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16 Febbraio

Nulla è perduto

Un Napoli tirato a lucido si perde in pragmatismo nella notte del Bernabeu. Ma i conti sono aperti.

Il Napoli si voleva regalare la più bella delle serate. Tirato a lucido (nero) ha voluto vestire i panni delle feste per legittimare il sarrismo anche in Europa ma si è infranto nella crudele realtà della Champions League. L’impianto scenico è pieno di emozioni: quindicimila napoletani sono arrivati a Madrid perché – checché se ne dica, in tanti credevano, e credono, nell’impresa – mentre nei minuti che precedono la partita il Masaniello-Maradona scende negli spogliatoi per incoraggiare i suoi figliastri alla battaglia. Proprio in questi dettagli si potrebbe di per sé spiegare la normalità consumatasi sul prato nobile delle merengues: Napoli e napoletanità, nel suo sentimento in forme mistico-esoteriche, hanno sovraccaricato emotivamente una squadra giovane e spavalda che avrebbe necessitato di un clima diverso per vivere serenamente il battesimo europeo. Un difetto di ragion pratica ed un eccesso di autostima. A Madrid in fin dei conti viene sic et simpliciter ristabilita la normalità: il Real, pur non scoppiettante, è più forte e più tecnico e tanto basta per motivare il risultato finale. Ad aver tradito le aspettative, e a piegarsi alla legge del più forte, sono stati anzitutto i giocatori più attesi. Se da una parte Koulibaly ha patito la rumba madrilena della trequarti, l’ostinazione per il Mertens falso nove ha messo in luce i limiti – psicologici forse – di un giocatore irrisolto da un canto e di un’eccezione tattica dall’altro: sono mancati chili e centimetri per battagliare a dovere ed allungare il campo senza fraseggio. Callejon, calato nel suo what if personale, ha rivisto i fantasmi della giovinezza. Hamsik non si è mai accesso. La mediana era composta da neofiti che sono passati in un anno dal calcio di provincia al tempio sacro del Bernabeu; troppi deficit di esperienza e, nelle parole di Aurelio De Laurentis, cazzimma.

bellezza
La bellezza sconvolgente del tiro di Casemiro

Nel dopo-partita è scoppiata, per l’appunto, la bolla emotiva del match: De Laurentiis e la sua egomania hanno mostrato quanto difficile godere di una dialettica equilibrata nelle piazze calde. Troppi “io”, troppi ammonimenti, troppo guappismo contro un allenatore, Sarri, che si è presentato all’appuntamento con la forza della coerenza. “Siamo stati inadeguati” ha detto nel post-partita. Troppo ingeneroso e forse paraculo in vista del ritorno. Voleva giocarsela ed ha perso, giocandosela, con i campioni d’Europa, la squadra più blasonata e ricca del mondo. Non c’è spazio per il melodramma quando a trionfare è la normalità. L’unico rimpianto, forse, può essere quello di tornare nel Golfo senza aver provato, anche per un parziale, ad arretrare italianamente la linea e provare in ripartenza (l’occasione sciupata da Mertens scaturisce da una situazione simile). Una partita più maschia e gagliarda avrebbe visto un risultato diverso? Troppo dogmatico Sarri per negarsi in uno scenario del genere.
Non occorre essere severi con il Napoli. Il ko è dignitoso soprattutto se frutto della volontà di non snaturarsi e di tentare di misurarsi, con il proprio credo, anche nei palcoscenici migliori. Il Napoli ha tenuto, alle fine dei giochi, il campo discretamente anche dopo il quasi casuale gol di Casemiro più rischiando di siglare il 3-2 che di incassare il quarto. La Roma, ad esempio, con la sua innata attitudine allo psicodramma una volta scioltasi sarebbe tornata a casa vittima di passivi tennistici. In questo caso l’aritmetica non è ineluttabile: giocando bene si può punire un Real spesso vulnerabile e concessivo tra le linee. Nulla è perduto.

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