Ritratti
08 Maggio 2023

Che fine avrebbe fatto Pancho Gonzales

La forza inespressa di un tennista maledetto.

Torreggiante, la pelle olivastra e i capelli neri come il petrolio, il volto bellissimo rigato da una cicatrice alla Humphrey Bogart, e dotato del talento di uno a cui Dio all’età di 12 anni mise in mano una racchetta. Chissà che fine avrebbe fatto Ricardo Alonso Gonzales, detto Pancho, lo scapestrato ragazzino di Los Angeles, senza il suo incredibile talento naturale.

Ostracizzato dall’ambiente tennistico dell’epoca, in mano ai ricchi bianchi benpensanti, e figlio di un’America travagliata, l’America degli immigrati, dei chinos alla ricerca del sogno. Arrestato per furto con scasso a soli 15 anni, probabilmente senza il dono di quella racchetta Gonzales avrebbe continuato a vivere la strada, e chi lo sa dove sarebbe finito. Invece il giovane Pancho emerge dalla sua realtà, e si fa strada nel mondo a colpi di dritto e di rovescio. Completamente autodidatta, impara a giocare guardando gli altri giocatori sui campi pubblici da Los Angeles, ma nonostante l’incredibile e precoce talento viene escluso dai circoli che contano. Perry Jones, lo sceriffo moralista del tennis californiano del tempo a capo della Southern California Tennis Association, esclude il giovane dai propri tornei per il suo carattere burrascoso.

“Pancho non è un santo. Ma chi ha mai visto un santo con la racchetta?”.

Pancho Segura

Dopo un’esperienza in Marina finita con un congedo con disonore Pancho appena maggiorenne torna ad imbracciare la racchetta, facendosi notare nei tornei della West Coast tanto da costringere Perry Jones a rimangiare il suo veto e a sponsorizzare la sua partecipazione ai tornei più importanti per l’anno seguente. Nel 1948 tutta l’America si accorge di Gonzales, che approfittando dell’improvviso forfait del numero 1 americano del tempo Ted Schroeder trionfa a sorpresa agli US National Championship, gli antenati degli odierni US Open.

Di quel torneo il New York Times dirà: L’outsider peggiore dei tempi moderni siede sul trono del tennis“. È la consacrazione che gli vale il primo posto del ranking americano, la prima rivincita verso il tennis USA, a cui seguirà però un’annata altalenante, con un pessimo Wimbledon che gli varrà il soprannome di “Gorgonzales” e il bis della vittoria degli US National Championship.



Una pantera: agile nonostante la mole, dal passo pigro, elegante e al tempo stesso vigoroso. Lo stile di gioco aggressivo, l’aspetto e la fama di bello e dannato non possono sfuggire a Bobby Riggs, il promoter del circuito professionistico. Il tennista che sembra uscito da un romanzo di Hemingway, audace, combattivo, contro tutto e tutti, è un’inesauribile calamita per gli spettatori, e gli viene offerto un contratto da 100.000 dollari per unirsi al circo itinerante dei pro. Pancho non è ancora pronto ma l’occasione è ghiotta. Ventidue anni, figlio di immigrati, con una moglie e un figlio da sfamare, non può rifiutare.

Gonzales passa dalla parte dei “cattivi”. I professionisti. Gli animali da circo del tennis.

Il primo anno da pro è però un autentico flop, Gorgo inanella una serie interminabile di insuccessi, venendo letteralmente umiliato dal mattatore Jack Kramer per 96 match a 27.


TENNISTA IN CHIAROSCURO


“La cosa peggiore che sia mai successa a Gonzales è stata vincere a Forest Hills nel 1949. Gorgo non era maturo come giocatore per essere contrapposto a Kramer, un professionista al culmine della sua carriera”. Il mondo dello sport si sa è spietato, e dopo il disastro del primo anno da professionista Bobby Riggs definì Gonzales come “carne morta”, e lo rottamò con una buonuscita di 75.000 dollari.

