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Tennis
11 Settembre

Nick Kyrgios, il cocco di mamma

Luca Capponi

4 articoli
Un ragazzone incompreso che voleva solo giocare a basket.

«Game, set and match Nick Kyrgios. Three set to one: 7-6, 5-7, 7-6, 6-3». Sul campo centrale di Wimbledon, un ragazzotto australiano di origine greco-ortodossa lascia cadere la racchetta per terra e si accarezza con le mani la testa rasata. A 19 anni, ha appena battuto il numero 1 del mondo Rafael Nadal. Nel mondo del tennis, è nata una nuova stella.

Se parli di calcio con dieci persone e chiedi loro di pensare a un Paese, in nove ti daranno la stessa risposta: Brasile. Così come viene naturale citare la Nuova Zelanda se stiamo parlando di rugby o gli Stati Uniti se il discorso si sposta sul basket o sul baseball. Ma quale paese abbinereste alla parola “tennis”? Quale nazione può definirsi la patria dello sport con la racchetta? Ecco, qui il gioco si fa più difficile. La risposta, in questo caso, non potrà essere immediata. Ma tra quegli ipotetici dieci ci sarebbe chi, magari tra i più attempati e con più anni di tennis alle spalle, ti risponderebbe senza esitazioni: Australia. E dar loro torto non sarebbe per nulla facile.

Non è una questione di brevetto, di chi abbia inventato il gioco. Come per il calcio e il rugby, infatti, anche il tennis lo dobbiamo agli inglesi. L’idea venne a un ufficiale dell’esercito britannico, il maggiore Walter Clopton Wingfield, che nel 1874 battezzò alla Camera dei Mestieri di Londra un nuovo gioco. Mutuò le regole un po’ dalla pallacorda e un po’ dallo squash e diede vita al tennis. In realtà, Wingfield chiamò il suo gioco con il nome greco sfairistiké: letteralmente, «giocare a palla». La parola tennis la scelse un politico inglese, e non proprio uno marginale. Trattasi di Arthur James Balfour, un nome che dice poco ai più ma moltissimo agli esperti di Medio Oriente: è lui, da ministro degli esteri, a firmare la famosa “Dichiarazione Balfour”, con cui nel 1917 la Gran Bretagna afferma di vedere con favore l’insediamento di una comunità ebraica in Palestina.

In pratica, il tennis si chiama così grazie all’uomo che ha scritto il primo capitolo della guerra tra Palestina e Israele.

In quell’epoca, diciamo fino alla prima guerra mondiale, il tennis era uno sport terribilmente elitario. I primi tornei del Grande Slam, di fatto, altro non erano che una disputa tra i rampolli delle più ricche famiglie di Regno Unito, Stati Uniti e Australia. Qualcosa cambia all’indomani della Grande Guerra quando il tennis – pur rimanendo un’esclusiva delle classi più alte – comincia a estendersi nel resto d’Europa e poi anche in Sudafrica e in alcuni paesi dell’Asia. Nel 1939 la Coppa Davis, la massima competizione mondiale per tennis a squadre, arriva a contare la partecipazione di 27 paesi. Ci sono persino Cuba e le Filippine. La vince, ovviamente, l’Australia.

Aprile 1922, Sir Arthur Balfour (1848 – 1930) intento a giocare al suo tennis. (Photo by Topical Press Agency/Getty Images)

Tra il 1950 e il 1967 l’Australia trionfa in quindici edizioni della Coppa Davis. Vincono praticamente ogni anno e lo fanno sempre con giocatori diversi. Lew Hoad e Frank Sedgman, Neal Fraser e Rod Laver, Fred Stolle e Roy Emerson. Ogni tre o quattro anni la coppia di singolaristi cambia, ma a vincere è sempre l’Australia. Il Dream Team, la squadra di basket degli Stati Uniti, potrebbe vincere ogni quattro anni l’oro olimpico con almeno tre formazioni diverse. La Nuova Zelanda ha almeno cinquanta rugbisti tra cui può scegliere, indifferentemente, i quindici a cui far vestire la maglia degli All Blacks. In quell’epoca, nel tennis, lo stesso discorso valeva per l’Australia.

Con il ritiro, agli albori degli anni ’80, di Laver, Rosewall e Newcombe finisce quella che potremmo chiamare la golden age del tennis australiano. Quell’incredibile stagione in cui il Dio del tennis scese in terra a distribuire il talento con un volo solo andata per Melbourne. Non si può certo dire, però, che gli australiani non abbiano saputo difendersi anche negli anni successivi. Nel 1987, Pat Cash arriva in finale agli Australian Open e conquista a Wimbledon l’unico slam della sua carriera, dimostrando che nel Paese dei canguri si può ancora gioire grazie al tennis.

