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2 Ottobre

Omar Sivori, l’anarchico

Diego Mariottini

52 articoli
Sbattere in faccia al mondo il proprio talento.

Imprevedibile come Maradona, sobillatore come Ibrahimovic. Anzi, al confronto Ibra è quasi un tipo dimesso. Si chiamava Enrique Omar Sivori. Un rivoluzionario del calcio per i più, un “cabeza de choto” per altri. Un genio per quasi tutti. Gianni Agnelli considerava l’argentino trascendenza all’essere fuoriclasse. Per l’Avvocato, Sivori era addirittura un vizio. In sostanza, lo vedeva come un lusso per esteti del calcio già assuefatti alla concretezza. 

Ma l’arte del “cabezòn” non è stata soltanto bellezza applicata al calcio. Dribblomani e innamorati della sfera di norma sono giocatori di pallone. Lui, sia pure da individualista convinto, era giocatore di calcio, uno scardinatore di difese grazie a giocate inimitabili. Ogni 2 ottobre Sivori compirebbe gli anni, e la sua è la storia di uno di quegli stranieri – non sono poi moltissimi, a ben vedere – in grado di cambiare la storia della Serie A. E pensare che alla fine degli anni 50 il chico malo del calcio argentino arriva nel nostro calcio quasi da sconosciuto. Ma non lo farà certo in punta di piedi.


OMAR SIVORI CHI?


Il giovane Enrique Omar, argentino sì ma sangue italiano doc (padre di origini liguri, madre di discendenze abruzzesi) è un talento irrequieto e bizzoso formato nelle giovanili del River Plate di Buenos Aires. A 22 anni ha già vinto tre volte il campionato. Nel 1957 alza anche la Copa America con la Nazionale argentina. Insomma, nell’estate di quello stesso anno prende il volo per Torino un ragazzo che già avrebbe un palmarès da fare invidia a un anziano. Tuttavia c’è chi storce il naso perché ancora non lo conosce. Tempo al tempo.

«Non è un giocatore da Juventus, in Italia si perderà», sentenzia in fretta qualcuno. 

È la fine degli anni 50, gli italiani vanno in FIAT e il boom economico è alle porte. La dirigenza della Juventus accoglie un numero 10 di cui in realtà conosce tutto: classe immensa, sinistro magico, carattere difficile, capacità di unire spettacolo e consistenza pratica. Un dossier completo. A chi critica l’acquisto sfugge un primo dettaglio importante. Il costo dell’operazione è di 160 milioni di lire, molti soldi per quei tempi. Tant’è che con la somma in entrata il River rifà nuovo lo stadio, il Monumental.

L’attacco bianconero può vantare un trio delle meraviglie. Il genio e la bizzarria di Sivori si uniscono alla classe di Boniperti e alla fisicità del centravanti gallese John Charles, uno dei pochi che non avrà paura di arrivare allo scontro (e non solo verbale) con “el cabezòn”. Fin dalla prima giornata del campionato 1957-58 Sivori fa vedere di cosa è capace. Dribbling stretti, spesso tesi a umiliare il diretto controllore, a farlo sentire un nano. Serpentine in un fazzoletto di campo, scambi di prima intenzione, tunnel ai danni di chiunque lo voglia contrastare, cross perfetti per attaccanti più possenti di lui. Capacità di coordinazione sul tiro, tanti gol. Ogni colpo è da manuale. Ogni giocata, una magia. 

Omar Sivori Charles Boniperti
Il trio magico nella stagione 1957-58: da sinistra a destra Omar Sivori, John Charles e Giampiero Boniperti

IL CAMPO COME UN RING


Provoca, parecchio. Quando toglie i parastinchi, vuol dire che è battaglia all’ultimo sangue. E quando c’è da picchiare il 10 bianconero non si tira mai indietro. Evita spesso le botte ma ancor più spesso le dà. È alto più o meno quanto Maradona senza avere la struttura taurina del “pibe”. La corporatura in apparenza asciutta può trarre in inganno chi pensa di poterlo sovrastare: in 12 anni di carriera italiana sconta qualcosa come 33 giornate di squalifica. In un’occasione, con la maglia della Juventus, sta per picchiare un avversario ma viene fermato dal compagno John Charles che gli rifila un ceffone davanti a tutti, l’unica soluzione per riportarlo in sé. Episodi che lo vedono protagonista per prestazioni “extracalcistiche” non mancano.

Nel marzo del 1962, durante uno Juventus-Sampdoria che i bianconeri stanno perdendo in casa, mette le mani addosso all’arbitro, ritenendo ingiusta l’espulsione subita: 6 giornate di squalifica. Il 1º dicembre 1968, una volta in forza al Napoli, viene espulso dopo aver steso lo juventino Favalli e poi punito con altri 6 pomeriggi domenicali da passare in tribuna. Enrique Omar Sivori è questo e le sue invenzioni rendono più tollerabile anche un carattere obiettivamente sgradevole. Nel 1960 conquista il suo unico titolo di capocannoniere con 28 gol in 31 partite, mentre l’anno successivo viene insignito del Pallone d’oro come miglior giocatore europeo (pur essendo argentino, può ritirare il premio in quanto oriundo).

