Disastro nazionale. Dalle undici di lunedì sera è questo il mood imperante nel Paese. La mancata qualificazione degli azzurri alla fase finale dei Mondiali ha innescato uno stato di depressione collettiva, e a alimentarlo hanno contribuito schiere di editorialisti che intingono la penna nel più trito repertorio dei luoghi comuni. Alimentando un banalogio ch’è una ferità persin più sanguinosa dell’eliminazione. Sicché immaginate come si siano sentiti i calciofili che leggono il Corriere della Sera, quando nell’edizione di martedì 14 novembre si sono imbattuti nella quotidiana supposta di saggezza dispensata dal principe dei banalisti italiani contemporanei: Massimo Gramellini. Nella puntata della rubrica Il caffè, per l’occasione corredata dal titolo “Azzurro tenebra” ch’era un oltraggio alla memoria di Giovanni Arpino, Gramellini ha portato avanti considerazioni profonde come quelle contenute nello scorcio iniziale dell’articolo:

Un Mondiale senza l’Italia. Ma soprattutto un’Italia senza il Mondiale. Addio notti più o meno magiche, gruppi di ascolto con pizza al taglio e birra più o meno ghiacciata, illusioni di contare ancora qualcosa almeno nel calcio.

Quanta cogitazione, quanta ricercatezza in quelle righe che paiono scritte dal ghost writer di Gigi Marzullo. Pensate quanto sarebbe appropriato il dilemma, durante una qualsiasi puntata di Chi se ne fotte e dintorni: “Ma secondo lei è un Mondiale senza l’Italia, o è l’Italia che è senza Mondiale?“. E avanti così con una serie di considerazioni, infarcite di “più o meno”, sulla crisi dei pizza-taxi nei mesi di giugno e luglio 2018 e sulla contrazione dei consumi di birra ghiacciata. Proprio ciò che serviva per ripigliarsi dallo scorno della prima eliminazione dopo 60 anni. Il problema è che non finiva mica lì. Perché nello scorcio finale del pezzo Gramellini ha piazzato un’altra delle sue insulsaggini, giocando sul tema del “chi di catenaccio ferisce, di catenaccio perisce”:

È stata una notte rovesciata. Nel senso che la figuraccia dell’andata ha costretto gli azzurri a giocare contro natura, all’attacco, un modulo che non ci è mai riuscito troppo bene.

E a questo punto bisognerebbe chiedere a Gramellini, che pure ogni settimana tiene in Rai un programma intitolato Le parole della settimana e perciò dovrebbe conoscere il significato dei termini che usa, se abbia la minima idea di cosa sia nel calcio un “modulo”. Di sicuro, giocare all’attacco non è un modulo, allo stesso modo in cui il ruttino provocato dal primo caffè della mattina non è un corsivo.

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Un po’ di pubblicità alla Rai, parola della settimana: modulo

Come le tirano per benino quelli della Gazzetta, nemmeno Rosario Chiarchiaro. L’edizione della rosea mandata in edicola il 13 novembre, con gli articoli sulla vigilia dello spareggio, conteneva due articoli dal grandissimo valore propiziatorio. Uno, firmato da Andrea Elefante, costruiva un beneaugurante parallelo fra Gigi Buffon e Dino Zoff a proposito d’incroci con la nazionale svedese:

Ci sono pensieri inconfessabili e inutili da confessare, soprattutto. Sarebbe “disumano” se in queste ore Buffon non avesse mai pensato che quella di stasera può essere la sua ultima “vera” partita con la Nazionale, come fu per Dino Zoff, proprio contro la Svezia, nel 1983.

E già, Buffon sarebbe stato davvero disumano se non avesse fatto questa associazione d’idee. E invece è stata semplicemente elefantica la sfiga che questo frammento gli ha portato.

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Ma ben più basso è stato, nella pagina dei commenti, il colpo tirato da Umberto Zapelloni. Che della Gazzetta è uno dei numerosi vicedirettori, e va famoso per il modo con cui metteva in croce Luca Cordero di Montezemolo, durante interviste spietate come nemmeno quelle che Emilio Fede faceva a Silvio Berlusconi. Il pezzo di Zapelloni aveva un titolo perentorio: “Ci saremo stasera e anche… in Russia”. Bersaglio colpito e affondato. Il tenore del pezzo potete immaginarlo, e il suo finale rimarrà nella storia:

Perché andare in Russia non deve essere un traguardo, ma un punto di partenza. Non vogliamo neppure pensare che cosa significherebbe non andarci. Non abbiamo il cuore abbastanza forte.

Notizie sulle condizioni cardiache di Zapelloni? E non lo chiedo mica per celia. Piuttosto c’è che mi preoccupa ciò quanto leggo nell’incipit:

Stringiamoci a coorte, perché non siamo pronti alla morte. Sportiva, s’intende.

Sarà. Io però sto digitando usando una mano sola.

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Ovviamente si è cimentato sul tema anche Mario Sconcerti, il Pallore Gonfiato del giornalismo sportivo italiano. Nella medesima edizione del Corriere della Sera in cui Gramellini marzulleggiava, Sconcerti iniziava così il commento scritto a eliminazione appena avvenuto:

Per la prima volta non trovo le parole.

“Magari!”, è stata l’esclamazione immediata. E invece era soltanto un’illusione, perché il pezzo è andato inesorabilmente fino in fondo. Purtroppo per Sconcerti, che prima o poi arriva regolarmente al punto in cui mette in mostra lo scarto fra le pretese intellettuali e la modestia del bagaglio individuale:

Ma non siamo davanti a un temporale, siamo davanti a un rovesciamento di situazioni sociali. È tempo di rivedere tutto perché è già tardi. Questa è la prima epoca in cui tutti i ragazzi devono pagare per giocare a calcio e pagando devono giocare tutti. Dov’è la selezione? Davvero il socialismo poteva riemergere dal calcio?

Davanti a una così abissale confusione mentale faccio tre osservazioni:
letta con gli occhi del sociologo, un’espressione come rovesciamento di situazioni sociali è una supercazzola, e pure di scadente fattura;
Scrivere è tempo di fare una cosa perché è già tardi è uno strepitoso non sense;
Non so quale sia, fuori dalla scatola cranica di Mario Sconcerti, il sistema socialista in cui si paga per assicurarsi un diritto. Ne conosco però lo slogan: Pagherete caro, pagherete tutti.