Tifo
06 Maggio 2021

La presa di Old Trafford: un'opportunità per il tifo italiano

La rivoluzione deve essere innanzitutto culturale.

Le scene del pomeriggio di Old Trafford sono destinate a rimanere nella storia del calcio: il “Teatro dei Sogni”, simbolica Bastiglia del calcio del Duemila, è stato espugnato dal Terzo Stato, il popolo del tifo, sollevatosi per cacciare il despota americano. La prima partita di Premier League rinviata per il comportamento dei tifosi non si dimenticherà tanto facilmente. Mentre guardavamo increduli ed eccitati i video che mostravamo i tifosi arrampicati sulle porte, le braccia alzate al cielo plumbeo della Repubblica Mancuniana ed i cori che si levavano dal cerchio di centrocampo, ci interrogavamo su che emozione darebbe vedere le stesse scene a casa nostra, sul prato del Meazza per esempio.

Riemersi dalle fantasie, presto ci struggevamo perché toccava ammettere che, almeno per il momento, in Italia non potrebbe succedere nulla di simile. Possiamo liquidare la questione pontificando che il movimento e la controcultura ultras sono morti e sepolti, mentre il tifoso medio è lobotomizzato ed appagato dalla visione delle curve di Diletta? No, in primis perché da queste colonne non ci permettiamo di elargire estreme unzioni; ma soprattutto perché, seppur nel nostro piccolo, cerchiamo di spingerci al di là delle letture di comodo.


LE CAUSE DELLA TEMPESTA


Per cominciare, bisogna soffermarsi sulle premesse da cui è scaturito il blitz sul rettangolo verde, ovvero la manifestazione indetta dal Manchester United Supporter’s Trust. Sappiamo infatti che l’associazione dei tifosi dei Red Devils aveva pianificato una protesta contro la famiglia Glazer, dalle 14 in poi, nel piazzale antistante Old Trafford.

L’intenzione era convogliare lo storico malcontento della tifoseria nei confronti della proprietà americana, la cui posizione si è aggravata pesantemente dopo l’affare della Superlega; concretamente si chiedeva un maggior coinvolgimento dei tifosi nella gestione del club. Addirittura sui cartelli e gli striscioni si reclamava la regola del cosiddetto “Modello 50+1“, che vige in Germania. D’altronde i Trust, la denominazione a cui in genere fanno riferimento le associazioni di tifosi inglesi, nascono proprio con questo fine: rafforzare il legame tra club e comunità, una comunione d’intenti che antepone il rispetto e la collaborazione sul territorio al mero acquisto di quote azionarie.

Anche nel Regno Unito si spinge per il modello tedesco del “50+1” (Getty Images)

L’invasione di campo sarebbe stata allora uno spontaneo ed inatteso fuori programma, forse favorito dalla connivenza di qualche addetto del club; ad ogni modo, il MUST ha preso le distanze dalle derive violente, che rischiano di delegittimare agli occhi del pubblico le ragioni della loro dimostrazione. Così l’iniziativa originaria non è nata dai tifosi più riottosi, bensì dai tifosi “moderati”, sicuramente non meno appassionati di chi è pronto a menare le mani per il Man U. In Italia però, questo tipo di azioni sarebbe davvero difficile da organizzare senza il supporto del tifo organizzato, perché, tranne rari casi, il tifoso medio è totalmente disimpegnato e privo di iniziativa.

 

Di fatto, alle nostre latitudini, l’aggregazione attorno al tifo è rappresentata esclusivamente dall’attivismo degli ultras, estremi difensori del vincolo tra squadra e città, “santa teppa” pronta a spingersi anche al di là della legge. Proprio da questo punto di vista, letteralmente culturale, l’Inghilterra è lontana anni luce rispetto a noi, perché il football rimane una religione che si manifesta nella rituale celebrazione del rapporto tra club e comunità di tifosi-adepti. Qui non è inverosimile aspettarsi che anche i tifosi dei settori più tiepidi possano scendere in strada per ribadire che i veri proprietari dei club sono loro.


