C’è stato un tempo in cui gli alieni passeggiavano indisturbati fianco a fianco con gli esseri umani, ed anziché circondarsi di un’aura di timore e diffidenza, venivano osannati e glorificati dai comuni mortali, osservati con stupore e meraviglia; riuscivano ad avere un effetto ipnotico ed onirico agli occhi dell’osservatore. Quegli alieni non mescolavano il loro sangue a quello dei terrestri, mantenendo pura una stirpe che generava automaticamente i nuovi iniziati da introdurre in quella società profondamente indipendente ed indipendentista. Quegli alieni erano i talentissimi del Barcellona, membri di quella squadra facente capo a Pep Guardiola, che come un’astronave extraterrestre si muoveva sincronicamente sul terreno di gioco, grazie al legame indissolubile che vi era tra i suoi interpreti, come se ognuno di loro fosse lo strumento di una sinfonia perfetta. O forse anche di più, forse erano essi stessi la macchina che annientava qualsiasi avversario trovasse sul suo cammino. Parafrasando Federico Buffa: non si trattava di pilotare un’astronave extraterrestre, si trattava di essere un’astronave extraterrestre. E le trame che riuscivano a tessere parevano talmente incomprensibili da risultare geometricamente perfette alla vista dell’occhio umano.

Pep Guardiola con il più grande della nostra epoca, Lionel Messi

Pep Guardiola con il più grande della nostra epoca, Lionel Messi

Uno degli elementi fondamentali che permettevano questa armonia era rappresentato dalla cultura sportiva del club della Catalogna. Modello ed ispirazione per qualsiasi altro club, la Cantera del Barcellona era uno dei vivai più prolifici al mondo, se non quantitativamente sicuramente qualitativamente. Dal suo settore giovanile, il club blaugrana ha pescato, coltivato ed integrato il talento di leggende come quella di Messi. Uno dei centrocampi più forti e calcisticamente perfetti della storia era formato da tre giocatori provenienti dal settore giovanile, vale a dire Xavi, Busquets, Iniesta. E quando un calciatore veniva acquistato, spesso si trattava di un ex canterano, come nel caso di Piqué e Jordi Alba, prelevati da Manchester United e Valencia e che, assieme a Puyol e Victor Valdes, anch’essi cresciuti nelle giovanili del Barcellona, difendevano la retroguardia blaugrana. Ancora, nel coprire un tassello lasciato vuoto, il club catalano cercava il sostituto in casa propria prima di gettarsi a capofitto sul mercato: Pedro in questo senso tappava il buco lasciato aperto da Henry (trasferitosi a New York) con risultati eccelsi. La politica societaria era chiara: formare una squadra con giocatori che si conoscono, giocano assieme, alla stessa maniera e con gli stessi principi di gioco di quand’erano ragazzini. In questo modo il salto dalle giovanili alla prima squadra, per ogni calciatore, sarebbe stato meno traumatico e i risultati hanno dimostrato come questa politica fosse giusta. Per anni il Barcellona ha dominato la scena mondiale, incantando ogni tipo di pubblico e distruggendo mentalmente qualsiasi avversario, grazie anche ad un gioco innovativo prodotto da una mente brillante come quella di Pep Guardiola, loro condottiero. La vittoria della programmazione e di una chiara filosofia contro il capitalismo calcistico.

Lo splendido (e storico) gol di Andrès Iniesta in semifinale contro il Chelsea, nel 2012

Lo splendido (e storico) gol di Andrès Iniesta in semifinale contro il Chelsea, nel 2009

Proprio la squadra che un tempo rappresentava el Caudillo Francisco Franco, e che ora è conosciuta in tutto il mondo e da tutte le generazioni come il Real Madrid dei Galacticos, si trova nell’altra faccia della stessa medaglia. Dal Real Madrid dei Figo, Beckham, Ronaldo e Zidane, a quello del tridente Cristiano Ronaldo, Bale e Benzema, la politica dei blancos è invece sempre stata quella di acquistare i migliori calciatori nel panorama mondiale, senza dare troppa importanza al prezzo pagato. Anzi, maggiore era il prezzo, maggiore era anche il riscontro pubblicitario e quindi economico che ne derivava. Perché le motivazioni di tale filosofia erano essenzialmente due: la prima ovviamente era quella di formare la miglior squadra possibile che potesse vincere qualsiasi trofeo nell’immediato futuro, ma il formare una squadra potenzialmente imbattibile è obiettivo molto più complicato del semplice disporre in campo un’accozzaglia di campioni senza legami e affinità; il secondo era invece il capitalizzare il più possibile dal merchandising, dagli sponsor e dalla pubblicità. Tanti campioni (e tanti nomi) portano tanto guadagno. I risultati sul campo sono stati sì soddisfacenti, ma mai paragonabili a quelli economici. Il Real Madrid di quegli anni non ha mai raccolto, in termini di trofei conquistati, quanto le premesse facevano sperare. Neanche in termini di bel gioco, non riuscendo mai a soddisfare da quel punto di vista il fine palato del pubblico del Bernabeu. Un ammasso di campioni che in terra iberica era costretto a fronteggiare gli alieni venuti da un altro pianeta. Impresa difficile per quegli anni, quasi impossibile.

Il Real Madrid dei Galacticos: da sinistra Beckham, Figo, Zidane, Raul e Ronaldo.

Il Real Madrid dei Galacticos: da sinistra Beckham, Figo, Zidane, Raul e Ronaldo.

