Di calcio si parla tanto e se ne scrive di più, talvolta toccando vette stilistico-culturali di un certo livello. Si scrive di qualsiasi cosa: si mette sotto il microscopio la vita sportiva di un atleta, si raccontano gli aneddoti della storia centenaria di qualche club blasonato, si tagliano con il bisturi le azioni di una partita, i gesti emblematici di un campione. Si buttano giù migliaia di caratteri per cercare di interpretare l’ultima moda tecnica o il labiale di un calciatore scappato all’occhio umano; si tira la coperta del dibattito politico sui piedi dei calciatori cercando in loro la spinta ideologica persa dai politici di professione.

 

 

Si scrive in maniera competente e seria di quasi di tutti gli aspetti che orbitano intorno al pianeta calcio, ma da questa grande narrazione collettiva viene escluso il macro tema legato alla nostalgia. Le grandi penne, i fini intellettuali che di calcio scrivono e disputano, l’hanno eletto a nemico giurato: paccottiglia buona solo per accontentare i bisogni di base di una plebaglia indistinta e incapace di intendere la complessità della contemporaneità. Nostalgia come l’oppio dei popoli di marxiana memoria.

 

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Il portiere, diventato ormai un centrocampista (foto di Gareth Copley/Getty Images)

 

 

Non c’è spazio per approfondire: l’orda nostalgica è esclusivamente riconducibile al variopinto mondo di maglie tarocche con i nomi più improbabili che, una volta all’anno – prima della sciagura del COVID –, si ritrova in qualche stadio di provincia per assistere a un’inutile partita tra vecchie glorie. La nostalgia solo come idolatria di Cleto Polonia o Dario Hübner, al massimo buona per strappare un sorriso di circostanza, di compatimento più che altro.

 

E invece – lasciando perdere la nota e pacchiana pagina Facebook che tutti noi conosciamo – dietro la nostalgia, in filigrana, si intravede un’umanità di appassionati che si sente lontana dal calcio attuale. Abbandonata.

 

Amano alla follia questo sport ma non riescono più a essere in sintonia con esso. Non riescono a sentirsi a proprio agio in un universo pallonaro in continua espansione: si sentono sballottati da un calendario che, come successo per la 23esima giornata di campionato, è in grado di spalmare 10 partite in 10 orari differenti, su quattro giorni, per fini di fruibilità televisiva. Si sentono estranei a un gioco che ha perso gran parte dell’imprevedibilità figlia della natura umana, messa al muro da un apparato tecno-inquisitorio che analizza ogni movimento, ogni espressione.

 

 

Si sentono avulsi da un sistema che ben prima della pandemia, tramite il caro biglietti e una progressiva gentrificazione degli stadi, li ha costretti al divano. Si sentono sempre meno rappresentati da calciatori che hanno fatto della flessibilità lavorativa la loro forma d’essere: un anno qui, sei mesi là, nella perenne rincorsa al contratto migliore. E a ben vedere, ascoltando i discorsi, leggendo i commenti sui principali social, sono ai ferri corti pure con le ultime trovate in ambito cromatico. C’è una discrepanza tra i loro desiderata estetici in fatto di maglie e pantaloncini e quello che viene restituito nella realtà.

 

 

Tra righe che si sdoppiano, zigzagano, sbiadiscono e colori che s’infiammano di fluorescenze, l’occhio perde il suo orizzonte ideale. C’è un fossato, che diventa ogni giorno più largo, anche in ambito tattico perché il laboratorio calcio evolve in maniera troppo veloce per permettere ai non addetti ai lavori di starci appreso. Così i canonici undici ruoli si moltiplicano in innumerevoli varianti: il portiere vive ormai solo nel ricordo della sua proverbiale solitudine, impegnato a impostare l’azione e a chiudere da ultimo uomo l’azione avversaria.

 

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Già nel 2007 i tifosi del Norimberga ci avevano visto lungo (foto di Thomas Langer/Bongarts/Getty Images)

 

 

Il difensore ha abbandonato ogni velleità di marcatura in favore della pulizia dell’intervento e della sincronia del movimento. Il centravanti ha lasciato l’egoismo sottoporta per abbracciare la manovra collettiva. Tutto legittimo ma difficile da comprendere senza l’esegesi dell’esperto di turno, commentatore o giornalista che sia. Insomma il calcio odierno è un luccicante guazzabuglio che attira gli occhi ma disorienta il cuore, annebbia la mente. Lo guardano in tanti perché non possono farne a meno, perché sono caduti vittima di una dipendenza; altrettanti rimpiangono in un’epoca passata che per quanto mitizzata li riconcilia continuamente con una realtà che non li soddisfa.