LO SCENARIO ITALIANO


Proprio tale concezione rende il terreno fertile alla partecipazione dei sostenitori nella gestione delle squadre; viceversa è questa la prima e fondamentale differenza che dobbiamo colmare affinché queste realtà prendano piede anche nel nostro Paese. Bene, riconosciuto questo divario ideologico, allora è lecito domandarsi che fine abbiano fatto i nostri ultras: perché non scendono in piazza per contestare la Superlega e chiedere la testa dei padroni del pallone?

All’inizio del Duemila il nostro tifo organizzato si è mosso in massa per chiedere un calcio migliore e denunciare la stretta repressiva, che dagli stadi sarebbe state applicata all’intera società; a memoria di chi scrive, l’ultima grande manifestazione risale al 2009, quando le tifoserie sono scese in piazza per contestare l’imminente adozione della tessera del tifoso. Oggi quella generazione è scoraggiata di fronte ai pochi risultati raccolti ed alla velocità con cui il calcio si è allontanato dai tifosi, ma almeno può dire di aver provato a fare sentire la propria voce.

Un contributo dalla manifestazione del Novembre 2009

Da allora le tifoserie italiane hanno adottato una strategia “sotterranea” che, se da un lato ha costretto a rapportarsi con interlocutori istituzionali tutt’altro che affidabili (leggasi il politico di turno), dall’altro ha portato a raccogliere significative vittorie nelle aule dei tribunali. Una linea meno appariscente, ma che si spera possa dare maggiori frutti rispetto alle mobilitazioni di massa.

Oggi non è facile chiedere agli ultras di scendere in piazza nuovamente. Pensiamo alle multe fioccate in occasione dei raduni organizzati dalle due curve milanesi in occasione dell’ultimo derby, oppure ad un evento meno noto, ma ancor più grave. Lo scorso marzo, sulla pista d’atletica dell’Armando Picchi di Livorno, è stato organizzato l’ultimo saluto ad uno storico tifoso amaranto; ebbene, nonostante l’evento fosse stato autorizzato dalle forze dell’ordine, ben 34 persone sono state identificate per (presunte) violazioni delle normative anti-covid; in un secondo tempo la questura avrebbe fatto un passo indietro sulle multe, ma lo spirito del tempo in Italia è proprio questo.

Non stupiamoci se molte curve sembrano essersi date alla macchia, di questi tempi. Forse il movimento ultras ha perso tutte le principali battaglie della sua storia, ma è stato l’unico ad averle combattute. Dov’erano allora coloro che oggi cantano il de profundis?

Sul verde palcoscenico del Teatro dei Sogni abbiamo visto tifosi di ogni categoria, dai ragazzi vestiti come uomini di punta della Red Army agli esibizionisti preoccupati di scattare il giusto selfie per ricordo, fino a coloro che mostravano la sciarpa con i colori del Newton Heath, il giallo ed il verde storicamente associati alla resistenza anti-Glazer. Un sentimento annoso che ha già provocato la diaspora di una parte della tifoseria nel 2005, la clamorosa sedizione da cui ha preso vita l’FC United of Manchester.

Soprattutto, tra il centinaio di invasori, si sono notati tanti giovanissimi: ragazzini in età da scuole medie, nemmeno da liceo. Ecco il secondo quesito: in Italia possiamo immaginarci “nuove leve” tanto giovani? No, la verità è che di base all’adolescente italiano non gliene frega più nulla di passare i suoi pomeriggi spendendo tempo e soldi per seguire la squadra. Ha meglio da fare, o almeno così è convinto, ed è difficile dagli torto.

Una protesta che ha coinvolto tutte le generazioni del tifo del Man United. (Getty Images)

La mancanza di politiche di autentica fidelizzazione da parte delle società, la demonizzazione mediatica della figura del tifoso e dell’ambiente stadio, il grigiore degli spalti frutto di anni di indiscriminata repressione, infine un campionato che ha perso qualsiasi imprevedibilità: difficile contestare ad un quattordicenne il fatto di trovare qualcosa di più divertente dello stadio.

