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10 Giugno

La banalità ha (sopran)nomi e cognomi

Alessio Nannini

3 articoli
Dal Gallo a Supermario, da Ivan il Terribile a Lorenzo il Magnifico.

Non se ne può più di tante cose, e tra le più facete, ossia fra le meno importanti nella vita, spicca la telecronaca delle partite di calcio. Sembra esserci una febbre che impoverisce la fantasia e la proprietà lessicale dei giornalisti, manifesta in tutto il suo disturbo nell’uso anzi nell’abuso del chiamare i calciatori con i loro nomignoli. Spessissimo. L’apice di questo è nella rappresentazione di Andrea Belotti, ormai incatenato a una specie di allegoria a cui il giocatore stesso diede inizio, facendo a ogni sua marcatura il gesto della cresta di un gallinaceo. Da allora, e siamo ai tempi del Palermo, quindi a momenti un decennio fa, il centravanti della Nazionale è per tutti, forse pure per sua madre, Ilgallo Belotti. Tutto attaccato. Tutto insopportabilmente attaccato.

Non c’è telecronaca o commento tecnico che smetta di ricordarci che Belotti è Ilgallo, a volte Ilgallo e basta.

Esempi sparsi: «Passaggio filtrante a cercare Ilgallo» o «Va sul dischetto Ilgallo» e basta così, perché altrimenti ci prende l’aviaria. I peggiori (o i migliori, se siete ghiotti frequentatori di KFC) abbiamo notato che sono due, equamente uno per rete televisiva: Alberto Rimedio di RAI Sport e Antonio Nucera di Sky. Quest’ultimo, non una delle primissime voci e per questo messo a descrivere le azioni del Torino, sfiora il 100% nel rapporto appellativo-cronaca, e appunto perché avvezzo a seguire i granata gli si potrebbe concedere la confidenzialità del soprannome se ogni tanto lo chiamasse Andrea, o semplicemente Belotti. Macché.


Per Rimedio il discorso è diverso. Lui è stato eletto – aspettiamo un’epifania per capire il perché – voce di accompagno degli azzurri, e ha preso talmente in lettera il compito che riesce a produrre un flusso di parole senza soluzione di continuità, dall’ingresso delle squadre in campo al passaggio definitivo della linea allo studio (dove finalmente noi sospiriamo) ovvero sta sempre a parlare, una logorrea che neppure un’allegra comare di Windsor. È capace di fare la telecronaca di sé stesso che fa la telecronaca: il metatelecronista. Così “Ilgallo Belotti” finisce in un torrente di sillabe, si riduce a una sequenza ripetuta nel DNA, insomma scegliete voi l’immagine che più aderisce a questo assillo.

Ma a monte della questione sta l’assoluto impoverimento formale e lessicale del racconto del calcio in televisione.

Vogliamo giusto accennare altri aspetti pure venuti a noia come il tifo sguaiato sulla base del numero di appassionati di una squadra o dell’altra in potenziale collegamento (si ascolti l’urlo alla rete di Rrahmani e il quasi sussurro a quella di Faraoni nell’ultimo Napoli-Verona, su Sky) e il bisogno di dire che qualsiasi cosa si veda sia eccezionale e straordinaria: entrambe code della riduzione del calcio a merce che quella rete ci fa la meraviglia di vendere – un prodotto eccezionale e straordinario, continuate ad abbonarvi! – sicché, per un Sandro Viola o un Gianni Brera di una volta, maestro di spiritosaggine il primo e di mitopoiesi adattata al pallone il secondo, si è arrivati al Maurizio Compagnoni de «Il San Paolo è una bolgia!» durante una rimessa laterale di Hysaj e al Daniele Adani della “garra charrua” spolmonata per una inzuccata di Vecino, effimera a classifica finale fatta.

Niente più “Abatino” (Gianni Rivera) o “Rombo di tuono” (Gigi Riva). E se oggi un De Laurentiis diviene ADL, almeno una volta Berlusconi era “Il Cavaliere” – soprannome sempre coniato da Gianni Brera.


Della povertà nell’immaginazione, dicevamo. Nessuno che in quindici anni sia riuscito a trovare un appellativo degno ad Antonio Cassano, che al massimo è stato Fantantonio, quindi praticamente un personaggio della Melevisione. Poi la sfilza di soprannomi prestati dalla storiografia: sei Insigne e ti chiami Lorenzo? Allora sei “il Magnifico”. Perisic di nome come fa, Ivan? È anche slavo, quindi sarà certamente “il Terribile”, e ancora Adriano “l’Imperatore”, ed El Shaarawy che, essendo nato a Savona, è “il Faraone”. Quindi un evergreen dall’immaginario ludico: Balotelli Mario? “Supermario”, come già Mario Monti e Mario Draghi. Da strozzarsi.

Resta poi insoluta la ragione della familiarità con cui si rivolgono a Gianluigi Donnarumma usando il nomignolo di Gigio.

Il portiere pare a volte e giustamente non gradire, non essendo lui un topo antropomorfo. Eppure quelle due sillabe, gi-gio, sembrano dare al parlante una bella compiacenza. Ci ricordano quelli che ti incontrano per strada e salutano offrendoti il gomito, e li vedi sorridere al gesto ma dagli occhi, perché la bocca è nascosta da due mascherine. Su questa arrogata confidenza Alberico Evani ci fece il titolo della sua autobiografia: “Non chiamatemi Bubu”. Evidentemente, invano.

A bene sentire, soltanto la radio (RAI) riesce a salvare la dignità del racconto calcistico: qualche licenza e poche parzialità se non di patria, soprannomi q.b. e zero protagonismi. Che sia per la mancanza di immagini o perché il radiocronista tende all’umiltà più di un collega della televisione (questione di messa in piega) chissà, fatto è che Tutto il calcio minuto per minuto è a nostro avviso la sola riserva di piacere in questa disciplina sempre più offesa, depressa da Superleghe e procure varie.


E si veda infatti come il cosiddetto “spezzatino”, ultimo piatto nel menù dello scempio, ci vada a togliere questo residuo piacere. Alfredo Provenzali, classe 1934, dieci anni fa aprì interrogandosi sul futuro della trasmissione con due versi di Trenet: «Que reste-t-il de nos amours, que reste-t-il des ces beaux jours». Bando alla nostalgia, d’accordo, ma anche alle menzogne. Pizzul, ci manchi.

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