 

È qui che si innesta la vituperata nostalgia che agisce come contrappeso emotivo a una situazione di bisogno. D’altra parte, uno dei significati di nostalgia fa riferimento proprio allo “stato d’animo corrispondente al desiderio pungente o al rimpianto malinconico di quanto è trascorso o lontano”.

 

E allora perché continuare a massacrare l’afflato nostalgico che continua soffiare da più parti? Perché segnare una distanza tra chi ha la cultura “giusta” per parlare e scrivere di calcio da una posizione “impegnata” e chi forse in maniera ingenua si “accontenta” di farsi trasportare dalla nostalgia?

 

Perché continuare ad essere snob nei confronti di chi non trova attraente un modello di calcio che ha nella marketing strategy il suo asse gravitazionale? Perché ridicolizzare chi, dal punto di vista tecnico-tattico, preferisce il calcio di una volta, più elementare, a quello odierno? Chi scrive di calcio, soprattutto chi può farlo in maniera colta e raffinata, dovrebbe iniziare a considerare anche questa parte di mondo, a comprenderne le ragioni profonde senza però scadere nel fanatismo o nel macchiettismo. Anche perché, mettendone in ridicolo le esigenze, la nostalgia si radicalizza, e assume la forma parossistica che vediamo oggi.

 

 

Non si tratta quindi di rivalutare le varie operazioni nostalgiche che spopolano su web e social, facendosi promotori di una letteratura nozionistica da album Panini, ma di ampliare la base culturale, cercando di farsi comprendere anche da un pubblico non interessato solo a tematiche “alte”. Ignorare questo aspetto significa proseguire il processo di elitarizzazione in corso, rimanere autoreferenziali e soprattutto mancare l’obiettivo di fare cultura. Il calcio, dicevano quelli più saggi di noi, è un fenomeno sociale; e la società è tutta, non solo la sua “avanguardia” progredita, tra mille virgolette.

 

 

Si manca così la missione di rendere il dibattito culturale realmente popolare, inclusivo e vicino ai bisogni degli appassionati che possono anche essere quelli di rivivere il calcio dell’adolescenza. Non si tratta di disinteressarsi dell’attualità o di ingaggiare un inutile duello con essa, bensì di tener presente che c’è anche una parte di mondo che i conti con la contemporaneità non li vuole fare e preferisce rifugiarsi in altre epoche più o meno lontane. Lasciare questa comunità in balia di organizzatori seriali di eventi nostalgici e di stampatori di magliette replica è un errore grossolano, che porta paradossalmente ad alimentare l’odiata nostalgia.

 

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Il calcio è diventato troppo veloce, in tutti i sensi (foto di Laurence Griffiths/Getty Images)

 

 

Inizino anche gli intellettuali che trattano di calcio a spendere qualche riga per ravvivare lo spirito nostalgico che c’è in ognuno di noi; lo facciano sfruttando le loro capacità, con una narrazione calda e profonda, sincera nel ricordo dei fatti ma consapevole della coltre ingannevole che deposita la nostalgia. E poi in questo periodo strambo in cui abbiamo familiarizzato con indici di trasmissibilità e contagi, varianti e chiusure coatte, c’è più che mai bisogno di una letteratura d’evasione che porti in altri luoghi, in altri tempi, dove tutto sembrava migliore.

 

 

In un momento come questo, raccontare la nostalgia è un lavoro di utilità sociale, e lasciare un simile compito al pressapochismo di alcuni progetti social è un errore strategico che l’intellighenzia calcistica non può permettersi. Perché anche in ambito culturale, da ben prima di quanto accade oggi nel campo da gioco, si inizia a costruire dal basso, soddisfando i bisogni più immediati e intimi degli appassionati, dei lettori.

 

 

Quindi, cari intellettuali che di calcio scrivete e disputate, uscite dal salotto e, tra una critica ponderata al guardiolismo, una valutazione politica delle esternazioni di Ibrahimovic e un’analisi SWOT sul business calcistico contemporaneo, trovate un’oretta per buttar giù qualche riga che tocchi le corde nostalgiche presenti in tutti noi. Ve lo chiedono in tanti, quei tanti che domani potrebbero seguirvi anche quando trattate argomenti più seri.