“Io penso che il calcio si sia perso nel concetto di Tiki-Taka. Il punto non è avere il controllo del pallone ma cosa farci con quel pallone tra i piedi. Perché se è più utile fare un solo passaggio, decidi di farne cinque per raggiungere lo stesso risultato? Devi giocare conoscendo i tuoi punti di forza e giocarci assecondandoli”. Questo è il manifesto calcistico di Kasper Schmeichel – portiere del Leicester dei miracoli – espresso in Fearless Foxes: Our Story, il documentario ufficiale uscito nel 2020 e dedicato all’impresa 2015/2016.

 

 

Le sue parole, in controtendenza rispetto alla mentalità dominante che propone l’uscita palla al piede come diktat irrinunciabile, dimostrano che non tutti si arrendono al possesso palla spasmodico ed ossessivo-compulsivo. Edoardo Sanguinetti in “Per una critica dell’avanguardia poetica in Italia scrive: «Cambiare la vita, modificare il mondo sono due motivazioni alla base della creatività». In queste parole è riassunto il concetto di ribellione pacifica, volta a modificare il reale in senso positivo, attraverso l’utilizzo della creatività e dell’arte.

 

 

Il calcio è arte in movimento e come tale può e deve trasformarsi in serbatoio di creatività. Le rivoluzioni calcistiche che vanno dal calcio totale olandese al pressing sacchiano, passando per la ventata spagnola con Guardiola, hanno scandito le epoche sportive ma non puntano a cristallizzarsi nel tempo.

 

Allora, chi ha deciso che la ripartenza non possa essere eseguita e supportata dall’utilizzo della cosiddetta “palla lunga”?

 

Lungi nel cadere in semplici forzature nostalgiche di altri tempi, o in logiche da si stava meglio quando si stava peggio, si può anche pensare di giocare lo sport più bello del mondo in modi differenti. Chi lo ha detto, quindi, che non si possa tornare ad una rivisitazione nell’utilizzo delle due punte dopo la rivoluzione copernicana del falso nueve? Ancora, chi ha deciso che la ripartenza non possa essere eseguita e supportata con l’utilizzo della cosiddetta “palla lunga”?

 

I buoni e i giusti, che secondo i salotti calcistici detengono l’unica e sola Verità del football nel XXI secolo (Michael Regan/Getty Images)

 

 

Quello di bellezza è un concetto estremamente elastico: attenendoci a canoni calcistici, senza sconfinare in analisi filosofiche, la bellezza la si può ricercare in un intervento di un difensore piuttosto che in un utilizzo sapiente della tattica del fuorigioco. Bellezza, la cui radice etimologica latina bellus è il diminutivo di una forma antica di bonus, coincide con il significato di bene, di buono, spesso con giusto. È giusto etichettare la palla lunga come un “male”? È giusto affermare che chi gioca un calcio verticale, fatto di poco possesso, metta in mostra una idea di calcio antiestetica? No, assolutamente no.

 

 

Si può essere belli essendo buoni. Tradotto in lingua calcistica: si può essere belli giocando in maniera concreta e funzionale alle proprie attitudini. La cosiddetta “palla lunga” non dev’essere vista come realizzazione di un sistema casuale, bensì rappresenta un ulteriore modus giocandi con tempi, smarcamenti, ed accompagnamenti ben precisi.

 

Per ottimizzare al meglio questo sistema, è obbligatoria la presenza di giocatori che accompagnino e raccolgano la sponda.

 

Anche la costruzione, seppur meno elaborata rispetto al modello posizionale, è comunque inserita all’interno di dinamiche provate e studiate. Questo modello di gioco chiaramente deve presentare determinate caratteristiche nell’organico della rosa: sicuramente il requisito principale è rappresentato dalla presenza di un giocatore in avanti – spesso ma non sempre un attaccante, vedasi Lazio/Milinkovic – dotato di una fisicità tale da poter sfruttare questa situazione di gioco; se poi alla fisicità abbina la tecnica, ancora meglio, in modo da poter costruire anche trame di gioco più elaborate nello stretto.

 

 

Altro requisito importante è la presenza di giocatori con un calcio preciso, a partire dai difensori: è necessario un difensore capace di trovare la verticale con facilità e precisione, in modo da poter innescare i giocatori offensivi. Infine, per ottimizzare al meglio questo sistema, è obbligatoria la presenza di giocatori che accompagnino e raccolgano la sponda – piuttosto che guadagnare la profondità – in base ai movimenti del proprio Totem offensivo. Con questi requisiti, si può costruire un sistema efficace tanto quanto quello posizionale, ovvero: La Palla Lunga Codificata.

 

 

A proposito del Leicester dei miracoli, qui la vittoria per 2-0 con il Liverpool: nel primo gol Vardy si butta in profondità imbeccato da Mahrez e sigla il più bel gol della sua stagione; nel secondo altro lancio lungo, quindi errore difensivo cruciale ma provocato dalla pressione delle Foxes che, accompagnando “l’azione”, avevano creato un 3 vs 3 azzannando la seconda palla

 

 

La palla lunga parte dall’assunto che si debba sfruttare il campo nella sua (totale) verticalità: ciò non vuol dire che l’ampiezza sia un nemico da fuggire ma che semplicemente, date determinate qualità, la palla lunga codificata permette di eludere la prima pressione avversaria scavalcandola. A questo punto è tutta la squadra che, come una macchina dai meccanismi ben oliati, si deve mettere in moto.

