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10 Febbraio

Nino Benvenuti, il mio esodo dall’Istria

Leonardo Aresi

34 articoli
Quando la storia di un pugile si intreccia con quella di un intero popolo.

«Ci sono storie che non si possono dimenticare. La mia è una di quelle. Di un popolo intero. Cacciato, umiliato, calpestato, strappato dalla propria terra senza che nessuno, dico nessuno, abbia alzato un dito per difenderlo. Di un popolo dimenticato, la cui storia è stata oscurata per anni, cancellata dai libri di storia, negata. Solo la forza di chi non ha mai abbassato la testa – di chi, nonostante tutto, ha conservato la propria dignità, di chi non si è mai arreso – ha ridato voce a tutti noi istriani, fiumani e dalmati, anzi italiani. Sì, perché lo eravamo prima e lo siamo oggi. Italiani».

Queste parole, degne di un’italianità antica e poetica, sono il testamento di una vita. Nino Benvenuti viene da lontano. La sua è una straordinaria storia di reazione alle avversità ed eroismo, che merita di essere conosciuta e divulgata. Una storia, forgiata nel sangue e nel sudore, indissolubilmente legata al destino della gente istriana. Durante la brillante carriera pugilistica di cui è stato artefice, infatti, Nino si è caricato sulle spalle il desiderio di riscatto di tutti i suoi fratelli e sorelle: quegli italiani di confine che pagarono più duramente di chiunque altro le terribili conseguenze scaturite dalla sconfitta nella Seconda guerra mondiale. Centinaia di migliaia di persone colpevoli di essere italiane, e per questo sradicate senza pietà dalle loro case. Costrette all’esilio, o alla morte.

Nino Benvenuti: cuore istriano

Oggi, 10 febbraio 2020, nel “Giorno del ricordo”, i pugni di Nino riecheggiano potenti nella nostra memoria collettiva. È come se li potessimo davvero sentire. Martellano, implacabili e commoventi. Non cancellano le lacrime. No, non lo fanno. Ma a quel dramma danno un significato. Sofferenza che si trasforma in un sorriso. Quello di Nino. Smagliante, audace, tenero: così come splendidamente illustrato da Giuseppe Botte nell’opera a fumetto Nino Benvenuti, il mio esodo dall’Istria edita da Ferrogallico. Un racconto caratterizzato da immagini evocative, che affonda nell’intimità dell’ex campione mondiale dei pesi medi. Tavole per comprendere un’esistenza. Tavole che ci permettono di ricordare chi eravamo. È questa la forza dirompente che emerge dai tratti in bianco e nero del giovane Botte, all’esordio assoluto. Coadiuvato da Mauro Grimaldi e dallo stesso Benvenuti, autori dei testi, i suoi disegni fanno rivivere in maniera gentile ed elegante una grande epopea novecentesca.

Impossibile non emozionarsi nel vedere il piccolo Nino diventare uomo tra i vicoli di Isola d’Istria. Gli affetti personali, l’amore per la propria terra, per il mare e il cielo che la benedicono, sono scanditi dal volo dei gabbiani che volteggiano maestosi sopra i pescherecci. Una presenza assidua, quella dei gabbiani, che sembra voler omaggiare la memoria di Hugo Pratt: un altro grande italiano del Nord-Est. Le sue raffigurazioni degli uccelli costieri, infatti, sono iconiche, tanto da aver segnato diverse generazioni di fumettisti. Corto Maltese, ovvero l’alter ego del maestro veneziano, in una delle mille avventure vagabonde che lo vede protagonista afferma:

«Niente è scritto, niente che non si debba riscrivere una seconda volta.»

Ecco, Nino, quando le truppe jugoslave del maresciallo Tito invasero il suo spazio vitale, promise a sé stesso che non sarebbe finita lì. Che il suo spirito battagliero non sarebbe stato schiacciato dai cingoli dei carrarmati. Che avrebbe reagito alzando la testa, con dignità.

Nino in azione sul ring, la sua seconda casa

Le vignette che ricostruiscono quei giorni di violenza e sopruso sono da brividi. Si assistette ad un vero e proprio svuotamento. All’interno della postfazione, curata da Emanuele Merlino, vengono riportate le stime del fenomeno. Nel periodo tra la fine della guerra e il Trattato di Pace del 10 febbraio 1954, il 90% della comunità italiana, equivalente a 300/350.000 persone, abbandonò quel lembo di terra bagnato dall’Adriatico orientale.

Il coraggio di restare in piedi in mezzo alle macerie, di voler sfidare il fato avverso: l’insegnamento di Nino Benvenuti è immortale. Longilineo, asciutto e dalle braccia lunghe: il “ragno”, riprendendo la definizione di Pino Culot, un’istituzione della boxe di quelle latitudini, attraversa la propria adolescenza tra scazzottate in strada con bande di ragazzini slavi e allenamenti all’accademia pugilistica triestina. È qui che, giorno dopo giorno, germoglia il suo talento nel combattimento. È qui che Nino comprende il valore della lealtà, imparando a distinguere tra avversario e nemico.

Distruzione e macerie a Capodistria

La ruvida poesia che accompagna le gesta di Benvenuti è palpabile di pagina in pagina. Boxe e vita si uniscono diventando un tutt’uno. Alle prime vittorie e sconfitte da dilettante segue la parte conclusiva del racconto: le mitiche olimpiadi di Roma del 1960. Dalle ampie e umide visuali del Nord-Est, Botte ci porta tra i palazzi della capitale. Affascinante la ricostruzione del periodo di allenamento nel villaggio olimpico, vissuto all’insegna dell’amicizia, della paura e della speranza.

Speranza, bella e invincibile, che permette a Nino di farsi strada a suon di colpi fino alla finale olimpica dei pesi welter. «Papà, ce l’ho fatta! Ce l’ho fatta!», «Bravo, Nino! Hai vinto anche per noi!» Dopo aver battuto il russo Radonyak, Nino si mette al collo la medaglia d’oro e abbraccia il padre. Sorride. Tra il pubblico c’è chi sventola la bandiera istriana. No, quella vittoria non può cancellare ciò che è stato. Ma gli conferisce un significato: Nino Benvenuti è Leggenda.

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