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Andrea Antonioli
14 Giugno 2021

Il totalitarismo di Novak Djokovic

Andrea Antonioli

80 articoli
Nole contro tutti.

Ieri sul Philippe Chatrier, all’incirca alle cinque del pomeriggio, sembrava stesse calando il sipario su un’era sportiva. Dopo Roger Federer, costretto a ritirarsi dallo Slam francese per preservare il fisico in vista di Wimbledon, e Rafael Nadal, detronizzato a Parigi e che già avanza dubbi sulla sua partecipazione allo Slam londinese, il terzo dei grandi tenori, proprio il regicida di Rafa nonché numero 1 del mondo Novak Djokovic, si trovava sotto di due set contro Stefanos Tsitsipas, il volto più brillante della (ex) nuova generazione. Non certo l’ultimo arrivato, se è vero che nella cosiddetta “Race” (la classifica che valuta esclusivamente i risultati del 2021) il ventiduenne greco precedeva lo stesso Nole sul gradino più alto del podio. Il primo paradosso sta qui: Djokovic, pur meritatamente in svantaggio di due set, non è mai stato davvero vicino alla sconfitta.

Certo, dopo aver perso un primo parziale equilibrato il serbo è stato addirittura surclassato da Tsitsipas nel secondo: fisicamente, tecnicamente e tatticamente (tre aspetti decisamente legati tra di loro). Il greco comandava il gioco, si spostava costantemente di dritto e imponeva il ritmo alla partita: Djokovic al contrario, la cui palla non riusciva a viaggiare veloce, era costantemente in ritardo e in evidente difficoltà fisica; d’altronde sconfiggere Nadal al Roland Garros – appena due giorni prima e dopo quattro ore di battaglia atletica ma ancor prima psicologica – oltre ad essere “un giorno da ricordare per tutta la vita” è anche una garanzia di fisiologico svuotamento.

Djokovic però sale di livello nel terzo set, crescendo in attenzione, intensità e profondità, mentre le gambe e la testa di Tsitsipas cominciano lentamente a cedere. Così il 6-7 2-6 in favore del greco si ribalta in neanche due ore: 6-3, 6-2, 6-4. Game, set and match Djokovic. Ma al di là del match in sé, ciò che ci interessa è il significato di questa vittoria.

Intanto un po’ di statistiche: Nole è il primo giocatore nella storia del tennis – a parte Rod Laver, ma lì valeva “poco” – ad aver vinto tutti gli Slam almeno due volte. Due volte, come quelle in cui ha battuto Nadal al Roland Garros (2015 e 2021), due delle tre sconfitte totali dello spagnolo (l’altra nel 2009 con Soderling). Tanto per rendere il dominio di Rafa sulla terra parigina, qui il maiorchino aveva vinto 13 delle ultime 16 edizioni: 105 vittorie in 108 partite; numeri inimmaginabili, e probabilmente irraggiungibili nei prossimi secoli. Fino a venerdì poi, non aveva mai perso un match 3 su 5 sulla terra in vantaggio di un set: anche questo rende la portata dell’impresa di Djokovic, capace di ribaltare il 6-3 del primo parziale annichilendo Nadal con una delle sue “migliori tre partite in carriera”.

Un riassunto della partita dell’anno: Novak Djokovic vs Rafael Nadal, SF Roland Garros 2021


Novak vince così il suo 19esimo Slam (9 Australian Open, 5 Wimbledon, 3 US Open, 2 Roland Garros) mettendo nel mirino i 20 slam di Federer e Nadal. È da qui che si passa rapidamente dai numeri a qualcosa di più, alla stessa storia di Djokovic: e non è il Nole che manda cuori al pubblico, che parla fluentemente cinque lingue, che ha sempre una buona parola per tutti e si batte per i diritti dei giocatori, soprattutto quelli più “deboli”, ergendosi a sindacalista dell’ATP – ormai nemmeno più della ATP perché ha fondato una sua associazione di giocatori parallela, la PTPA, ma questo è un altro discorso. Non è nemmeno il Nole sorridente, buonista, (pseudo)vegano, pacifista, occidentalizzato e non più nazionalista serbo come ai bei vecchi tempi.

