Siamo tra la fine dei ’50 ed i primi ’60, è inverno, ma nel Mar dei Caraibi la temperatura è mite a sufficienza da dimenticarsi che a breve sarà Natale. A bordo della nave da crociera l’equipaggio è eterogeneo, ma solo se si tiene in considerazione la ciurma. D’altronde, si sa, d’inverno la classe operaia e la piccola borghesia sono a lavoro. A dire il vero la stagione non incide troppo sulle crociere, se non sull’itinerario della nave. Sono anni in cui, che sia estate o inverno, le crociere non sono gettonate ed accessibili come oggi.

 

 

Tutt’altro, sono eleganti, raffinate, esclusive, démodé come solo sanno esserlo le grandi istituzioni abbottonate ed in declino. Come i caffè ottocenteschi nelle gallerie delle grandi città italiane, che mascherano velluti scoloriti, specchi ossidati e zucchero raggrumato con il pretesto della classe e della tradizione, fingendo di non curarsi del loro progressivo scivolare nell’oblio.

 

 

Su questa nave partita dal porto di Genova – dove facchini dalla voce cadenzata come una samba di Bruno Lauzi hanno imbarcato i bagagli della loro classe dirigente – viene offerto un intrattenimento piuttosto originale. In un ristorante della nave, una coppia piano e voce allieta la clientela con i classici, tra swing, canzone napoletana e chanson francese. Trattasi di Fedele Confalonieri e Silvio Berlusconi.

 

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Silvio Berlusconi e Fedele Confalonieri alla conquista dell’Italia (foto The Vision)

 

 

Al piano superiore, un’altra coppia destinata a entrare nell’immaginario pop della cultura italiana dei seguenti trent’anni. Un genovese né troppo alto, né troppo affascinante – anzi per cinque anni consecutivi è stato insignito del titolo di più brutto alunno del Liceo Andrea Doria – introduce sul palco un concittadino, un menestrello, un talento emergente. Curvo sulla chitarra, l’aria più seccata che divertita, un accenno di ciuffo nel taglio a riga alta, il cantante esordisce: “Quando la morte arriverà…” In platea occhi sgranati e mani che pronte si fiondano sotto i tavoli.
È satira o è intrattenimento?

 

 

I due sul palco sono rispettivamente Paolo Villaggio e Fabrizio De Andrè, e con il senno di poi forse stanno facendo entrambe le cose. Che si tratti delle parole cantate da De Andrè o di quelle recitate da Villaggio, i due amici, conosciutosi nella Genova umida e lurida dei carruggi del dopoguerra, hanno fatto tematica centrale della loro poetica l’impiegato italiano degli anni ’70. Da un lato il concept album Storia di un Impiegato (1973), dall’altra gli sketch televisivi, i libri ed i film della saga di Ugo Fantozzi.

 

 

Quella dell’impiegato tra l’inizio e la metà degli anni ’70 è una posizione sociale che affascina chi osserva e commenta la realtà italiana. L’impiegato è andato a colmare lo spazio tra la classe operaia e la medio-alta borghesia. È una posizione sociale figlia delle conseguenze del boom economico e anche dei primi risultati dell’incremento della scolarizzazione in Italia. Una posizione che garantisce l’accesso alla corsa consumistica, con maggior potere d’acquisto rispetto a quello dell’operaio, ma comunque limitato rispetto a quello di un dirigente.

 

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Paolo Villaggio a cena con l’amico e cantautore Fabrizio De André (foto The Vision)

 

 

La tematica affascina così tanto il nord Italia che nel 1972, nella non distante Torino, il cantautore folk dalle forti tematiche sociali Gipo Farassino per la prima volta mette da parte il piemontese e incide Uomini, Bestie e Ragionieri. L’album è un toccante e dissacrante semi-concept che tanto nel titolo quanto nella traccia ‘Mario Rossi’ sembra appartenere alle pagine di Fantozzi, che Villaggio ha pubblicato per Rizzoli l’anno precedente.