Il calcio italiano è una passione per nostalgici ormai, e sulle gradinate si manifesta quell’invecchiamento che sta investendo l’intera popolazione. Oltre alle suddette difficoltà esogene, non possiamo trascurare nemmeno un fattore endogeno alle curve: gli indirizzi sposati da alcuni nuclei storici, rivolti a tutt’altro rispetto al sostegno della squadra, che rappresentano forse l’ostacolo più gravoso sulla via del ricambio generazionale.

Infine è interessante notare la scarsa visibilità concessa alla notizia, da parte della stampa italiana. Certamente lo scudetto del FC Internazionale ha monopolizzato i titoloni, ma la “linea morbida” è tanto interessante quanto poco sorprendente in realtà. Dalla sventata congiura della autoproclamatisi aristocrazia del calcio europeo, la narrazione mediatica ha sposato un copione ben definito: Ceferin ed i tifosi sono i buoni, Agnelli e Florentino Perez i cattivi a capo dei congiurati. Nessuna via di mezzo in questa lettura e, soprattutto, nessun pudore da parte dei media nello schierarsi improvvisamente al fianco dei sostenitori.

L’estetica degli insorti. (Getty Images)

La faccia come le terga nel difendere le ragioni di una categoria, quella degli appassionati, ultras o meno, che da sempre rappresenta il principale spauracchio da agitare di fronte agli inebetiti occhi dell’opinione pubblica. In più, la scorsa settimana è stata lanciata la proposta, da parte di due deputati M5S, di introdurre l’azionariato popolare anche nelle società italiane, ispirandosi al modello tedesco, un concetto che ormai va di moda quasi più dell’ etichetta “green”. Insomma, una sparata demagogica, piuttosto che un piano ragionato.

A proposito, risulta che Vito Crimi sia stato uno degli ultimi interpreti della “strategia del dialogo”; peccato che, nonostante abbia ricoperto la carica di Viceministro dell’Interno da settembre 2019 a febbraio 2021, le cose per i tifosi siano tutt’alto che migliorate. Per esempio, ricordiamoci che durante il lockdown molti diffidati andavano (e continuano a andare) in questura per firmare, seppur da un campionato e mezzo si giochi a porte chiuse.

Inoltre, a sud della Manica, è tanto meglio esaltare l’importanza della discesa in piazza dei tifosi, nello sventare l’eversione della Superlega, piuttosto che parlare del ruolo determinante giocato da Boris Johnson che, a proposito di copioni, deve mantenere il suo ruolo di bifolco spettinato. Cari fratelli, vicini e lontani, non facciamoci incantare da questi equilibristi, maestri della capriola all’indietro e del salto sul carro dei vincitori.

Un pomeriggio piuttosto movimentato per il servizio d’ordine di Old Trafford. (Charlotte Tattersall/Getty Images)

Le stesse penne che hanno descritto i tifosi come analfabeti ed incivili, frustrati dagli insuccessi nella carriera e negli amori, collusi con la malavita e con gli estremisti politici, oggi battono loro le mani. Amici, togliamoci la mascherina (sempre metaforicamente, per l’amor di Dio!) e disprezziamo il nauseabondo odore dell’ipocrisia. Oltre al riconoscimento di questi lupi vestiti da pecore, possiamo però trarre un altro insegnamento dalla “presa di Old Trafford”: la rivoluzione che deve esplodere nel nostro Paese è innanzitutto ideologica, perché le proteste divampate nelle ultime settimane in Inghilterra affondano le radici su un solido retaggio culturale.

La difesa del legame tra club e comunità è un carico che non può essere lasciato esclusivamente sulle spalle degli ultras, oggi fiaccate da anni di insuccessi ed errori, ma senza dubbio di lotte. Il fronte è talmente ampio ed il nemico così ben armato, che è giunta l’ora della leva dei “civili”, per una guerra da combattere fianco a fianco. Gli “estremisti” potrebbero trovare nuova linfa ed alleati coinvolgendo “i moderati” nelle loro battaglie; questi ultimi potrebbero dismettere i panni di sciocchi consumatori che da trent’anni gli sono stati cuciti addosso. Viva la rivoluzione!


Copertina Getty Images


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