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Tennis
7 Settembre

La quasi perfetta simmetria delle Paralimpiadi

La spedizione olimpica giapponese è stata la punta dell’iceberg della migliore Italia sportiva paralimpica.

La quasi perfetta simmetria della scena conclusiva – con la tripletta delle velociste azzurre nei cento metri a rimandare al quartetto d’oro maschile della 4×100 di qualche settimana prima – è stata così stupefacente, nemmeno fosse stata disegnata a tavolino. I giornali (non solo sportivi) hanno messo sorprendentemente in prima pagina, per una domenica almeno, le meravigliose immagini tricolori delle atlete paralimpiche. Roba mai vista o quasi, alle nostre latitudini.

Non che sia tutto qui. Ma senz’altro aiuta, un po’ di clamore, nella prospettiva complessiva. Anche se questo boom mediatico – almeno sul finale, non lo stesso si può dire per il resto della manifestazione, copertura tv compresa – non ha dissipato gli interrogativi la cui eco si riprorrà ancora ancora e ancora: sarebbero meglio le Paralimpiadi in contemporanea ai Giochi Olimpici (per sancirne la perfetta uguaglianza davanti al sacro fuoco dello sport) o meglio sono invece così in un momento a parte (per aumentarne la visibilità e apprezzare i contorni di quella diversità innegabile: “La diversità rende il mondo più bello, non bisogna vergognarsi di ciò che siamo” cit. Ambra Sabatini)?

Domanda alla fine, a leggerla bene, più oziosa che retorica. Più discutere semmai fa e farà la forte disparità (peraltro già conosciuta prima di cominciare) di trattamento economico nei premi per le medaglie conquistate, su cui vale la pena riflettere e far riflettere chi di dovere per il futuro. L’Italia torna comunque a casa dal Giappone con un record mica da poco. 113 atleti mandati a Tokyo e 69 medaglie conquistate nel complesso (14 ori, 29 argenti, 26 bronzi).



Mai così tante: 30 più di cinque anni prima a Rio, 11 in più del precedente primato di Seul 1988. Un successo del movimento paralimpico anche in profondità: sul podio gli azzurri sono saliti almeno una volta in ben 11 discipline diverse (dal tiro con l’arco all’atletica leggera, dalla canoa al ciclismo, dall’equitazione al judo, dal tiro a segno al nuoto, dal tennistavolo al triathlon fino alla scherma). Anche se in fondo va tenuto in forte considerazione anche che 11 dei 14 ori azzurri sono arrivati dalla piscina (gli altri tre da scherma, ciclismo, atletica).

Ma sono tanti i germogli piantati anche in prospettiva futura, visto che oltre la metà dei partecipanti era alla sua prima volta su questo palcoscenico.

E che l’età media degli atleti si è abbassata e, a fronte di una Bebe Vio che a 24 anni pare ormai una veterana di mille battaglie, ci sono tanti giovani ben oltre la rampa di lancio. Al netto di ultraquarantenni medagliati come Oney Tapia, Monica Contrafatto, Francesca Porcellato e Sara Morganti tanto per fare qualche esempio, il grande pubblico ha imparato infatti tanti nomi nuovissimi: dalla succitata diciannovenne Sabatini alla ventenne Carlotta Gilli (due ori, due argenti, un bronzo, mica spiccioli).

E sicuramente sono questi gli esempi che faranno da traino a chi, alla disabilità, non ha ancora mai voluto o potuto abbinare lo sport, nel nostro strano Paese. Le cifre crude dicono che Italia sono tre i milioni di disabili (qualcosa come più della metà dei tesserati di tutte le federazioni sportive nazionali). Un potenziale enorme non tanto (e non solo) di possibili medaglie quanto di donne e uomini, ragazze e ragazzi da riconsegnare alla vita nel modo più bello e pieno. Facendo sport. Appunto anche per questo Luca Pancalli ha parlato di “punta dell’iceberg della migliore Italia sportiva paralimpica”. Il lavoro più duro, ma anche più bello e appassionante, è quello sotto il livello di galleggiamento di quell’iceberg. Tanto è stato fatto, ma il più è ancora da fare, pensare, vivere.

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