 

 

Molta dell’attenta e sottile critica sociale di Villaggio passa per lo sport, elemento cardine dell’unita culturale nazionale. Tra ilari sketch ricchi di iperboli basati sugli stilemi della commedia e della tragedia greca, il Ragionier Fantozzi fa esperienza di quasi tutti gli sport in voga nei ’70 tra gli italiani di mezza età: calcio, tennis, sci, ciclismo, biliardo, ed anche la caccia. Lo sport, apparentemente un collante sociale, diventa pretesto per mettere in luce le differenze tra classi in un’Italia sospesa tra la rampante stagione del boom ed i primi scricchiolii del benessere.

 

 

Le lotte studentesche e di classe, la crisi petrolifera, l’austerity e la presa di coscienza del grande inganno rappresentato dalla società dei consumi permeano l’atmosfera dei racconti di Villaggio senza mai dominarne la narrazione. Se la partita tra scapoli e ammogliati – un classico del periodo – è efficace nel cogliere gli esiti imbarazzanti di quando sui campi spelati di provincia proviamo ad emulare le giocate dei campioni, sono in modo particolare il tennis e lo sci ad incorniciare il divario tra la bassa e l’altra borghesia.

 

fantozzi scapoli vs ammogliati

L’epica sfida tra scapoli e ammogliati, finita nel fango (frammento dal primo film Fantozzi)

 

 

Sull’entusiasmo del trionfo tricolore alla Coppa Davis, infatti, anche l’impiegato si mobilita acquistando racchette, sneakers e bianchi pantaloncini inguinali, come testimoniano i diffusi campi da tennis presenti nei dopolavoro aziendali. Nonostante ciò, parafrasando il Duca Conte Catellani nella celeberrima partita di biliardo, non viene abolita la differenza tra la classe (non solo sociale) della nobiltà ed il tentativo degli impiegati di accostarsi ad essa.

 

Per questo motivo Fantozzi e Filini non trovano che spazio tra le 6 e le 7 del mattino per disputare l’incontro di tennis. Come osserva, sottilissimo, Villaggio: “Tutte le altre ore man mano che si avvicinava il mezzogiorno erano già occupate da giocatori di casta sempre più elevata: direttori clamorosi, ereditieri, cardinali e figli di tutti questi potenti.”

 

Ad esemplificare il concetto in maniera eccellente è quindi il contrasto tra il vestiario raffazzonato dei due dipendenti e l’eleganza in stile Giardino dei Finzi Contini dei più abbienti avventori dell’impianto rimasti congelati negli spogliatoi dalla sera prima. Villaggio porta alla mente la critica espressa da Pasolini sulle pagine del Corriere della Sera in data 10 giugno 1974 riguardo la “rivoluzione antropologica in Italia”, nazione la cui borghesia ha cambiato i suoi valori sanfedisti e clericali con quelli “dell’ideologia edonistica del consumo e della seguente tolleranza modernistica di tipo Americana.” Secondo lo scrittore e regista, inoltre, risulta grottesco il tentativo delle classi sociali basse di assumere attitudini e stile di vita borghesi.

 

 

In maniera analoga al tennis, lo sci nella mèta dei ’70 vide timidi slanci dell’italiano verso le piste con risultati spesso grotteschi che non fanno altro che ribadire l’inesperienza ed inadeguatezza del popolo verso un hobby elitario per tradizione. Il Fantozzi cazzaro, che la spara grossa sull’essere stato azzurro di sci, si colloca cosi a metà tra l’Alberto Sordi de Il Conte Max e il Mario Brega di Vacanze di Natale. A svettare pero è la raffinatezza dei riferimenti culturali di Villaggio, uno su tutti il richiamo alla spedizione esplorativa del Polo Nord del Comandante Nobile e della sua cagnetta Titina nel 1926.

 

 

Dietro la maschera, il pensatore Paolo Villaggio. Intervista semplicemente illuminante

 

 

Villaggio più che un comico è un intellettuale, lucidissimo anche in quelli che venivano da lui stesso fatti passare come deliri senili. Anzi, se l’intervista alla TV svizzera del 1975 ci offre un Villaggio impeccabile antropologo, sociologo o filosofo, le ospitate televisive degli anni precedenti la dipartita catturano uno dei più grandi, sferzanti e liberi commentatori della società, italiana e non.

