“Dopo aver visto visto una partita negli stadi di questa generazione non ti va più di andare in quelli obsoleti, perché improvvisamente ti rendi conto che non ha alcun senso pagare un biglietto per raggiungere un posto scomodo, maleodorante, pericoloso e dove magari ti serve anche un binocolo per capire che cosa sta succedendo in campo. Conosco l’obiezione nostalgica: così si trasformano gli stadi in teatri ovattati per spettatori in giacca e cravatta che pretendono di bere l’aperitivo prima del fischio d’inizio, di cenare nell’intervallo e di scambiare amabilmente due chiacchiere alla fine. Ecco sì. Abbasso l’epica dello stadio come una voltan e Forza Teatro”.

 

Questa è la conclusione dell’editoriale “prepartita” scritto da Cristian Rocca, per il numero di maggio e giugno della rivista “Undici”. In primis, queste parole suscitano una crisi di riso amaro,  tuttavia meritano anche una reazione meno fisica e superficiale. Tralasciando l’ipocrisia di una testata che sovente pubblica fotoreportage da settori decisamente popolari, sparsi in giro per il globo, e che tra gli sponsor presenta un marchio, divenuto storico simbolo di un modo di andare alla partita in maniera non proprio conforme alla morale comune, adesso noi vogliamo entrare a gamba tesa!

 

Manchester, 1980. A noi di vedere la partita ci interessa il giusto (foto Duncan Raban/Allsport/Getty Images)

 

Non conosciamo personalmente l’autore, ma il fatto che elogi l’atmosfera dello stadio del Sassuolo qualche riga più in alto, ci fa quantomeno dubitare della sua esperienza di “girastadi”. Come abbiamo raccontato in una recente intervista, lo Stadio Città del Tricolore, o Giglio (risparmiateci il “Mapei Stadium”), in versione neroverde, presenta lo stesso scenario del deserto del Gobi a mezzogiorno. Per di più buona parte del sostegno sassolese, quantomeno la sua frangia più calorosa, ha abbandonato l’azienda calcistica della famiglia Squinzi, rea di aver sradicato la squadra dalla sua originaria, seppur piccola, realtà.

 

 

In seguito, traendo spunto dall’episodio in cui alcuni tifosi del Tottenham sono stati banditi dal New White Harte Lane per essersi rifiutati di seguire la partita seduti, un gongolante Rocca inizia il suo contributo spiegando a noi, poveri imbecilli, che “il problema è che gli stadi nuovi non possono convivere con il tifo organizzato di una volta, ovvero con gli ultrà”. Non sappiamo su quali evidenze empiriche sia maturata tale sentenza, piuttosto, diciamo che alle nostre latitudini non si sopporta più il tifo verace e sanguigno e si vorrebbe ridurre il cosiddetto “fattore campo” ad un ricordo di tempi barbari. Come se gli episodi di violenza in occasione degli eventi sportivi, non esclusivamente calcistici, si siano verificati soltanto dagli anni Settanta in poi.

 

I veri problemi sono altri, e se ne sono accorti anche i sudditi del modello inglese… (foto Julian Finney/Getty Images)

 

Chi scrive proprio non capisce come si possa paragonare l’esperienza provata allo stadio con le emozioni suscitate dal teatro; il dubbio non concerne né la qualità, né la quantità, bensì le dinamiche psicologiche ivi implicate. Banalmente, nel primo caso l’appassionato partecipa alle sorti della sua squadra sul campo, immaginando di poter influenzare il risultato finale tramite il suo sostegno. Tale sentimento è un carattere che risale agli albori del pallone, anticipando e prescindendo dall’appartenenza ai gruppi organizzati. Invece, potremmo affermare che nessuno degli spettatori seduti in platea, oppure nel loggione, abbia mai pensato di poter incidere sulle prestazioni degli attori durante la rappresentazione artistica.

 

 

Nella società odierna lo stadio è rimasto uno dei pochi luoghi ad aver mantenuto una valenza emotiva e non si può rinnegare questo carattere. La prossima volta che passate di fronte al vostro campo, provate ad assecondare il flusso di ricordi e sensazioni che vi suscita la sua vista. Sugli spalti siamo stati arsi dal sole e colti dalla furia di Giove Pluvio, battendo i denti per il freddo oppure implorando Madre Natura per una tregua dalla calura. Abbiamo condiviso la totale empatia con l’amico di sempre, così come con un perfetto sconosciuto. Eternamente bambini, siamo passati dall’estasi allo sconforto, manifestando per giorni gli effetti di questa febbre dell’anima. Non possiamo spiegare ai profani quello che proviamo ogni volta che la palla sta per gonfiare la rete avversaria. No, non per non il gol, viviamo per gli attimi che lo precedono. 

 

 

Le emozioni provate dal divano non sono affatto comparabili, e risparmiateci “i brividi” delle imbellettate tribune vip lounge bar. Nessuno svago, nessun intrattenimento, allo stadio si soffre terribilmente e si vive la contesa sportiva in prima persona! Davvero possiamo pensare di cedere tutto questo per una bevuta a bordo campo, “in giacca e cravatta”? Lasciateci celebrare la nostra festa, il nostro rito (o quel che ne è rimasto) e che l’aperitivo vi vada di traverso. Viva lo stadio! Viva il teatro! Abbasso lo stadio “teatro”!