Le battute iniziali del match sono state proprio ciò che ci aspettavamo: Bayern Monaco che fa la partita, tentando di ribaltare il risultato dell’andata (1-2 del Real all’Allianz Arena). Ancelotti può schierare Robert Lewandoski dal primo minuto, e con buona pace di Thomas Müller la differenza si vede fin dai primi minuti. I bavaresi hanno un punto di riferimento centrale, ma la palla circola lenta a centrocampo, dove la coppia Xabi Alonso-Thiago Alcantara gioca una delle peggiori partite stagionali. Robben e Ribery, sugli esterni, creano lampi di gran calcio, senza però mai incidere realmente sulla partita, almeno fino al rigore procurato dall’olandese. Il Real, dal canto suo, quasi invita il Bayern a entrare con tutti gli effettivi dentro la propria metà campo, producendo poco e male un gioco che quando viene fuori è più lo specchio della mostruosa qualità individuale che non del lavoro del suo allenatore. Questo aspetto, a metà gara, appare palese. Quel che non ci aspettavamo, considerato il risultato dell’andata, era un Zidane attendista. Il Real gioca in Europa – diciamo pure in Liga – con lo stesso atteggiamento sicuro e a petto in fuori, ma umile allo stesso tempo, della Juventus in Serie A. Ci sono momenti in cui è provinciale, altri in cui è la squadra più forte al mondo. Alla fine dei giochi, nonostante tutto, i blancos realizzano un rotondo 4-2 al Bernabeu – aggregato totale di 6-3. Chi confidava – come il sottoscritto – nella solidità delle due formazioni, specie da parte del Bayern, è stato quindi deluso. Due squadre lunghe per ampi tratti della partita, tanti errori tecnici (forse dettati dall’intensità, se vogliamo essere buoni) e tattica quasi assente. Se dai tedeschi questo squilibrio tra difesa, centrocampo e attacco è stato a lungo andare sintomatico, visto il risultato della settimana scorsa, dal Real Madrid ci si aspettava altro. Ecco il sottile limite che divide le aspettative dalla realtà dei fatti. Da una squadra così attrezzata, come non aspettarsi anche un bel gioco? Se non un bel gioco, quantomeno una prova di forza. Ma Zidane ci nasconde un segreto: tra il palmarès del Real Madrid negli ultimi tre anni (dal 2016 sotto la guida di Zizou) e il merito che ad essi si fa risalire corre un abisso inspiegabile. Quasi inspiegabile. A tal proposito, parlare di errori arbitrali – a favore del Real – è cosa tanto scontata quanto fastidiosa, nonostante la sottolineatura dello stesso Ancelotti. C’è da dire che Kassai ha mostrato di non essere pronto per un quarto di finale così importante. Due goal del Real viziati da fuorigioco, l’espulsione di Vidal che arriva ingiusta e con ritardo (era forse punibile l’intervento precedente su Casemiro), il fallo da rigore del brasiliano su Robben senza doppio giallo e il giallo mancato allo stesso centrocampista nell’occasione di un brutto fallo ai danni dell’olandese.

Vidal indica il pallone dopo essere stato espulso. L'errore di Kassai è gravissimo

Vidal indica il pallone dopo essere stato espulso. L’errore di Kassai è gravissimo