Demoralizzato Pancho Gonzales molla il tennis, e senza la sua fonte di vita sprofonda nel baratro. Tenta varie avventure lavorative, dal commercio di articoli sportivi fino ad arrivare ad Hollywood, passando per le gare automobilistiche, mentre la sera puntava a poker gli ultimi rimasugli della sua buonuscita. Si lancia nelle notti brave della California del dopoguerra, fra gin, bische fumose e avventure galanti. Tentativi di sopravvivere, ma anche e soprattutto di vivere al massimo come solo quelli come lui sanno fare. Ma per vivere al massimo Pancho Gonzales ha bisogno del tennis e probabilmente il tennis ha bisogno di Pancho Gonzales. Jack Kramer, passato nelle vesti di promoter bussa di nuovo alla porta del campione latino per inserirlo in una nuova tournée: è l’inizio della seconda ascesa.


PANCHO GONZALES, NUMERO UNO


“Pancho, con la sua Spalding di legno, batteva non meno forte degli Ivanisevic o dei Sampras, con le loro racchette di grafite” (Ted Schroeder). La “seconda venuta” di Pancho Gonzales fra i professionisti è dominante, il tennista losangelino spazza letteralmente via qualsiasi avversario gli si pari davanti con una ferocia inaudita. L’ennesima rivalsa contro un mondo che lo ha sempre sottovalutato. Un tennis e un carattere selvaggio che gli costarono molti estimatori ma ben pochi amici. Pancho infatti era molto spesso pagato meno dei suoi avversari (si parla di contratti di 80.000 dollari per l’avversario e soli 15.000 per Gonzales), motivo per lui più che sufficiente per infierire in campo sul proprio inerme avversario, con la stessa rabbia del ragazzino che a 15 anni veniva escluso dai circoli. Un carattere senza dubbio difficile quello di Pancho, che preferiva viaggiare da solo in auto piuttosto che in autobus o in treno in compagnia dei suoi colleghi e avversari, con cui i rapporti erano sempre a dir poco tesi.

Avversari a parte, Pancho Gonzales soverchiò il tennis professionistico per i dieci anni successivi, numero uno incontrastato fra giocatoridel calibro diTrabert, Cooper, Anderson, Sedgman e addirittura Rosewall e Hoad. Un dominio tanto netto da costringere gli organizzatori dei tornei a cambiare per un certo periodo il regolamento per limitarlo, impedendo di fatto il serve and volley.


L’ULTIMO RUGGITO


Pancho usa il tennis per vivere e vive per il tennis, come un soldato di ventura ossessionato dal sangue e dal soldo. Il tennis come unica spinta vitale, a cui nei momenti bui ha cercato di sopperire con una vita ad alta velocità. Forse è per questo che Pancho è stato un tennista eterno, sulla cresta dell’onda fino ad oltre 40 anni nonostante uno stile di vita tutt’altro che da sportivo.

Pancho non aveva idea di come vivere o prendersi cura di se stesso. Era un ragazzo tutto hamburger e hot-dog per iniziare, e non conosceva il concetto di dieta, sul campo Gorgo beveva anche qualche sorso di Coca Cola durante una partita. Gorgo era un fumatore di sigarette piuttosto incalito. aveva ritmi di sonno terribili che erano deleteri per chi doveva affrontare un tour professionistico”.

Jack Kramer

Scolpito nella storia del tennis è il suo canto del cigno, il primo turno di Wimbledon 1969. Nell’assolato Centre Court si celebra il primo Wimbledon dell’era Open, e il venticinquenne Charlie Passarel sfida il ragazzo della periferia di Los Angeles; ha il volto scavato dai 41 inverni, varie vittorie, matrimoni e biccheri di whisky alle spalle e si appresta a scrivere l’ultima pagina della sua storia leggendaria. Gonzales prevale sul giovane Passarel dopo un’interminabile match di cinque ore e dodici minuti sull’erba, spalmato su due giorni. Sarà il match più lungo della storia dello Slam britannico per oltre un trentennio prima di essere polverizzato da Isner e Mahut.

22-24 1-6 16-14 6-3 11-9

Gruppo MAGOG

Michele Larosa

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