 

 

La raccolta delle seconde palle è essenziale insieme al concetto di transizione. Affidarsi ad un lancio lungo non sapendo come sfruttare una eventuale sponda è cosa da scellerati. Il senso della codificazione sta proprio in questo: sapere che alla soluzione della palla lunga deve corrispondere un movimento armonico, ed appunto codificato, dell’intera squadra pronta a raccogliere le sponde.

 

“Say what you will about the long ball, it can work. And it can really work if you have somebody as fast and as persistent as Jamie Vardy” (dal libro ‘How to Win: Lessons from the Premier League’)

 

Gli esterni devono poi sovrapporsi, sfruttando la capacità dei centrocampisti nel trasformare le sponde in imbucate. I centrocampisti diventano fondamentali perché, dal loro lavoro di riempimento dell’area, dipende la riuscita di un’azione offensiva ben bilanciata. A questi è demandata inoltre la responsabilità di allargare le difese avversarie, e l’onere di dover ripiegare velocemente in fase di non possesso.

 

 

Gli oltranzisti della palla lunga sanno bene, quanto i giochisti da Tiki-Taka, che la fase di transizione dev’essere curata nei minimi particolari. Naturalmente un calcio orizzontale, stile Barça, sfrutta una transizione che si sviluppa in ampiezza piuttosto che in verticale ma il risultato (e l’obiettivo) non cambia: rompere e superare la pressione avversaria.

 

La pagina più bella, coinvolgente, epica del calcio contemporaneo non sarebbe mai stata scritta senza “long ball”

 

 

I vantaggi di giocare un calcio diretto quindi sono diversi, dalla transizione veloce all’elusione del pressing avversario, dallo sfruttamento sapiente delle palle inattive alla superiorità posizionale di avere più giocatori offensivi in area avversaria, fino alla tempistica. Riuscire a trasferire un codice di giocabilità basato sulla palla lunga è estremamente più breve, in termini di apprendimento di squadra, rispetto all’improntare un gioco posizionale. Inoltre essa è una soluzione valida anche per i momenti di emergenza all’interno della partita – come detto la Lazio spesso alza la palla su Milinkovic-Savic, la Juve a volte lo faceva su Mandzukic, accartocciato dal dogmatico Sarri, l’Inter su Lukaku, il Milan su Ibrahimovic, la Roma su Dzeko etc.

 

 

I più scettici potrebbero obiettare che non avere il pallino del gioco, al giorno d’oggi, comporti degli svantaggi enormi. Per certi versi è vero ma infine, in termini di efficacia, è il risultato che conta. Ranieri con la splendida favola Leicester ce lo ha insegnato: il testaccino ha sbaragliato la concorrenza giocando un calcio basato su poco possesso, verticalizzazioni fulminee e palle lunghe in profondità; così ha potuto sfruttare il movimento degli attaccanti, le seconde palle e le incursioni degli esterni. Un centrocampo dinamico gli permetteva poi di assorbire i capovolgimenti di fronte, proteggendo la propria porta.

 

Ogni situazione in realtà è particolare (rimanendo nel nostro campo, dipende tutto dalle qualità dei calciatori a disposizione). Il manierismo del bel gioco è dittatoriale e totalitario proprio perché pensa di essere l’unico modello possibile, perché si sente legittimato a dichiarare chiuso in partenza il dibattito.

 

Ranieri, il Leicester e Schmeichel ci hanno insegnato che si può vincere anche senza seguire il gregge e che il segreto della felicità sta nel dare ascolto alla propria natura, anche se dissonante rispetto allo spirito (e al canone) del tempo. Ritornare al lancio lungo sistematico è certamente una scelta anacronistica e masochista; inserire invece concetti diversi in un calcio forse, oramai, troppo piatto, è un elemento da incentivare. D’altronde la storia è fatta di cicli: in ogni periodo il sistema dominante ci sembra eterno, ma non si tratta altro che di prodotti storici – considerato pure che il nuovo Zeitgeist, ad oggi, dice Klopp più di Guardiola.

 

 

Ogni situazione in realtà è particolare (rimanendo nel nostro campo, dipende tutto dalle qualità dei calciatori a disposizione). Il manierismo del bel gioco è dittatoriale e totalitario proprio perché pensa di essere l’unico modello possibile, perché si sente legittimato a dichiarare chiuso in partenza il dibattito. Noi, al contrario, non ci sogneremmo mai di affermare che il calcio verticale, fatto di poco possesso, sia la migliore predisposizione tattica da adottare sempre e comunque.

 

 

E allora la frase che Giuseppe Baretti attribuì a Galileo Galilei, in merito all’abiura della sua teoria eliocentrica che sfociò nel celebre Eppur si muove, la potremmo immaginare, oggi, pronunciata dai difensori del calcio verticale al tribunale del giochismo. Ranieri, Mazzone o Allegri, inquisiti dagli esteti del calcio contemporaneo e rei di ricorrere anche alla palla lunga come arma, potremmo scommetterci, pronuncerebbero queste parole: Eppur si vince.