Insomma, ci aspettavamo una partita combattuta, tecnica e tattica: non è stato così (le emozioni sono uscite fuori dai buchi neri conseguenti ai tanti errori). Gli episodi singoli hanno condizionato – nel male e nel bene, vedasi la tripletta di CR7 – il passaggio del turno. Soprattutto, non è uscita da questo quarto di finale una vera anti-Juve. Il Real Madrid arriva, per il settimo anno di fila, tra le prime quattro d’Europa. In due occasioni ha vinto la Champions League (entrambe con l’Atletico, che passa sul Leicester nell’altro quarto di finale). Vorremmo chiudere gli occhi, e pensare che sia tutto un brutto sogno: ma questa è la cifra del calcio odierno. Con quanto merito (reale) il Real Madrid può dire di essere una delle squadre più forti al mondo? Il gioco è quasi del tutto inesistente, ma i campioni fanno la differenza. Nei due esterni di difesa – uso il termine esterni non a caso – il Real non ha rivali: Marcelo a sinistra e, soprattutto, Carvajal a destra. Se per il primo l’azione sul goal del 3-2 – con assist a Ronaldo, partito in fuorigioco – è la dimostrazione di come quel ruolo e quel nome (terzino) gli stiano stretti, per Carvajal andrebbe aperto un capitolo a parte. Nessuno come lui abbina qualità, grinta e grandi abilità difensive nel solo ruolo che gli è chiesto di ricoprire. I suoi cross sono stranissimi; spesso la palla viene colpita a metà tra l’esterno e la punta – vedasi ieri il tiro su cui Neuer compie un miracolo (che Kassai non considera) e quel calcio al volo sul quale il tedesco respinge male pescando i piedi di Sergio Ramos (salverà Boateng sulla linea). Andando ancora indietro nel tempo, ma non di troppo, l’assist a Benzema per il momentaneo 1-1 tra Real Madrid e Napoli è alchimia da PlayStation. Nella serata, poi, in cui il centrocampo (di entrambe le formazioni) gira poco e male, il guizzo di due campioni fuori dal tempo indirizza definitivamente il passaggio del turno dalla parte dei bianchi. Due giocatori che, a ben guardare, hanno sempre messo la firma nei momenti decisivi. Il ciclo d’oro dei Galacticos conserva una targa a parte sulla cui incisione compaiono due nomi: Sergio Ramos e Cristiano Ronaldo. Sul primo, inutile insistere: un difensore capace di andare in doppia cifra nella sola stagione 2016/17 parla da solo. Capitano e guida del Real Madrid, ha tirato fuori dai guai la sua squadra in tante occasioni, iniziando da quel Real – Atletico di ormai tre anni fa, in cui spezzò il sogno dei Colchoneros all’ultimo respiro da corner (il resto è storia). Cristiano, dal canto suo, sa come elevare la sua figura leggendaria a spirito posato in campo: per un intero match non tocca una palla, e quel poco che combina sembra avere del negativo. Poi, in un attimo, due goal a Neuer e partita ribaltata all’Allianz (con annessa qualificazione in tasca, già dall’andata).

I due tenori del Real festeggiano con Marcelo il goal del 3-2

I due tenori del Real festeggiano con Marcelo il goal del 3-2

Al Bernabeu, ieri sera, situazione quasi identica: Zidane opta per l’ingresso di Marco Asensio (poi entrerà anche Lucas Vazquez), rimanendo con un riferimento “atipico” in avanti. Se quell’anomalia si chiama Cristiano Ronaldo, e soffri terribilmente per mettere dentro il pallone, hai già vinto la partita: 1-1 su colpo di testa, da attaccante puro – dimensione che, tra l’altro, si adatta benissimo alla sua attuale condizione. Il Bayern passa ancora, 1-2 su clamoroso autogoal di Sergio Ramos, e tutte le certezze sembrano cadere. Ti chiedi come sia possibile, da uno come lui, scrivere la storia al contrario. Neanche a pensarci, ti stai sbagliando. Una piccola pausa, quella tra la fine del match e l’inizio del supplementare, basta a rimettere le cose a posto. Proprio Sergio Ramos (15’ del primo tempo supplementare) scodella un assist che pur viziato dal fuorigioco non toglie nulla alle abilità tecniche del capitano del Real Madrid: Cristiano non può che accoglierlo a braccia aperte. 2-2 e qualificazione nuovamente dalla parte di Zidane. L’ingresso di Müller, al posto di uno Xabi Alonso irriconoscibile, non cambia la morale della fiaba. Il racconto ha come protagonista Cristiano Ronaldo, non può essere altrimenti: tripletta (chiuderà Asensio con un gran goal, per il finale 4-2) e cinque goal in un quarto di finale. Cinque volte insaccato Neuer. La sfida tra titani la vince ancora una volta lui. Quello che possiamo dire di Ronaldo è tutto e niente. Quando pensi che non sia la sua giornata, stai cadendo nel buio. Come quando senti piovere e girandoti vedi spuntare il sole. Il Real Madrid è, essenzialmente, Cristiano Ronaldo. Con il gioiello di Madeira lasciarsi ingannare non è difficile. Se rivedessimo la (sua) partita altre cento volte, comunque non riusciremmo a spiegarci come abbia fatto a metterla nel sacco in tre occasioni. Dobbiamo essere pazzi. Se un giocatore sembra al crepuscolo della propria carriera e mentre tramonta realizza cinque goal nei quarti di finale di Champions League, lo scherzetto è dietro l’angolo. Probabilmente la terra sta girando intorno al portoghese; il sole tramonta, ma poi il mattino dopo è lì ad aspettarti.

