Il MetLife Stadium di East Rutherford, nel New Jersey, è lo stadio ospitante le partite interne sia dei New York Giants che dei New York Jets, entrambe squadre di football americano. Nel 2013 ha ospitato la ventinovesima edizione di WrestleMania ed un anno più tardi il Super Bowl; col gioco del calcio ha sempre avuto poco a che fare. Eppure la sera del 26 giugno 2016 è stato teatro di un evento rimasto stagnante nella mente di tutti noi, che difficilmente andrà via, come quando cerchi di togliere il fango dai pantaloni ma il risultato è quello di ingrandire la macchia. Al termine della finale della Copa América Centenario, vinta dal Cile ai calci di rigore, Lionel Messi, ancora frastornato, annuncia davanti ai microfoni il suo ritiro dalla Nazionale albiceleste. Quando si avvicina al giornalista ha sul volto un sorriso straziante, obbligato, che poi si trasforma in un’espressione seria e rassegnata quando inizia a parlare:

“La Nazionale è finita per me. Ci ho provato, ho combattuto ma è la quarta finale che perdo, la terza di seguito. Mi fa male, volevo vincere un titolo ma è evidente che non è per me”.

Le sue parole, quando afferma che vincere un titolo non sia fatto per lui, suonano come quando un figlio si rammarica coi propri genitori di non essere portato per continuare un determinato percorso scolastico, o di non essere abbastanza abile per poter praticare un certo sport, nella speranza quasi inconscia che questi lo consolino e lo spingano a provarci e riprovarci ancora. La differenza sta nel fatto che Messi non ha alcuna figura che possa far da genitore nella Nazionale argentina. Messi è il leader supremo di una squadra, di un movimento, quello argentino, arrivato ad una fase storica in cui si mostra impacciato, ambiguo; e poi diciamocelo: sentir dire da Messi che lui stesso non sia capace di vincere un titolo suona alquanto grottesco. Se da un lato la rosa è una delle più forti mai viste per una Nazionale, dotata di un potenziale offensivo esplosivo, dall’altro ci si presenta una federazione allo sbando, tecnici che non si sono mai dimostrati capaci di condurre una squadra con certe ambizioni. I restanti giocatori (autentici fuoriclasse, in alcuni casi) la cui indole è stata quella di aggrapparsi a Messi, deresponsabilizzando se stessi.

Messi e Maradona a colloquio, ai tempi di Diego allenatore

Messi e Maradona a colloquio, ai tempi di Diego allenatore

Il puzzle che ne viene fuori è quello di una Nazionale capace di arrivare sempre a novanta minuti da poter vincere qualsiasi torneo internazionale, per poi mancare fatalmente l’appuntamento finale. Questo provoca una paura ancestrale nei giocatori ogni qualvolta essi si trovano vicini ad alzare al cielo un trofeo, che manca ormai da ventiquattro anni, quando l’Argentina vinse la Copa América nel 1993. Perché se vincere aiuta a vincere, allo stesso modo perdere aiuta a perdere. Eppure le premesse c’erano tutte, avendo Messi vinto già da giovane i primi trofei con la maglia della Selección. Nel febbraio del 2005, l’allora quasi diciottenne Lionel conquista la medaglia di bronzo con la sua Argentina nel Campionato sudamericano Under-20. L’appuntamento più importante, quell’anno, si disputa però fra giugno e luglio, quando nei Paesi Bassi si tiene il Mondiale di calcio Under-20. Il cammino dell’Argentina è più tortuoso di quello che ci si possa attendere, ma porta comunque alla conquista dell’oro. Messi risulta essere il
capocannoniere con sei goal – tra cui due segnati nella finale contro la Nigeria – vincendo la Scarpa d’oro ed il Pallone d’oro del Mondiale, che gli valgono la convocazione con la Nazionale maggiore. L’esordio è controverso, come a voler annunciare quello che sarà il rapporto tra Messi e la Nazionale argentina. Il 17 agosto 2005, a Budapest, si gioca l’amichevole Ungheria–Argentina. A metà del secondo tempo Lisandro Lopez viene sostituito dal numero diciotto, Lionel Messi. Dopo appena quarantatre secondi dal suo ingresso in campo rifila una gomitata ad un difensore ungherese mentre questo cercava di fermarlo in pressing. L’arbitro, che era a due passi dall’episodio, non ha dubbi: cartellino rosso. Messi si siede in panchina con la testa fra le mani e le lacrime agli occhi: “Non mi convocheranno mai più in Nazionale, è una vergogna”. Ad oggi le sue presenze con la Selección sono 117 ed i goal segnati 58. Un anno più tardi viene convocato da Pekerman per il Mondiale di calcio, dove giocherà tre spezzoni di partita subentrando o venendo sostituito, e nel 2007 la sua Argentina si classifica seconda nella Copa América alle spalle del Brasile.

