“Parlate non più di due per volta”. Questa è la frase che probabilmente più sintetizza la carriera televisiva e la verve di Aldo Biscardi. Non un’epigrafe funebre – vogliamo essere rispettosi – ma un modo, prettamente nazional-popolare, di intendere la tv. Perché l’Aldo, come lo chiamava Tiziano Crudeli, suo storico collaboratore, pur non privo di una propria cultura, non ha mai condiviso alcuna concezione elitaria della comunicazione: “parlare a un’élite di intellettuali è come non parlare a nessuno”, soleva dire Elio Petri, regista-simbolo dei Settanta italiani, autore di capolavori dimenticati quali “Indagine su un cittadino” e “La classe operaia va in paradiso” e Biscardi ha condiviso, con i dovuti distinguo, questa logica.
Un amore verso il pubblico, quello del vermiglio giornalista di Larino, ampiamente ricambiato da uno “zoccolo duro” di appassionati e tifosi capace di seguire negli anni il “Processo” nonostante il continuo peregrinare da una rete televisiva all’altra, dopo la fine del rapporto professionale di Biscardi con la Rai.

Berlusconi e Biscardi fianco a fianco.

Berlusconi e Biscardi fianco a fianco.

E’ il pubblico che ha reso il nostro un uomo libero, più di tanti altri, nonostante quanto inelegantemente bofonchiato da qualcuno a cadavere ancora caldo; impressiona, a tanti anni di distanza, rivedere Biscardi impassibile di fronte alle reprimende di un inviperito Silvio Berlusconi, intervenuto, a sostegno del buon nome delle proprie aziende, durante una puntata del “Processo”: “per lei il pluralismo è un opzional”, ebbe modo di rispondere prontamente il giornalista rivendicando la libertà di espressione all’interno della sua trasmissione, usando una forma colorita, chiara nella sostanza, intellegibile da tutti, come nel migliore stile biscardiano. Una chiacchierata, quella con l’allora Cavaliere, probabilmente non priva di conseguenze perché da lì a pochi mesi Biscardi traslocherà da mamma Rai a Tele+, il primo canale sportivo a pagamento in Italia.
Il pubblico del “Processo” è però sempre rimasto lo stesso: generoso, capace di fischiare, sbraitare, ridere, ululare dagli studi televisivi come dalle private abitazioni lungo tutto lo Stivale. Un pubblico mai razzista, mai volgare, mai bilioso, collerico, iracondo, come quello “2.0” allevato dalla “nuova” tv spazzatura e dai social: da Biscardi andavano intellettuali, politici, registi, giornalisti di vaglia, personaggi insospettabili che qualche volta amavano mettersi in panciolle e spararne di tutti i colori contro l’arbitro di turno o l’allenatore del momento.
Ai tempi della prima puntata del “Processo”, datata 1980, quando Biscardi stava ancora dietro le quinte in regia e la conduzione veniva affidata al grande Enrico Ameri, lo scrittore Nantas Salvalaggio aveva servito una succulenta polemica dando, di fatto, del gay al calciatore Paulo Roberto Falcao: “gli piace marcare a uomo e ama leggere Oscar Wilde”, era stata la velenosa sentenza dell’intellettuale veneziano forse sottovalutando l’uomo Falcao, sorretto da una finissima, e non soltanto calcistica, intelligenza. “Ho saputo che Salvalaggio ha una bella figlia”, risponderà durante una diretta del “Processo” il brasiliano, “mi mandi pure lei per una intervista: potrò darle informazioni più giuste sui miei gusti e la mia personalità”.
Chi seguiva Biscardi rideva dei teatrini messi su dal furbo giornalista di Larino: a metà anni Novanta i mattatori erano personaggi come Maurizio Mosca, Pasquale Squitieri – regista napoletano autore di numerosi film a sfondo sociale – e Vittorio Sgarbi. Celebre la sceneggiata improvvisata proprio tra Squitieri e Sgarbi sul tema, sempre verde, degli spropositati stipendi dei calciatori: un classico argomento da bar sport. Al moralismo di Squitieri (“Signori, ricordatevi che i poliziotti prendono due milioni di lire al mese e rischiano la vita… e che cazzo!”) si contrappone l’equiparazione tra calciatore e artista fatta da Sgarbi (“Un giocatore produce un’emozione che è identica a quella di un artista: seguendo il ragionamento di Squitieri, Picasso era uno stronzo, Raffaello era una merda e i poveri soldati sono degli eroi! Hai fatto un sacco di soldi con i film, non rompere i coglioni!”). Tutto testuale, in un tripudio di cori e risate, con Maurizio Mosca che prova a fare da paciere e si becca un “leghista di merda” ancora da Squitieri e Biscardi, lì serissimo, a stemperare: “No, Maurizio, hai capito male: ti ha detto menefreghista!”.
Perché non è vero che al “Processo” non si dicessero le parolacce, come dichiarato un po’ astutamente dal suo fondatore in qualche occasione: si dicevano eccome, ma erano prive di vero livore, avendo il valore di puri e semplici numeri da circo per far divertire il pubblico.

L'Aldo viene ricordato a suo modo

L’Aldo viene ricordato a suo modo

Uomo di idee e intuizioni, grande lavoratore, capace di improvvisate geniali (“perché”, diceva, “se vuoi lo sgoob devi essere veloce”) come di pianificazioni meticolose, uomo del Sud fino al midollo nella scaramanzia (poteva cacciare dalla riunione di redazione i collaboratori che osavano indossare qualcosa di viola) e nel rapporto con i propri ragazzi (“più che padre affettuoso”, dice oggi la figlia Antonella, “era attento a dare direttive”), Biscardi è stato anche uomo dalle forti convinzioni religiose: devoto di Padre Pio, negli ultimi anni soleva esibire con orgoglio il suo certificato di battesimo vergato proprio dal frate di Pietrelcina.
Biscardi è stato un grande italiano, di quelli che piacciono a noi: un italiano della vecchia scuola che nonostante la fama tornava ogni anno al paesello natio per guidare il carro nella festa patronale, uno che, negli ultimi anni in cui il politicamente corretto già mieteva le prime vittime, non si vergognava minimamente di avere al suo fianco una valletta muta per contratto. Biscardi è una forma di resistenza, un cantore, a volte grottesco, delle più valorose virtù italiche: un antidoto alla tristezza di un mainstream che vorrebbe appiattire, standardizzare, normalizzare spontaneismi nazionali e locali. Biscardi è l’italiano indistruttibile che ne esce vivo in qualsiasi situazione, quello che si fa capire sempre e comunque, da Kruscev (“ci ho brindato nei giardini del Cremlino”), a Bush (“gli parlavo in italo-americano”) passando per Wojtyla (“l’ho visto almeno sette volte e il mio libro su di lui è stato venduto in tutto il mondo”).
Denghiù, Aldo. Sei morto senza lasciare eredi e per questo mancherai ancora di più.