CR7 si porta il pallone a casa. Tripletta contro il Bayern Monaco

CR7 si porta il pallone a casa. Tripletta contro il Bayern Monaco

Qui arrivano, per la Juventus, le buone notizie. Se qualcuno, vedendo un risultato così ampio del Real sul tanto temuto Bayern Monaco, dovesse cedere alla tentazione di dire: “Ma è pur sempre il Real Madrid, in un modo o nell’altro sono sempre lì” io risponderei che si sta dicendo in parte la verità, in parte no. Si dice la verità perché la formula Zidane, che in realtà o non esiste o è ben nascosta, continua a produrre risultati mostruosi. Risultati che non sembrano aver placato la voglia di rimettersi continuamente in gioco – da questo punto di vista, soprattutto, ha invece molto deluso il Bayern Monaco, mostrando più presunzione che fame. In un discorso del genere, però, si inserisce la Vecchia Signora. Nessuna squadra, come lei, può davvero eliminare il Real Madrid. Per caratteristiche, tecniche e mentali, immagino un ipotetico scontro tra queste due come una partita a dama. Non parlo qui dell’organizzazione in campo, quanto più dei duelli singoli. Ho detto dama, non scacchi. Le pedine sono tutte della stessa forma. Alex Sandro-Marcelo, Dani Alves-Carvajal, Casemiro-Khedira, Higuain-Benzema, Sergio Ramos-Bonucci. Non spingiamoci troppo oltre, aspettiamo intanto il verdetto dal Camp Nou. Il concetto chiave che vuole uscire da questa conclusione è che se fossi un tifoso (o dirigente) juventino e potessi scegliere tra Atletico Madrid e Real Madrid, indicherei comunque i secondi. Dopo aver visto il doppio confronto tra le due massime potenze del calcio europeo attuali, il verdetto è stato sconvolgente (almeno per i più, me compreso): la vera forza di questa Champions League non è il Real, né ovviamente il Bayern Monaco: è la Juventus di Allegri, e Zidane – che sciocco non è – ha rilasciato a tal proposito una dichiarazione che lascia poco spazio alle interpretazioni. E’ arrivato il momento di prendere contatto col terreno scabro. Nessuno, come la Juventus, abbina fame, psicologia di ferro e talento tutte insieme. Il Real Madrid ha due di queste qualità: psicologia di ferro e talento, ma non fame – almeno, non la fame che la Juventus ha messo in scena contro il Barcellona. Credo che su questo, più che un fattore individuale, abbia un suo peso l’alternarsi delle stagioni. La Vecchia Signora non vince la coppa dalle grandi orecchie da ventuno anni, il Real ne ha collezionate forse troppe. La partita di oggi, per i bianconeri, dovrà essere la controprova del nostro modo di vedere il calcio. Una cosa soltanto è rimasta, di Real – Bayern: l’Europa non ha più un vero padrone.