“Nulla è tanto dolce quanto la propria patria e famiglia, per quanto uno abbia in terre strane e lontane la magione più opulenta”. Così parlava Omero della terra natìa nei suoi scritti: certo son passati quasi tremila anni, ma se le patrie ancora non sono sparite, deve esserci un motivo. Cosa c’entra tutto questo con lo sport direte voi. Qualcosa in effetti c’entra, anche se forse c’entra sempre meno. Prendiamo il calcio: dobbiamo ammettere che riguardo la questione del cambio di nazionalità dei calciatori, ancora facciamo fatica ad abituarci. Sempre più Paesi costruiscono infatti rappresentative impostate su giocatori che non sono nati – nè cresciuti – nei confini nazionali, e spesso questo accade grazie a naturalizzazioni che potremmo definire “leggermente” forzate. Qui tra l’altro si impone una differenza fondamentale: un conto è il modello tedesco (con calciatori di origini straniere ma appunto nati e cresciuti in Germania), altra cosa sono invece le scelte più che disinvolte di molti giocatori (motivo per cui la FIFA nel 2004 ha inserito parametri più severi, non ritenendo più sufficiente la cittadinanza ma esigendo un “chiaro collegamento” con il Paese d’adozione). All’ insegna del progresso o dell’interesse, economico e non solo, anche la nazionale di calcio da ultimo e probabilmente unico collante nazional popolare deve adeguarsi ai tempi che cambiano, spalancando le porte a giocatori che a malapena parlano la lingua della nazione adottiva. È forse vero che ci battiamo troppo su questioni simboliche, ma nell’epoca della mercificazione di ogni valore, in cui i diritti dell’individuo si estendono addirittura alla scelta della propria identità, speravamo che il calcio rimanesse, almeno per quanto riguarda le Nazionali, un mondo antico, autenticamente popolare. La responsabilità concessa al singolo giocatore di scegliere la rappresentativa che più l’aggrada sfocia spesso in valutazioni di comodo, come se in ballo ci fosse un normale trasferimento in un altro club. 
Il caso di Diego Costa, per esempio, è emblematico: dopo aver già giocato due partite con la nazionale del Brasile, suo paese natale, ha deciso infatti di arruolarsi nelle fila spagnole. Questo perchè «tutto ciò che possiedo nella mia vita me l’ha dato la Spagna»; una storia non proprio edificante (lo stesso concetto del “possedere” per la scelta di una Nazionale appare stonato), che si è conclusa con un atto ufficiale del notaio che ha ratificato la decisione. La morte del romanticismo insomma.

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«Diego Costa sta dando le spalle al sogno di milioni di brasiliani»  (Luiz Scolari)

Molto simile a quella di Diego Costa è stata la scelta di Kevin-Prince Boateng; il compagno della Satta infatti, dopo aver provato la stessa sorte del fratello Jerome – fortissimo centrale della nazionale tedesca – e dopo aver fatto tutta la trafila nelle giovanili della nazionale teutonica, improvvisamente decide di giocare nel Ghana, paese d’origine dei suoi genitori…e beh che dire, troppo difficile trovare spazio tra Kroos e compagni. 
Anche l’ex romanista Bojan Krklic, eterna promessa del calcio europeo, si è fatto notare per un comportamento simile. L’attuale attaccante dello Stoke City infatti, nato a Lynola (Spagna) da madre catalana e padre serbo, ha giocato fino al 2010 nella nazionale spagnola e ha rifiutato in passato le convocazioni del ct serbo Antic. Tuttavia, a causa dell’uscita dal giro della nazionale di Lopetegui, ha sottoposto alla FIFA la richiesta di giocare per la Serbia, guidata attualmente da Muslin: la Federazione internazionale in questo caso ha bloccato la possibilità, facendo giustizia. 
In effetti non si può fare il processo alle intenzioni e giudicare la scelta (che a volte può effettivamente essere sentita), ma in questi casi siamo di fronte a un ragionamento quasi machiavellico. Il giocatore di turno cerca inizialmente fortuna nella nazionale più forte, infischiandosene altamente delle proprie origini; qualora dovesse andare male, potrà sempre contare sulla nazione di riserva, quella un po’ più brutta e sfigata. Come quando a scuola il cuore era per Miss Liceo, ma siccome lei non ti filava manco per sbaglio optavi per l’amica un po’ bruttina, che ti permetteva comunque di dire agli amici: “Ho fatto conquiste”. 
Fortunatamente nella storia del calcio si sono distinti altrettanti giocatori legati fortemente alla propria terra e al proprio popolo; sono coloro che ad esempio hanno preferito i campi malconci di mamma Africa agli sfavillanti stadi europei, come George Weah. Nato a Monrovia (Liberia) e successivamente naturalizzato francese, avrebbe potuto giocare titolarissimo nella nazionale transalpina negli anni ’90, con la seria possibilità di vincere diversi titoli importanti; tuttavia ha preferito lottare e sudare per la sua Liberia, diventando un eroe nazionale e regalando sorrisi e sogni alla sua gente. Forse chissà, la soddisfazione nell’essere un profeta in patria è più grande di qualsiasi altra: una medaglia che si appende all’anima, mica in bacheca.

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George Weah durante l’inno nazionale liberiano

Discorso analogo per Didier Drogba, che ha preferito diventare l’uomo simbolo della Costa D’Avorio piuttosto che vestire la casacca transalpina. La decisione di Drogba è una scelta che va al di là dello sport e delle disquisizioni burocratiche; l’ex centravanti del Chelsea si è eretto a vero leader patriottico, sfidando le fortissime tensioni politico-sociali presenti nel suo paese negli anni duemila, divorato da una guerra civile. Didier si è schierato apertamente contro la divisione del suo Paese, convincendo addirittura il governo ad organizzare una partita di qualificazione alla Coppa d’Africa nella parte nord della Costa d’Avorio (all’epoca sede dei ribelli), al fine di far riunire in unico abbraccio tutti i suoi connazionali. Questi sono gli uomini di cui il calcio moderno ha bisogno; ai popoli servono eroi sportivi con i quali identificarsi, non calciatori che scelgono a cuor leggero quale Nazione rappresentare ma che, soprattutto, giocano esclusivamente per se stessi.