Calcio
09 Luglio 2023

Paolo Di Canio, al calcio come alla guerra

Il pallone come categoria dello spirito (e degli estremi).

D’improvviso il XXI secolo si è scoperto coscienza etica dell’intera storia umana, punto finale di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato; si pubblicano libri edificanti e innocui per non urtare pensieri e idee, si elemosina un consenso continuo, si censurano le perfidie di Shakespeare e le invettive di Cèline, si grida al razzismo per Mami, la domestica nera di “Via col vento”, si invoca il cambio del finale della “Carmen” di Bizet per femminicidio; finalmente, dopo l’Inquisizione, Hitler e Stalin l’umanità ha deciso che le masse vanno ammaestrate come già aveva provato a fare Mao con i suoi laogai, cioè i campi di rieducazione.

Quando si sostiene qualcosa di discordante i social, come isterici virus, insultano, offendono, deridono ripetendo la settecentesca legge di Lynch. Il narcisismo etico del XXI secolo opprime ogni aspetto umano, e se Easton Ellis ha parlato dei millenial come Generation wuss, rammollita, sarebbe il caso forse di allargare questa mollezza al primo ventennio del XXI secolo e chiamarlo Wuss Ditch, un Fosso Molle entro cui siamo caduti: dentro c’è una melassa appiccicosa che sta crescendo giovani pieni di paure e di chimica, distruggendo la libertà di ognuno. Eppure, come scrive in uno dei suoi Escolios Nicolás Gòmez Dàvila, “la storia non contempla soluzioni, bensì situazioni”.


Paolo Di Canio è stato un calciatore incredibile, tecnica limpida, istinto d’artista, spesso egoista e rissoso ma anche generoso, destabilizzante, un ufficiale raffinato e rabbioso sul campo.


«Durante la guerra mi sforzai sempre di considerare l’avversario senza odio, di apprezzarlo secondo la misura del suo coraggio. In battaglia cercai di individuarlo per ucciderlo, senza attendere da lui cosa diversa. Mai però che ne abbia pensato male. Quando, in seguito, mi caddero in mano dei prigionieri, mi sentii responsabile della loro sicurezza e cercai di fare per loro quanto era in mio potere».

Ernst Jünger, parlando della sua esperienza nella Grande Guerra, racchiude l’idea di calcio come la intendeva Paolo Di Canio: combattere cercando per se stesso e per gli altri la buona morte, quella dignitosa, da guerriero e stratega, rispettando il nemico che vuole l’identica cosa perché tu stesso sei nemico. A proposito del derby romano Di Canio disse. «Non si può pareggiare, meglio perderlo attraverso la possibilità di fare la storia perché ogni palla è una guerra diversa da quella che fai ogni domenica».

Il gioco è epica e le giocate dell’ex calciatore laziale, tanto raffinate quanto strafottenti, lo erano, pronte a saltare più uomini allo stesso tempo irridendoli, come nel gol che segnò contro il Milan quando giocava nel Napoli; ai limiti dell’impossibile. Lui, che da bambino veniva chiamato er Pallocca perché era in ciccia per troppa cioccolata e bibite gassate, è cresciuto al Quarticciolo, quartiere popolare romanista come la sua famiglia, eppure Paolo decise di appartenere alla Lazio dopo essere stato scoperto e segnalato dal giornalista Aldo Angelucci.

Di Canio contro tutti

Di Canio per le squadre in cui è stato, specie nella Lazio e nel West Ham, ha sostenuto una mistica corporativista, crede nell’unione forte degli uomini, andando oltre il suo geniale egoismo in campo – si fanno corpo unico quando decidono di battersi non per soldi ma per la gloria di un pomeriggio. Il calcio di Di Canio, amatissimo dai tifosi contestato da alcuni allenatori, era imprevedibile, indisponente, esaltante, mai una cosa sola.

Che poi, alla fine, si parla dei saluti fascisti, del tatuaggio di Mussolini e delle frequentazioni degli ideologi di Destra (partecipò anche al funerale di uno dei fondatori di Ordine Nuovo, Paolo Signorelli) e tutto diventa giudizio morale, più che politico – da un lato, dunque, il XXI secolo è l’esaltazione del relativismo su sesso, lavoro, identità, cultura dall’altro impone il dogma su come e cosa bisogna pensare.

Di Canio, dopo un derby del 1989, segnò e corse sotto la curva romanista puntandole il dito alla Chinaglia, il giorno dopo venne appeso un fantoccio laziale in strada per protestare contro il suo atteggiamento. Uomo dagli estremi, quando va a giocare in Inghilterra si ritrova esecrato per aver spinto l’arbitro Paul Alcock che cadde goffamente a terra e quella caduta sollevò la polvere ipocrita del mondo del calcio; venne poi beatificato per aver afferrato il pallone con le mani nell’area di rigore avversaria, dopo aver visto il portiere avversario a terra per infortunio durante una partita contro l’Everton. Dalla squalifica lunghissima di tre mesi al premio Fair Play.

“È difficile far capire allo scemo che la filosofia è precisamente l’arte di contraddirsi mutuamente senza annullarsi”.

Ancora la penna acidissima e nobile di Gòmez Dàvila. Essere Di Canio significa passare dallo sbruffone arrogante all’uomo della pietas, i suoi eccessi caratteriali nascono spesso dall’indignazione per come il suo talento viene trattato, è un tentativo di ottenere giustizia, come quando al Milan per contrasti con Capello andò a giocare in Scozia, dove venne eletto miglior calciatore dell’anno, subito andò in Inghilterra, ancora una volta miglior calciatore assieme a Zola.

Di Canio aveva fisico, velocità, scaltrezza, tecnica sopraffina, personalità, voglia di rivalsa. La vita e il calcio di Paolo Di Canio per molti anni hanno dovuto espiare una colpa originaria che gli viene ancora attribuita da chi ha “larghe vedute”. Ha segnato gol che si sono prolungati spesso nella sua esultanza provocatoria pronta allo scontro. La foga del calciatore romano, dopo il gol, era adrenalina, rabbia, furore come poche volte si è visto in campo, questo non poteva non diventare anche forza d’urto contro chi gli stava vicino, tipo Redknapp manager del West Ham o il (all’epoca) giovane Lampard.

Per Paolo Di Canio la partita era una guerra che portava se stessi a trasfigurarsi, non c’era il bene e non c’era più il male per quanto esistano regole da seguire, la guerra, come insegna nella sua gelida lingua Jünger, ha valori che vanno oltre il cosiddetto senso comune ma il senso comune, con ottusa perseveranza, continua a legiferare. Il calcio in Di Canio era categoria dello spirito, coincidenza di vita e morte, sacrificio e dedizione, amato dalle curve, disprezzato da altre curve. Per alcuni lutto, per altri resurrezione.


Davide Morganti è scrittore e giornalista, sceneggiatore e paroliere. Negli anni ha collaborato con diversi giornali, dalla Repubblica al Mattino, e ha scritto libri per Einaudi, Fandango, Neri Pozza. La sua ultima opera, Atlante della fine del mondo, ha segnato un piccolo caso editoriale: “summa incredibile del mondo moderno, nessuno ha mai scritto roba così prima”, per usare le parole di Roberto Saviano.


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