Messi al Mondiale 2010, in Sudafrica

Messi al Mondiale 2010, in Sudafrica

Nel 2008, in Cina, vanno in scena i Giochi Olimpici e la Nazionale olimpica argentina riesce a raggiungere la finale battendo 3-0 il Brasile e vendicando la sconfitta dell’anno precedente. In finale trova ancora una volta la Nigeria, come nel 2005, che sconfigge grazie ad un goal di Di Maria vincendo l’oro. Praticamente gli unici titoli vinti da Messi con la sua Nazionale sono titoli giovanili, sempre vinti con Nazionali minori e mai con la Selección. Il 28 ottobre 2008 Diego Armando Maradona viene nominato nuovo ct dell’Argentina, dandone l’annuncio di persona, accentuando l’epica sull’eredità del calciatore più forte della storia, essendo uno allenato dall’altro, ed aumentando il dualismo tutto popolare tra passato e presente, tra Diego e Lionel. Quando in un pomeriggio torrido di Johannesburg chiedono a Maradona un’opinione sul mondiale giocato da Messi, la sua risposta è questa:

“In questo Mondiale non ho visto un solo giocatore che valga il trenta per cento di Leo. La gente mi chiede se Sudafrica 2010 può diventare per lui quello che è stato per me Spagna ‘82 oppure Messico ‘86. Io dico che lo è già adesso, ha superato i suoi confini ed è pronto per indossare la corona. Ama il suo lavoro. Lo spio quando si ferma a parlare con i più anziani. Con Veron, per esempio, che è un intellettuale del calcio, di pallone ne sa molto più di Messi, che lo ascolta ogni giorno. No, nessuno qui in Sudafrica è arrivato al trenta per cento di Leo”.

Messi, dell’Argentina allenata da Maradona è la stella indiscussa, centro dell’universo attorno a cui i compagni ruotano come satelliti. Nelle prime quattro partite del Mondiale di calcio 2010 arrivano altrettante vittorie e tutte molto convincenti. Ai quarti di finale però la squadra da battere si chiama Germania, e ad essere battuta per 4-0 sarà invece l’Argentina, in una partita dominata in lungo e in largo e per gli interi novanta minuti dai teutonici. Dopo l’esperienza maradoniana, l’AFA – la federazione calcistica argentina – ha sempre scelto di affidare la panchina della Selección a tecnici meno ingombranti, meno carismatici, in modo da evitare di dover correggere il tiro delle loro dichiarazioni. L’esperienza della Copa América 2011 si rivela più fallimentare, come se l’Argentina avesse fatto più di un passo indietro. La Nazionale, ostaggio di un gioco che fatica ad ingranare e lontanissima da un calcio votato all’attacco che cerca di controllare e dominare sempre qualsiasi partita – come dovrebbe essere, vista la qualità dei suoi interpreti – viene eliminata da un efficace e cinico Uruguay nei quarti di finale, al termine della lotteria dei calci di rigore.

Messi e Ronaldo, amichevole datata 2014 tra Portogallo e Argentina

Messi e Ronaldo, amichevole datata 2014 tra Portogallo e Argentina

Quello che avviene a questo punto è un turning-point, un punto di svolta. Messi è ormai la stella mondiale più luminosa, il più grande calciatore della nostra epoca – Cristiano Ronaldo permettendo. Questo lo sa lui, lo sanno i compagni e lo sanno gli avversari. Arriviamo così agli ultimi Mondiali disputati, quelli del 2014 in Brasile. A differenza del precedente torneo internazionale, l’Argentina non dimostra mai una superiorità netta; conclude tutte le partite vincendole con un goal di scarto o ai calci di rigore. Messi si è ormai caricato sulle proprie spalle l’intero peso di una squadra che punta a prendere il posto della Spagna del ciclo degli invincibili. Segna quattro goal nella fase a gironi e serve tre assist, compreso quello per il goal vittoria di Di Maria contro la Svizzera negli ottavi di finale. L’ultimo ostacolo si chiama ancora Germania, nella finale di Rio de Janeiro. La partita è presentata come Germania vs Messi, col resto degli argentini a far da contorno al numero dieci. Se nel primo tempo l’Argentina si dispone in campo con un 4-4-2 in cui Messi gioca da seconda punta alle spalle di Higuain, nel secondo tempo il ct Sabella cambia volto alla sua creatura, disponendo la squadra su di un 4-3-1-2 in cui Messi ha il compito di giocare dietro le due punte e non più da esterno destro. L’idea è quella di creare superiorità numerica a centrocampo dopo il cambio costretto di Schurrle con Kramer tra i giocatori tedeschi e di far agire Messi nello spazio di mezzo fra centrocampisti e difensori avversari, un po’ come è avvenuto nell’ultimo Clasico disputato tra Real Madrid e Barcellona e come aveva già proposto Guardiola quando allenava i blaugrana. La mossa si rivelerebbe anche azzeccata, se non fosse che anziché sfruttare la superiorità numerica a centrocampo al fine di controllare il gioco, i giocatori argentini cerchino di attaccare velocemente la profondità. La partita si protrae quindi fino ai tempi supplementari, quando Gotze, idolo caduto, eroe inaspettato e dimenticato dell’ultimo Mondiale, segna il goal che permette ai tedeschi di alzare al cielo la Coppa del Mondo. La partita di Messi è risultata insufficiente per i parametri a cui ci ha sempre abituati. Sotto sotto ci aspettavamo che da solo riuscisse a riportare un trofeo nella sua Argentina, ma così non è stato.