La storia di Novak Djokovic è scritta nei numeri, perché solo con i numeri – e anche questi potrebbero non bastare – può confermare al mondo ciò di cui lui è convinto da sempre: di essere il GOAT, il migliore di tutti i tempi. Non Federer, esperienza mistica applicata al tennis, estasi pura in un intreccio di etica ed estetica secondo il principio classico greco del bello e buono; e nemmeno Nadal, il Prometeo che ha rubato le racchette al Dio per consegnarle agli uomini e alla loro forza sovrumana, e che non a caso quando batte Roger – la maggior parte delle volte – sembra sempre scusarsi per l’iconoclastia. Il migliore è lui, malgrado il pubblico; contro il pubblico, che tifa sempre e sistematicamente per il suo avversario, chiunque egli sia (anche ieri, naturalmente).

Ma che diamine, pensano i pochi tifosi di Nole: lui è l’unico ad aver vinto tutti i Master 1000, e il solo ad aver trionfato due volte in ogni Slam. È il tennista che è stato per più tempo complessivo numero uno del mondo (325 settimane, ancora in corso) per giunta nell’epoca più competitiva di sempre.

Il suo record negli scontri diretti con Roger è positivo (27 a 23) e così quello con Rafa (30 a 28). Numeri anche approssimati per difetto perché Djokovic diventa Djokovic a 23 anni, nel 2011, quando si scopre intollerante a glutine e latticini (non il massimo per uno che è cresciuto mangiando pizza). Ci scriverà su pure un libro, “Il punto vincente” in Italia, ed. Sperling&Kupfer, tanto per far capire che lì inizia davvero la sua carriera: da quel momento 18 dei 19 Slam, la stragrande maggioranza dei trofei e i testa a testa con Federer e Nadal che diventano quasi imbarazzanti: 21 a 10 con lo svizzero, 23 a 12 con lo spagnolo. Praticamente Nole vince due volte su tre quando si trova davanti i due migliori tennisti della sua epoca. Eppure…

Eppure Djokovic non è mai andato giù a nessuno: a Roger e Rafa ovviamente, che non a caso sono diventati ottimi amici e hanno rinsaldato il proprio legame sotto la minaccia del terzo incomodo, quel serbo maleducato ed elastico che ha osato squarciare uno dei più affascinanti duopoli della storia dello sport. E poi al pubblico, i cui cuori erano già divisi tra il cielo (Federer) e la terra (in tutti i sensi, Nadal), tra il talento benedetto e l’applicazione forsennata, tra l’elegante rovescio ad una mano di Roger e il devastante gancio mancino di Rafa; tra il cardigan con le iniziali cucite dell’uno e la canotta, senza classe e neanche maniche, dell’altro. Scontro di stili, di mondi e di personalità che non ammetteva intromissioni, e occupava ogni spazio possibile nell’immaginario – e nel sostegno – tennistico globale.

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Insomma, più che terzo incomodo Djokovic è stato un autentico affronto. È qui che si sviluppa la sua ossessione, perché di non solo numeri e trofei si vive: l’ossessione di essere amato, tifato, sostenuto. Come quei due, o se non proprio come loro almeno un po’, quel tanto che basta per riconoscere anche lui, per inserirlo tra i più grandi di sempre come vorrebbero i risultati. Perché il paradosso, per un atleta che negli ultimi dieci anni si è dimostrato superiore a Federer e Nadal, è proprio questo: nessuno lo considera davvero. Djokovic sembra quasi essere una parentesi – infinita – destinata a passare, mentre Roger e Rafa una meravigliosa storia destinata a rimanere.

Le urla di Nole, i suoi sfoghi improvvisi, l’estremo lavoro mentale che fa su sé stesso vanno letti in tal senso: come il risultato di una pressione incalcolabile che prova ad esorcizzare in tanti ed ammirevoli modi, ma che lo costringe solo ed esclusivamente a vincere; a stracciare record, a segnare nuovi primati, a superare gli altri in tutto il superabile per prendersi, di forza, un posto al tavolo dei più grandi – magari anche quello a capotavola. Per questo da tempo ci auguriamo un Djokovic che accolga finalmente il suo ruolo di antagonista, degno figlio di suo padre, il quale non perde occasione per farsi odiare dal grande pubblico. Perché nessuno ricorderà Djokovic per i buoni sentimenti, per gli abbracci ai quattro angoli dello stadio e per il suo generoso sindacalismo, ma in tanti saranno costretti a ricordarlo per i suoi successi. O come dice il “buon” Srdjan:

“Bisogna realizzare che è stato il miglior tennista della storia e accettarlo, perché è così. Lui viene dalla Serbia, ed è stato mandato da Dio”.

Srdjan Djokovic, padre di Novak

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