Papelitos
31 Marzo 2022

La nuova Champions sarà una Superlega

Tanto valeva fare quella originale.

Come volevasi dimostrare, e facilmente prevedere, il nuovo formato della Champions League (dal 2024) verrà incontro alle richieste dei top club. È questa l’indiscrezione riportata dal Corriere dello Sport per cui l’ECA avrebbe accettato la proposta di Ceferin: niente più fase a gironi, sostituti invece da un torneo unico a 36 squadre – diviso in quattro fasce, in cui ogni club giocherà 10 partite in gara singola, 5 in casa e 5 in trasferta, in base al ranking. Poi ci sarà la fase ad eliminazione diretta, a cui si qualificheranno:

le prime 8 classificate del torneo, che accederanno direttamente agli ottavi;

le seconde 16 (quindi dalla nona alla ventiquattresima), che invece si sfideranno nei sedicesimi di finale per stabilire chi raggiungerà gli ottavi – un po’ come accade per l’Europa League, che prevede squadre già qualificate per gli ottavi e altre costrette ai sedicesimi.

Un format che si avvicina molto all’idea della Superlega 2.0 – quella che comunque prevedeva il “merito sportivo” –, e che certamente ne sposa il principio di base: giocare più partite “di prestigio” possibili, appetibili per gli sponsor, per i calciofili internazionali e per il nuovo pubblico più o meno giovane, più o meno “sradicato”, più interessato allo spettacolo e meno all’identità e al tifo tradizionale. Una riforma storica, che Ceferin (presidente UEFA) e Al-Khelaifi (presidente ECA) hanno messo a punto per mantenere il monopolio dell’UEFA sul calcio europeo. Creando una Super Champions, sostanzialmente.

La nuova Champions, un passo verso la Superlega

Insomma, come scrive Francesco Friggi su Eurosport: «il calcio diventa ufficialmente ‘Azienda‘ con la ‘A‘ maiuscola», considerando anche le riforme economiche e le nuove strategie di commercializzazione e pubblicizzazione che entreranno in vigore per il ciclo 2024-2027. Un epilogo obbligato, ma che stride un po’ con le dichiarazioni di Ceferin sul “calcio della gente” e sulla UEFA, organismo difensore delle federazioni nazionali. Da queste riforme i campionati infatti ci perderanno solo, venendo ulteriormente demansionati e subendo l’ennesima picconata, quasi fossero unicamente i contesti in cui i top club si allenano per poi andare a giocare le partite importanti (sempre più numerose) altrove.

Perché l’importante, nel calcio contemporaneo, è giocare. Giocare sempre, meglio se partite “di cartello” (che poi a forza di giocarle diventeranno di cartone), per alimentare un’industria che dopo la pandemia anziché ridimensionarsi ha dovuto accelerare; aumentare il volume per restare in piedi, gonfiare la bolla pur di non farla scoppiare. Così, inseguendo gli sponsor e spremendo i giocatori fino a quando è possibile, si è creata una sorta di dipendenza anche nel pubblico: i consumatori di calcio sono sempre più drogati, ormai in crisi d’astinenza quando devono stare per una settimana intera senza partite.

E la Super Champions non può che seguire queste esigenze: finanziarie per i club, di intrattenimento per gli spettatori.

Il problema è che, ormai, le esigenze tendono spesso a coincidere. E il pubblico che vuole il grande evento è immensamente più ampio di quello radicato e tradizionale, che segue principalmente la sua squadra (magari del luogo), e non vive il football come una forma di spettacolo, sostitutiva di una serie tv o di un film. Questa è la direzione, con buona pace dei vecchi tifosi, delle leghe nazionale e delle settimane “libere” dal lunedì al venerdì: uno spettro del passato, da relegare al secolo scorso.

A questo punto, però, tanto valeva fare la Superlega. Almeno tutti gli altri, come detto da tanti gruppi di tifosi, si sarebbero potuti godere in santa pace dei rinnovati campionati nazionali. Orgogliosamente periferici e campanilistici, senza dover affrontare le grandi squadre che via via tratteranno i campionati come le coppe nazionali: con sufficienza, superiorità e turnover.

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