Per anni Omar Sivori e la Juventus formano un sodalizio magico: in 8 campionati in bianconero 3 scudetti, 3 Coppe Italia e una Coppa delle Alpi, più i titoli individuali appena citati.

In pratica è l’inventore del tunnel ma una delle specialità è il gol umiliante. Il classico gol prendingiro, quello che fa passare i difensori avversari per gli scemi di turno. Sa di poterselo permettere e ne approfitta senza pietà. Più di una volta, scartati il terzino e il portiere, aspetta i due sulla linea di porta per poi dare al pallone il soffietto che gonfia la rete. Scambi al volo, mezze rovesciate, finte che mandano il pallone da una parte e l’avversario dall’altra. Tutte caratteristiche tecniche di alta scuola unite al fallo sistematico teso a intimorire il diretto controllore, colui che in teoria dovrebbe intimorire lui. 

Un assaggio delle capacità di Sivori

OMAR SIVORI L’ITALIANO


Divo in campo, anarchico fuori. Finita la partita va dove vuole. Anche gli allenamenti hanno ben poco di metodico, si allena quando lo ritiene opportuno. La sistematicità è per i mediocri, lascia intendere più di una volta. Anche il regime alimentare – riportano le cronache – è piuttosto disordinato. Mangia quando vuole, mangia quel che vuole. Notti piccole, chissà dove. In qualità di oriundo, può giocare nella Nazionale italiana: 9 presenze e 8 gol, quattro dei quali tutti in una volta. È il 4 novembre 1961, a Torino Italia-Israele finisce 6-0. Prende anche parte ai Mondiali in Cile del 1962, ma nel disastro andino di quell’edizione viene utilizzato poco. 


PENSIERI E PAROLE DELL’AVVOCATO 


Piccolo passo indietro: Gianni Agnelli ha sempre detto di amarlo senza riserve. Sul piano calcistico c’è da credergli, ma intuendo la psicologia dell’Avvocato di certo Sivori era un talento dal carattere a malapena tollerato. In realtà Agnelli ha sempre prediletto i campioni di grande professionalità come Platini o Del Piero. Difficile che sul piano personale abbia potuto gradire atteggiamenti fuori dalle righe e spesso protervi come quelli di Sivori. Geniale come Maradona, senz’altro. Ma, a differenza, Maradona era amato dai compagni. Per modalità di comportamento El cabezòn è forse un po’ più accostabile a Ibrahimovic, apprezzato perché utilissimo ma fuori dal campo mai frequentato dai compagni di squadra. Maradona a modo suo ha unito lo spogliatoio, quelli come Sivori o Ibra di norma lo spaccano.

Troppo anarchico, troppo arrogante, troppo refrattario alla disciplina Omar Sivori per essere stato davvero amato da Gianni Agnelli e dalla dirigenza bianconera. 


SOTTO IL VESUVIO


Come il connazionale Diego Armando, diventa un giorno il numero 10 del Napoli. È il 1966, la mania per la disciplina del nuovo allenatore bianconero Heriberto Herrera gli ha reso definitivamente insopportabile Torino. La città accoglie Sivori come un re e il tifo partenopeo sogna. La prima stagione è ottima, il Napoli arriva quarto. Poi iniziano gli infortuni in sequenza. Meno partite, meno gol. Meno tutto. Nel 1968, durante un collegamento in diretta televisiva a Canzonissima (è la puntata prima di Natale) el campeón annuncia a tutta l’Italia il ritiro dal calcio giocato. Tanto per cambiare la modalità è istrionica ma la decisione era nell’aria. Sivori ha da poco compiuto 33 anni e le sue gambe somigliano a una mappa geografica. In oltre un decennio di Serie A avrà pure picchiato gli avversari, ma in definitiva non è che gli altri siano rimasti a guardare.


DOPO IL RITIRO


Torna in Argentina e decide di fare l’allenatore. Professione sconsigliata a chi non esercita la virtù della pazienza. Lo vuole il Rosario Central. Dopo una successiva esperienza nell’Estudiantes, per un breve periodo è perfino CT della Nazionale albiceleste. Quando si ricopre una carica simile bisognerebbe frenare la lingua, ogni tanto. Nell’Argentina dei primi anni 70 essere antipatici al presidente Perón non fa fare carriera. Dopo Perón, le cose peggioreranno.

Nel decennio successivo Sivori torna in Italia, fa il commentatore per La Domenica Sportiva. Piatti, rudi, trancianti come sempre i giudizi. Un “cabezòn” rimane tale. Ma perlomeno è competente e la RAI gli dà spazio. Negli ultimi anni di vita Sivori è di nuovo in Argentina con la moglie, Maria Elena Casas. La coppia ha avuto tre figli, Nestor Myriam e Humberto. Il terzo muore di cancro nel 1978 all’età di 15 anni. La vita di uno dei più grandi geni del pallone termina dove era iniziata 69 anni prima, a San Nicolàs de los Arroyos nel febbraio del 2005. Un tumore al pancreas è forse l’unico avversario che “el cabeza” non ha saputo ubriacare con finte e dribbling impensabili per altri. 

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