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Ritratti
8 Gennaio

Paolo Mantovani, il presidente

Edoardo Franzosi

10 articoli
Ritratto dell'imprenditore romano che fece grande la Sampdoria.

Il sorriso, affettuoso e sincero, si posa su un volto bello come il sole: romano d’altri tempi. La sua fine intelligenza e la sua intramontabile eleganza lo inseriscono nell’alveo dei presidentissimi. Paolo Mantovani è un uomo austero ma di grande umanità che ha trovato nel mondo del pallone il ponte ideale tra sentimento e ragione. In un lasso di tempo folgorante – appena una dozzina d’anni – è stato padre e guida della Sampdoria in un folle percorso ascensionale, dall’inferno della serie cadetta all’empireo delle grandi d’Europa. Un viaggio prematuramente arrestatosi il 14 ottobre 1993, giorno della scomparsa.


La vita di Mantovani prima (e oltre) la Sampdoria


Nato a Roma il 9 aprile 1930 da genitori originari della Bassa padana, Mantovani cresce nel ventiduesimo rione dell’Urbe – Prati – tra gli imponenti palazzi in stile umbertino e i signorili villini Liberty che ne forgiano le sue future cifre stilistiche: morigeratezza ed eleganza. Trascorsi i difficili anni della guerra nella capitale, una volta terminato il conflitto è sfollato a Cremona. Fa comunque rientro a Roma pochi anni più tardi. Corre l’anno 1948 e mentre l’Italia tenta di risollevarsi dalla recente catastrofe beneficiando del Piano Marshall, il 18enne Mantovani si rimbocca le maniche e trova un impiego presso gli uffici capitolini della società genovese Camela Petroli.

Inconsapevolmente questo è il primo passo ufficiale che lo avvicina a Genova, città che lo stregò – e nella quale sognò di tornare – quando, all’età di 9 anni, venne ricoverato al Gaslini per un’appendicite. Ironia della sorte, il desiderio di Mantovani bambino prende corpo nel 1955: l’armatore Filippo Cameli gli propone infatti di trasferirsi in sede. Così il giovane romano, con grande sagacia, coglie la palla al balzo e accetta. Tuttavia l’amore viscerale e carnale per la Sampdoria non sboccia subito, anzi.

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Animato originariamente da fede laziale che, come ha raccontato al Corriere Mercantile il figlio Enrico, era nata per «colpa di un gioco con un carissimo amico di infanzia, per cui ognuno dei due doveva tenere per una squadra diversa, uno per la Roma e l’altro per la Lazio», Mantovani si innamora presto di Genova e del Genoa. Sposa la causa del Grifone sottoscrivendo un abbonamento biennale (1962/1964) chiesto ai tifosi dall’allora presidente Giacomo Berrino per non cedere il compianto Gigi Meroni. Al termine della stagione tuttavia, il massimo dirigente non onora la promessa fatta e il George Best di Como fa le valigie direzione Torino, sponda granata.

Per Mantovani altro non è che un tradimento. Così il grifone muta in un baciccia. Parliamo del primo embrionale atto di una splendida storia propiziata forse dalla Signora Gianna, la donna che gli stirava le camicie e che, come ha ricordato a Repubblica il sopracitato figlio Enrico, «portò a casa nostra i primi assaggi di Sampdoria. Abitava in Scalinata Montaldo e tutte le domeniche portava noi bambini allo stadio». Quindi nel 1973, sotto la presidenza dell’armatore Glauco Lolli Ghetti, Mantovani entra a far parte della società blucerchiata nelle vesti di addetto stampa.

Dalle parti di via XX settembre si vocifera addirittura che tenesse un archivio di tutti i giornalisti e ne stilasse classifiche e pagelle. Ma ben presto anche questa avventura scema. Il mondo del calcio non fa per lui, troppi sprechi e leggerezze dice. La goccia che fa traboccare il vaso è una dura contestazione avvenuta allo stadio. Dopo soli tre anni Mantovani lascia il ruolo fino a quel momento occupato con la Sampdoria. Parallelamente si toglie grandi soddisfazioni sul piano lavorativo: abbandonata la Cameli, assieme ai soci Lorenzo Noli e Mario Contini, rileva e trasforma la Pontoil – una piccola azienda di Busalla (Genova) – in un’impresa finanziaria operante sul mercato petrolifero.

Nel giro di soli due anni, sotto l’egida di Mantovani, la Pontoil passa da un fatturato annuo di 60-70 miliardi a 350, divenendo la quarta acquirente mondiale di petrolio dal Kuwait. Tuttavia è nel 1979, nel bel mezzo della crisi energetica, che l’imprenditore romano fa fortuna: la Pontoil acquista un importante carico di greggio dal Kuwait e mentre le petroliere navigano nel Golfo Persico i paesi dell’Opec ritoccano il prezzo del greggio facendo così impazzire il mercato libero. La società di Mantovani ricava quindi guadagni pari a 112 milioni di dollari, 180 miliardi delle vecchie lire. Cifre che fanno impallidire.