Il paradosso ci insegna che il cambiamento è stato talmente impercettibile da essere ora evidente agli occhi di tutti. L’ultimo grande acquisto, in termini economici, del Real Madrid è stato James Rodriguez nell’estate del 2014. Stella degli ultimi mondiali giocati in Brasile, fu acquistato sull’onda dell’entusiasmo, divenendo il calciatore col record di magliette vendute nel giorno di presentazione (record poi superato da Neymar nel recente trasferimento al PSG). Da allora, le domande poste ai piani alti della dirigenza merengue sono state: “Come migliorare una squadra che apparentemente è già una delle migliori al mondo? Se disponiamo dei migliori calciatori a livello globale, perché allora non puntare sui migliori giovani, soprattutto spagnoli, da far crescere in casa accanto alle nostre stelle?”. Non una crescita piramidale come quella del modello Barcellona, ma sicuramente simile. I nuovi giovani acquisti del Real Madrid devono esser pronti sia nell’immediato quando chiamati in causa, sia prendendo il posto dei titolari nel breve futuro, aiutati da essi nell’integrazione e nell’acquisire quella mentalità vincente tanto decantata. Ed ecco che in prima squadra vediamo giovani come Varane, difensore acquistato già all’epoca di Mourinho, Carvajal, terzino cresciuto a Madrid e riportato alla casa base dopo un solo anno giocato all’estero. Un po’ come Morata, ceduto alla Juventus e riacquistato due anni dopo. Possiamo parlare di Marcos Llorente e Vallejo, giovanissimi dati in prestito per un massimo di due anni, garantendo loro l’esperienza necessaria per poter stabilizzarsi nella prima squadra di Madrid, come infatti è avvenuto. I nuovi acquisti estivi, quel Dani Ceballos nominato miglior giocatore dell’ultimo Europeo Under-21 disputato in Polonia e che è destinato a prendere il posto che lascerà vacante Modric, e Theo Hernandez, giovane terzino sinistro prelevato dai cugini e rivali dell’Atletico Madrid a fronte di una clausola rescissoria considerata troppo bassa col senno di poi (si parla di trenta milioni di euro), e che si farà trovare pronto una volta che Marcelo comincerà a mostrare i primi segni di decadenza fisica. Fino al caso più emblematico, Marco Asensio nato a Palma di Maiorca, società storicamente molto legata al Barcellona, ma che ha deciso di sposare la causa del Real Madrid, ripagando la fiducia con prestazioni sublimi e dimostrando sul campo di avere un’età calcistica superiore a quella anagrafica.

Asensio bacia la medaglia e si fa fotografare con la coppa dalle grandi orecchie

Asensio accanto alla coppa dalle grandi orecchie, vinta contro la Juventus.

Tutti questi casi, ad eccezione di Varane, sono giovani ragazzi spagnoli, la nuova leva che si prepara a riconquistare anche con la Nazionale la scena calcistica mondiale, e che garantisce al Real Madrid quel ricambio generazionale che non è riuscito ad una società come il Barcellona, storicamente più propensa a far crescere in casa propria i nuovi prospetti calcistici. Potremmo individuare nell’addio del filosofo e maestro Pep Guardiola la genesi del cambiamento filosofico societario. Negli ultimi cinque anni raramente il club catalano ha inserito stabilmente in prima squadra i giovani cresciuti nella Masia, il centro di crescita blaugrana, saltando un ricambio generazionale fondamentale. Laddove i nuovi volti non si sono dimostrati all’altezza dei predecessori, il club ha mancato di infondere quella fiducia necessaria negli stessi, abbandonandoli al loro destino e ripiegando ogni sforzo sul più semplice calciomercato. Sono stati acquistati grandi calciatori, lo ammettiamo, come quei Suarez e Neymar che insieme a Messi hanno formato il tridente offensivo più forte (forse) della storia del calcio. Ma quel tridente è riuscito a dominare incontrastato soltanto un anno, cedendo poi il passo ai rivali di Madrid. La sensazione che trasmetteva il campo era che sì, quei tre fossero indomabili, ma un corpo quasi estraneo agli altri membri della squadra, spezzando il filo che fino a qualche anno prima teneva legati i giocatori in quella sinfonia musicale troppo perfetta per essere vera. Gli altri acquisti, poi, si sono rivelati totalmente inadeguati al contesto in cui hanno scelto di giocare. Parliamo, tra i tanti, dei centrocampisti André Gomes ed Arda Turan, dell’attaccante Paco Alcacer, dei difensori Umtiti ed Aleix Vidal. Calciatori con ottime qualità mostrate nelle loro precedenti esperienze, ma senza alcun tipo di affinità col modello calcistico Barcellona. Quello che una volta era “Mes que un club”, l’orgoglio catalano e la visione di un calcio vincente ed innovativo, sembra ora sbiadito. Le sue sfumature appaiono monocromatiche, grigie come le ultime stagioni. L’unica speranza a cui aggrapparsi rimane quel piccoletto col numero 10, l’unico che può ridare colore in qualsiasi situazione si trovi. Ma anche Messi, ci dispiace ammetterlo, non sarà eterno. I due club, Real Madrid e Barcellona, hanno fatto a cambio di manuali calcistici. Le variabili per cui si riesca ad attuare una politica vincente sono infinite ed a volte imprevedibili. L’unica nostra certezza sta nella ciclicità delle ere calcistiche; non è stato eterno il ciclo blaugrana, non sarà eterno quello merengue. Nel calcio tutto si trasforma, niente si crea e niente di distrugge. A noi non resta che essere viaggiatori esterni, osservatori del cambiamento, cercando l’emozione in un extraterrestre col pallone tra i piedi. Dopotutto, se gli alieni sono già stati sulla Terra una volta, chissà che non tornino a trovarci, magari con la divisa di un altro colore.