Messi e Neymar nell'ultimo incontro per le qualificazioni a Russia 2018

Messi e Neymar, amici e nemici: Argentina-Brasile, qualificazioni a Russia 2018

È solo recentemente che abbiamo potuto osservare sprazzi di un Messi barcelloniano con la maglia albiceleste ed un gioco più creativo ed offensivo della stessa Nazionale argentina. Con gli ultimi due tornei della Copa América, quello del 2015 e quello del Centenario, un anno dopo, abbiamo visto in campo una qualità di gioco mai vista prima da Messi e compagni argentini, la quale rischia però risulterebbe vana in caso di un mancato successo a breve termine. Soprattutto, dobbiamo chiederci cosa significhi bel gioco. Il bel gioco è forse quando i giocatori riescono ad interpretare alla perfezione le indicazioni tattiche del loro allenatore, siano esse anche indicazioni difensive o di catenaccio, oppure è più semplicemente una serie di passaggi tra le linee riusciti, sovrapposizioni offensive, l’attaccare e dominare la metà campo avversaria? Una cosa è certa: qualsiasi cosa sia il bel gioco, per venir ricordato deve produrre risultati, come è avvenuto ad esempio nel primo Barcellona di Guardiola, dove, tra l’altro, il faro era sempre Lionel Messi. Le due Copa América di cui stavamo parlando sono terminate entrambe alla stessa maniera: vittoria in finale del Cile ai danni dell’Argentina, sempre al termine dei calci di rigore. Il problema in queste due finali è sembrato più di testa che di gambe. Come dicevamo inizialmente, Messi e l’intera Argentina sono apparsi intimoriti all’atto finale, come se non reggessero il peso di essere obbligati a vincere. Come se i giocatori argentini crollassero una volta che Messi si fosse trovato in difficoltà, magari proprio quando lui stesso – per una volta – era bisognoso di aiuto. Quello che tutti si son dimenticati è chi ha portato la Selección a giocarsi l’atto (e gli atti) finale (finali). Quaranta giorni dopo aver annunciato il suo ritiro dalla Nazionale, Messi torna sui suoi passi dando disponibilità ad una eventuale convocazione del ct.

Messi maledetto in Seleccion: qui dopo la finale del 2015 contro il Cile

Messi maledetto in Seleccion: qui dopo la finale del 2015 contro il Cile

Nel cammino verso il Mondiale di calcio 2018 in Russia, nelle qualificazioni Sudamericane, è incredibile il rullino di marcia della Selección con e senza Messi. Nella prima metà, senza Messi, l’Argentina ha disputato sette partite vincendone una, pareggiandone quattro e perdendone due. Nella seconda metà, con Messi in campo, ha invece disputato sei partite vincendone cinque e perdendone soltanto una. La conclusione che ne viene fuori parla per la Pulga: l’Argentina non perde le finali per colpa di Messi, ma arriva a giocarle grazie a lui. Che esistano, tutt’oggi, detrattori di Messi è un dato che fa sorridere, ed anche tra i tifosi argentini c’è chi ancora la pensa così, anche alla luce del fatto che Messi non è mai stato el jugador del pueblo, ruolo che invece è sempre spettato a Tevez. Gli stessi tifosi argentini possono però tirare un sospiro di sollievo perché recentemente la FIFA ha accolto il ricorso presentato dall’AFA contro le quattro giornate di squalifica inflitte alla Pulce per gli insulti rivolti alla terna arbitrale al termine dell’ultima sfida contro il Cile. Perché se esiste un giocatore che non può permettersi di mancare in questo periodo storico per la Seleccion è senz’altro lui. Inoltre, il futuro ct della Selección sarà Jorge Sampaoli, forse la miglior scelta possibile effettuabile dall’AFA, soprattutto se l’ex Sevilla si dovesse dimostrare capace di creare quel legame con la propria stella che non è mai riuscito a creare nessun altro ct, da Batista a Bauza, passando per Sabella e Martino, fino allo stesso Maradona. Il calcio è formato da cicli che prima o poi si chiudono. L’appuntamento è fissato per il 2018 in Russia, dove Messi è chiamato a conquistare una terra che in passato mai nessuno è riuscito a conquistare, chiudendo un ciclo che lo consacrerebbe definitivamente come il più grande di tutti i tempi, elevandolo a divinità. C’è una leggenda che narra di come la struttura fisica del calabrone non gli permetta di volare, ma il calabrone non lo sa e quindi continua a farlo. Ci piace pensare che Messi non sappia del fardello ingombrante che porta sulle spalle: questo invece, egli lo sa. Ma deve ancora compiersi l’ultimo atto della sua predicazione.