Tra la fine degli anni ’90 e gli inizi del nuovo millennio, poi, Pat Rafter e Lleyton Hewitt regalano all’Australia gli ultimi successi. Vincono due slam a testa. Ma sono gli ultimi colpi. Nel 2005, Hewitt perde in semifinale a New York contro Roger Federer: è, a tutt’oggi, l’ultima semifinale di un tennista australiano in un torneo del Grande Slam. Il Paese che aveva dominato il tennis mondiale per decenni si rivela incapace di generare nuovi talenti. Dietro a Hewitt, il vuoto. Per anni. Fino a quando non è arrivato Nick Kyrgios.

Nick Kyrgios
Nick Kyrgios nell’ormai lontano 2015 (foto via Wikipedia)

Nick Kyrgios si presenta al mondo il 1° luglio 2014. Ha 19 anni e sta giocando contro Rafael Nadal gli ottavi di finale di Wimbledon. I malati di tennis lo conoscono già (ha vinto molto a livello giovanile), ma il grande pubblico lo ignora – anche se la vittoria contro Gasquet di qualche giorno prima (10-8 al quinto dopo aver annullato la bellezza di 9 match point) ha aumentato le attenzione su di lui. Nella cornice regale del Centre Court di Wimbledon, Kyrgios entra con un enorme paio di cuffie Beats di colore fucsia a circondargli la testa. Poi comincia a giocare, spara bordate a destra e sinistra e tra un punto e l’altro saltella, ciondola, si mette in bocca la catenina e la risputa fuori.

Poi fa una smorzata facendosi passare la racchetta in mezzo alle gambe, esulta con una piroetta e poi sorride. Poi perde il secondo set e spara una pallata fuori dallo stadio, quando vince il terzo esulta come se avesse stoppato su Lebron, poi fa il break nel quarto e salta su sé stesso due, tre, quattro volte. Poi vince la partita. È il numero 144 del mondo e ha battuto il numero 1. Ma soprattutto è la cosa che c’entra meno con il mondo del tennis da anni e anni a questa parte.

– Qual è stata la cosa più folle che un fan ti abbia mai chiesto?

– «Portogallo, quest’anno. Un fan mi ha chiesto se potessi dargli le mie mutande».

– E tu cosa hai fatto?

– «Beh, ad essere onesto non indossavo mutande».

Nick Kyrgios

Sei mesi dopo si ripete: arriva fino ai quarti di finale agli Australian Open, a casa sua. Non ha nemmeno 20 anni ed ha già raggiunto due volte i quarti in uno slam. Se non perde la testa, l’Australia ha trovato la sua nuova stella. Infatti, perde la testa. Esce fuori l’altro Kyrgios, tutta sregolatezza e niente genio. Perde con avversari improponibili, protesta con l’arbitro, litiga col pubblico. Viene accusato di “tanking”, di giocare male appositamente. All’inizio nega, ma in una partita a Shanghai, contro Mischa Zverev, lo fa in maniera troppo evidente: l’ATP lo multa e gli impone un programma di assistenza con uno psicologo dello sport.


In un’altra partita, contro Wawrinka, durante un cambio di campo dice tra sé e sé: «Mi dispiace dirtelo ma Kokkinakis [un altro tennista australiano] si è fatto la tua ragazza». Le telecamere lo sentono e scoppia un putiferio. Ha 21 anni e un talento sconfinato, che sta buttando via. Dice che non gli piace il tennis, che vorrebbe tornare a Canberra a giocare a basket. Anzi, vorrebbe tornare indietro e cambiare la scelta che fece a 14 anni: non il tennis, ma il basket. Già, il basket.

«Non puoi dire di aver vissuto fino a quando non hai provato a vedere in streaming una partita di playoff NBA sul tuo telefono in Cina».

Nick Kyrgios

In un articolo davvero esilarante che ha scritto per “The Players’ Tribune”, il sito che ospita le riflessioni degli sportivi, Kyrgios ha spiegato le origini della sua passione per la pallacanestro. Il titolo è “Why I Bleed Green” – Perché sanguino in verde, il colore della squadra per cui tifa, o meglio per cui delira, i Boston Celtics. Racconta di quando ha fatto le 3 del mattino nella sua stanza d’albergo a Estoril, in Portogallo, per seguire gara-4 tra Boston e Atlanta, finita all’overtime, in streaming sul cellulare e con il Wi-Fi che andava e veniva («Questa è la mia vita nel tour da tifoso dei Celtics. Il WiFi è una delle mie prime cinque priorità nella vita»).

E poi racconta di lui da bambino, a Canberra, abituato a vedersi le partite NBA appena sveglio, davanti alla tv con la tazza di cereali. A questo punto la decisione tra il tennis e il basket, e la scelta a favore del tennis, dettata più dal talento che dalla passione. Troppo forte per non giocare a tennis. Ma alla racchetta preferirebbe la palla a spicchi e non manca mai di farlo notare. «Ci provo, quando sono in giro a giocare a tennis, a non guardare troppa pallacanestro, i video e le altre cose, per rimanere concentrato. Ma non è facile».