Mantovani atto secondo: il marinaio torna in Serie A


Ma il 1979 non è soltanto l’anno di folli ricavi. Il broker romano, per beneficiare di un ulteriore ritorno d’immagine e divenire genovese a tutti gli effetti, il 3 luglio acquista la Sampdoria. Ebbene, se tre anni prima se ne era andato dal retro quel giorno fa rientro dalla porta principale. La situazione societaria non è però delle migliori: 35 miliardi di debiti, una compagine da rifare ex novo e addirittura mancante di un centro sportivo. Mantovani ha tuttavia le idee chiare: fare della Samp una squadra di Serie A rendendola, come da lui stesso asserito alla giornalista Daniela Ghia, «forte, molto forte in tutte le sue strutture, in modo che una volta esplosa questa realtà venga mantenuta anche in futuro».

Le prime due stagioni però sono aride di risultati e nel frattempo Mantovani, complice uno stile di vita poco salutare, è minato da guai fisici. Il 2 settembre 1981, dopo aver assistito a un Cagliari-Sampdoria valevole per la Coppa Italia, viene colpito da un infarto diaframmatico acuto. Salvo per miracolo, si ritira momentaneamente a Ginevra, in salute e al riparo dalle accuse di frode – figlie dell’attività della Pontoil – pervenutegli dalla giustizia italiana.

Nel marzo seguente, dopo che i medici da cui è seguito gli prospettano soltanto pochi mesi di vita, sfida il destino e vola a Phoenix, in Arizona, dove supera con successo un delicato intervento al cuore. Nel frattempo la figlia Francesca lo aggiorna sui risultati della squadra, che Mantovani segue comunque dall’esilio svizzero impartendo direttive. E proprio al termine di quella stagione così travagliata arriva la prima grande soddisfazione: la Sampdoria, guidata da Renzo Ulivieri, conquista la Serie A; il primo tassello di uno scudetto che si concretizzerà nove anni più tardi.


Trionfo su tutti e vi saluto


In quell’arco di tempo Mantovani, che intanto rientra in Italia essendo assolto dallo scandalo petroli, si dimette dalla Pontoil e dedica anima e corpo alla gestione della Sampdoria. Arrivano i primi poderosi investimenti che hanno i nomi – per citarne alcuni – di Vierchowod, Mancini, Vialli, Cerezo, Pagliuca e del maestro di calcio e di vita Vujadin Boškov. Quel gruppo di talenti scapestrati giunge gradualmente a maturazione grazie ai consigli paterni del taumaturgo Mantovani.

«Era un visionario», ricorda Vialli a Sampnews24. «Vedeva più avanti di tutti e aveva una forte volontà: battere lo status quo, una sorta di Davide contro Golia perenne, voleva creare una squadra in grado di agitare le acque, creare uno tsunami. Era un uomo carismatico e straordinariamente coinvolgente. Lui ti trasmetteva questa visione. Quando si diceva che andavamo a letto con il pigiama della Sampdoria, era vero. Quando si sottolinea che i colori della Sampdoria erano una seconda pelle, era vero. Eravamo pronti a tutto, a metterci l’elmetto».

Gianluca Vialli

E quei ragazzi, che l’elmetto lo indossano davvero, ripagheranno Mantovani e la sua gente con successi straordinari: tre coppe Italia (’85-’88-’89) e una Coppa delle Coppe (’90). Poi l’apoteosi il 19 maggio 1991: lo scudetto. Mantovani a stento ci crede, la commozione è tale che alle domande di Gianni Minà non riesce a rispondere. Ma ce l’ha fatta e il sogno, perché così pareva soltanto 10 anni prima, è realtà. Segue poi la vittoria della Supercoppa italiana all’inizio della stagione successiva e parallelamente il presidente si gode il percorso del suo gioiello in Coppa dei Campioni.

Senza il supporto di buona parte della stampa e ancora una volta contro ogni pronostico, i suoi ragazzi arrivano ugualmente in finale. Purtroppo a Wembley sappiamo com’è andata. Allora Mantovani capisce che è giunto il momento di cambiare ed inoltre ha bisogno di soldi, così cede Vialli alla Juventus: «devi accettare», gli dice. «Questo è il mio testamento». Inizia a puntare sui giovani. Il nuovo corso tuttavia non nasce sotto i migliori auspici: i risultati sono deludenti e a complicare le cose ci pensa un secondo, grave infarto, da cui riesce tuttavia a recuperare. Poi le prime vittore, l’Europa mancata per un solo punto e un male che lo colpisce. Seguono gli ultimi colpi da maestro: Gullit e Platt.

mantovani secolo xix
Il Secolo XIX saluta Mantovani

Non fa in tempo a goderseli, che ormai stanco vola in cielo 63enne il 14 ottobre 1993. Quello che Mantovani ha fatto non ha eguali: al di là dei grandiosi successi sportivi è stato in grado di sublimare una realtà semi-provinciale creando un ambiente modello, in grado di trasformare ragazzi in uomini, una squadra in famiglia. Mantovani insomma, per riprendere le parole del suo “quinto figlio” Roberto Mancini, «era un genio. Uno che capiva le cose prima degli altri. Un presidente perfetto». A noi piace ricordalo sorridente a Marassi, mentre con l’innata eleganza che lo ha sempre contraddistinto saluta una gradinata sud festante. Quella che non smetterà mai di acclamarlo.


Immagine di copertina © Rivista Contrasti

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