 

 

Come dichiarato in un’intervista del gennaio 2012 per La7, Villaggio non si riesce a considerarsi attore comico fino a quando Luciano Salce fa ricadere la scelta dell’interprete di Fantozzi sul suo autore, data la mancata disponibilità di Renato Pozzetto e Ugo Tognazzi. Come riportato nelle note di copertina del primo libro di Fantozzi, dopotutto Villaggio politicamente sedeva “alla sinistra del partito comunista cinese”, oltre ad avere più fascino del cantante Mal.

 

 

La bravura di Villaggio sta nell’offrire agli spettatori riferimenti propri della cultura del pubblico stesso, una cultura della piccola borghesia fatta di una serie di capisaldi che alternano eredità del fascismo, vaghi cenni storici e fenomeni pop-sportivi. Dalla maglietta della GIL (Gioventù Italiana del Littorio) usata per la partita di tennis, a Giovannona Coscia Lunga, passando per la critica di Villaggio alla tragicomica boriosità dei cineforum intellettuali di cui l’attore aveva fatto esperienza in gioventù.

 

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Il primo libro di Paolo Villaggio, edito da Rizzoli

 

 

La grandezza di Villaggio sta forse proprio nel trovare un bilancio tra il mettere in luce il dramma dell’impiegato vittima del consumismo e ironizzare sull’aspetto grottesco del Sessantotto che ad esso si ribella. Ne è esempio la riuscitissima figura del sindacalista Folagra ed i rappresentati della commissione interna in divisa dell’esercito della Repubblica Popolare Cinese, picco di demenzialità alla Monty Python.

 

 

Tra questi due estremi, tra la sottomissione alla Megaditta ed il sindacato, è la figura della nemesi di Fantozzi, il Geometra Calboni a rappresentare, anche attraverso lo sport, la tipologia umana che sembra apparentemente uscire meglio dal girone infernale che è la vita della piccola borghesia. Calboni è il bello ed il bullo dell’ufficio, uomo single che dunque gode maggiormente dello stipendio e si lascia andare, senza presa di coscienza delle controversie del boom economico, ad uno stile di vita che cerca di replicare il benessere delle classi sociali superiori. Anzi, a Cortina non si risparmia dal fingersi un abbiente habitué per impressionare i colleghi, come il più classico dei vitelloni da bar di provincia.

 

 

Calboni è il figo che subito segna alla partita Scapoli-Ammogliati ed esulta con il braccio verso l’alto, come i campioni della Serie A. A differenza di Fantozzi, il geometra, da vero bullo, è un maestro del biliardo, come i sette titoli di campione di carambola all’Enel testimoniano. Ciò non lo frena però dal perdere clamorosamente e ripetutamente contro il Duca Conte Catellani per ottenere promozioni ed arrivare a poter entrare nell’ufficio del direttore “anche con la luca rossa”.

 

Nella meschina genuflessione di Calboni e nel moto di orgoglio che spinge Fantozzi a rimontare e battere il Catellani a biliardo si colloca la grande umanità del personaggio di Villaggio, che pur mettendo in luce la vita miserabile dell’impiegato gli riconosce, anche se solo per un istante, la potenzialità di strappare le catene della vessazione.

 

Villaggio non è il miglior comico della storia italiana, perché dopotutto la sua non è mera commedia. Villaggio non è Totò, e nemmeno Sordi, è un antropologo che ha colto il dramma umano ed ha saputo mettere in luce la tragicomica meschinità dell’italiano medio facendolo ridere del suo prossimo, senza realizzare di essere lui stesso Ugo Fantozzi. In uno sketch di Canzonissima 1969, Villaggio in tuta dei Viola scherza con la Fiorentina campione d’Italia, una compagine che, come la come la comicità di Villaggio, è stata un’eccezione nell’Italia a cavallo tra i ‘60 ed i ‘70, sapendone catturare lo spirito del tempo.

 


Copertina © Rivista Contrasti