricordare per la folcloristica esultanza danzante attorno alla bandierina del corner; Geronimo Barbadillo, stella del Perù ai Mondiali ’78 e ’82, venne invece soprannominato “Tartufon” per la sua capigliatura afro. Va sinceramente ammesso che simili ironie, troglodite ma ….tutto sommato bonarie, risparmiavano coloro i quali sbarcavano in Italia con tutti i crismi del campione: Junior e Cerezo, per esempio, sono tutt’oggi ricordati con affetto soprattutto per le loro prestazioni in campo.

Il vento iniziò a cambiare con l’arrivo di una vera e propria supernova: lo sbarco al Milan di Ruud Dil Gullit, fuoriclasse olandese dal fisico erculeo, novello Atlante d’ebano che si caricò sulle spalle il Milan di Sacchi portandolo di peso a trionfare in Italia e in Europa. Impatto certo devastante, anche nel mondo culturale italico: dedicò il Pallone d’oro 1987 a Nelson Mandela, allora in carcere per la sua lotta all’apartheid, tenne un concerto allo Zimba, discoteca milanese in gran voga negli anni ’80 e frequentatissima dagli immigrati, e approfittò dell’essere un asso decisivo per il club di uno che si faceva orgogliosamente chiamare “Sua Emittenza” per diventare il simbolo del movimento antirazzista meneghino.



Una influenza clamorosa, replicata anni dopo da un altro idolo rossonero, George Weah, ancor più meritorio in un’epoca in cui emergevano i miasmi maleodoranti del razzismo più becero: Ronnie Rosenthal pagò la colpa di essere israeliano vedendosi boicottare dall’Udinese dopo la protesta della frangia antisemita della Curva Nord; Mickael Ferrier strappò il contratto con l’Hellas Verona dopo che gli ultras gli diedero il benvenuto con un manichino impiccato e striscioni che ne caldeggiavano l’impiego come uomo delle pulizie o operaio in cantiere; e l’acquisto di Aron Winter da parte della Lazio non fu accolto con particolare giubilo dai rappresentanti della Curva biancoceleste, vista la duplice condizione di ebreo e persona di colore: solo un rendimento d’eccellenza placò i graffitari che usavano i muri come tavolozze per esprimere il proprio dissenso.

Perché, bisogna ammetterlo, la vera discriminante è proprio il talento: gli aruspici che vaticinavano periodicamente un futuro calcistico da protagonista per il Continente Nero credevano che le loro profezie potessero trovare compimento quando, nel firmamento calcistico, brillarono luminose le Black Star ghanesi, che trionfarono con facilità disarmante nei Mondiali Under17 del 1991 in Italia, o incantarono all’U20 in Australia due anni dopo. Lamptey era il condottiero della generazione dei Gargo, Duah, Ahinful, Kuffour che si diceva avrebbe portato l’Africa sul tetto del mondo del calcio: più che conquistarlo, però, il mondo Lamptey si limitò a percorrerlo alla stregua di un Phileas Fogg pallonaro, prigioniero della solita profezia di Pelè tramutatasi in un bacio della morte (“è il mio erede!”) ma anche delle contraddizioni di cui si alimenta l’essenza stessa del suo continente.

Lamptey fu comunque a suo modo un simbolo, e il fallimento a cui andò incontro assieme a un buon 90% della sua generazione mette a nudo tutte le difficoltà a cui andava incontro chi volesse far carriera nel calcio: se a livello federale, come raccontato dai libri di denuncia di columnist come Ken Bensinger e giornalisti di inchiesta come Andrew Jennings, la corruzione già allora imperante nella FIFA e nella CAF faceva sì che i fiumi di denaro andassero a gonfiare i conti correnti dei traviatissimi e prezzolati dirigenti, le cose non andavano meglio negli ambiti dei settori tecnici, dove vigeva un pressapochismo desolante.

Era fondamentale affidarsi a tecnici stranieri, per la maggior parte da Francia, Germania o ex Jugoslavia: quasi sempre figure di secondo piano, e spesso interessate più a un lauto ingaggio che alla creazione di un vero e proprio movimento, di una scuola africana in senso stretto.

Per non parlare di procuratori o faccendieri senza scrupoli, in un certo senso eredi di un approccio coloniale ormai sconfitto dalla storia, impegnati a raccattare alla rinfusa elementi più o meno promettenti, con un metodo paragonabile alla pesca con la dinamite, prelevando atleti troppo giovani e immaturi per adattarsi a un contesto così diverso dalla madrepatria. Eppure, a cavallo del Terzo Millennio, i successi olimpici della Nigeria zeppa di calciatori cresciuti in Europa e diventati cult (Kanu, Jay-Jay Okocha, Ikpeba, Amokachi, Babayaro, Oliseh…) e del Camerun di Eto’o, l’avvento di una società sempre meno biancocentrica e l’esplosione definitiva di alcune stelle africane (lo stesso Samuel Eto’o ,Yaya Touré, Didier Drogba, tre su tutti) avrebbero dato nuova linfa ai proclami di chi vedeva il futuro del calcio in Africa. Proclami, tuttavia, destinati a rimanere disattesi.



Forse in conclusione ha ragione Sconcerti, che profetizza successi per club e nazionali che assecondino la mescolanza fra razze. Vaticinio affascinante, anche se risulterebbe difficile spiegare come mai allora gli Stati Uniti non riescano ad affermarsi nel gioco inventato dai loro antichi coloni, pur potendo contare su un melting pot con i i vecchi padroni del calcio (latinoamericani ed europei) e i nuovi ambiziosi parvenu (africani e asiatici). Ma la riottosità nell’adattarsi a un diverso modo di concepire la competizione, e una certa ritrosia culturale nell’abbracciare questo sport (almeno a livello maschile) hanno impedito agli Usa di sfruttare appieno il loro background per produrre un calcio eclettico, in cui razionalità e calcio dionisiaco contribuiscano a creare un mix micidiale e vincente.

Ma più probabilmente il nostro è stato solo un mero esercizio filosofico; d’altronde, la magia del calcio consiste nell’essere lo sport più democratico del mondo. Uno sport in cui, perfino nel più squallido campetto ai confini del mondo, la persona dal fisico meno plausibile può creare la giocata più bella di tutti i tempi, e in cui l’imperatore del mondo pallonaro può diventare un tracagnotto di Villa Fiorito, che nel suo sinistro aveva rinchiuso il potere di un Dio grazie al quale scacciava temporaneamente i demoni che lo divoravano, e conduceva a trionfi impensabili anche i compagni più improbabili. Uno sport, in definitiva, abituato da sempre a rifiutare dogmi e ideologie; e a non accettare gerarchie o pre-giudizi che non siano quelli del campo.

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