Nel 2009 Andre Agassi ha scritto – con il contributo decisivo del premio Pulitzer J. R. Moehringer – quello che probabilmente è il miglior libro di sport della storia: Open. E ha scioccato tutti con la sua dichiarazione di odio represso e furioso per ciò che l’ha reso grande, il gioco del tennis. Qualche tempo dopo, in un’altra biografia non altrettanto fortunata, Pep Guardiola ha fatto più o meno lo stesso. L’allenatore che con il suo tiki-taka ha cambiato il calcio moderno ha fatto il suo outing: «Odio il tiki-taka».


Eccetto “Open”, naturalmente


Sarebbe come se Einstein rinnegasse la teoria della relatività o se Van Gogh rivelasse che disegnare, in fondo, non è che gli piacesse poi così tanto: ci si può credere o meno. Ma l’odio-amore di Agassi per il gioco è del tutto diverso dall’intolleranza che talvolta denuncia Kyrgios. Agassi era schiavo della sua ossessione: odiava il fatto che amasse il tennis, la sua tossicodipendenza dal gioco. Kyrgios è solo annoiato dal suo talento per lo sport sbagliato. È l’appassionato di filosofia costretto dai genitori a fare giurisprudenza. È il ragazzo che è bravo ma non si applica: gioca a far vedere che sarebbe il più forte, se solo volesse. Ma non gli va.

«La voce più ricorrente e infondata mai sentita sul mio conto è che sono una sorta di, lo sapete, bad boy. Ad essere onesti, sono il più grande mammone che esiste».

Gli piace fare l’incompreso e finisce che non lo comprendono. Buona parte del pubblico lo detesta e la stampa gli appiccica l’etichetta di bad boy. Nulla di più sbagliato. Certo, gli argomenti non mancherebbero: i capelli moicani, le racchette spaccate, il trash talking con Wawrinka (ma del resto il suo idolo è Kevin Garnett). Ma è tutta facciata, maschera, utile per il personaggio. Kyrgios è un finto duro, un bullo mal riuscito: fragile dentro e spaccone fuori. A scuola ti ruba la merenda, ma poi a casa fa quello che dicono i suoi. È, a tutti gli effetti, un mammone.

A metà dell’anno scorso, dopo un periodo in cui non vince una partita nemmeno per sbaglio, si ritrova senza allenatore e senza nessuno che aspiri ad allenarlo. Finisce per girare il mondo da solo con la mamma, come avesse 12 anni. Piccolo inciso: la mamma fa parte della famiglia reale della Malesia, ma ha perso lo status di principessa andando in Australia, dove ha sposato un imbianchino greco, il signor Kyrgios. Stare con lei sembra fargli bene, tanto che torna a vincere e arriva addirittura in finale a Cincinnati. Gli chiedono come sia girare il circuito con la mamma al posto dell’allenatore. Risponde che è contento perché non deve più pagare per lavarsi i vestiti.

«Diversi giocatori la fuori non interagiscono con il pubblico, sono tremendamente seri, ma io credo che questo aspetto faccia parte della mia personalità: io vado là fuori e mi piace intrattenere, fare un po di show».

Nick Kyrgios è semplicemente un incrocio tra un rapper e un giocatore NBA che si è ritrovato a fare il tennista. Il suo essere così personaggio, il gusto per lo show, le conferenze stampa polemiche, le scarpe giallo fluo sono tutti ingredienti che sarebbero perfetti in molti altri sport, ma non nel suo. Non nel civile, raffinato e post-aristocratico mondo del tennis. Alla fine dell’anno scorso, a Praga, si è disputata la prima edizione della Rod Laver Cup, un trofeo ideato da Federer che contrapponeva l’Europa al Resto del Mondo. Sostanzialmente un’esibizione, un torneo evento. Kyrgios è stato scelto per giocare l’ultima partita, quella decisiva, contro Federer, una sorta di finale.

Ha giocato in maniera fantastica, praticamente alla pari, sfiorando la vittoria e perdendo solo al tiebreak finale. A fine partita è scoppiato in un pianto terribile. Aveva appena perso una partita che non contava niente, ma per lui era la finale di Wimbledon. Era inconsolabile. «Ho deluso i miei compagni», ha detto in conferenza stampa. «Quando gioco per me stesso a volte non ci metto il massimo dell’impegno. Quando gioco con questi ragazzi e gioco per qualcosa, come parte di un team, non sto soltanto lì fuori per me stesso. Sto giocando per tutta la squadra». E questo sarebbe un bad boy? Ma per favore: Nick Kyrgios si sente solo un po’ solo.

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