Una infanzia difficile. Segnata dal disagio familiare e da frustranti privazioni cui si è aggiunto l’ ulteriore, doloroso carico della morte prematura del fratello, grande promessa del calcio, stroncato nel fiore degli anni da una malattia incurabile. Il pugilato come rifugio per schermirsi dal canto ammaliante delle sirene della malavita, mai dome in un quartiere difficile come quello di Poggioreale, in cui è nato e vissuto. Poi il successo. E la gloria di un titolo olimpico, di un mondiale e di tante altre vittorie.

 

Appesi i guantoni, la consapevolezza che le sfide della vita le si affronta meglio con un solido bagaglio culturale. E così arrivano addirittura due lauree. Nel mezzo l’onere di far da trainer agli azzurri del pugilato nella categoria, compito svolto con la consueta passione e il solito spirito di abnegazione. Oggi, tra gli altri, l’impegno per i giovani meno abbienti della sua amata Napoli. C’è poco da obiettare, Patrizio Oliva è un esempio da seguire e un uomo che ha tanto da raccontare. Ha dunque deciso di farlo con uno spettacolo teatrale: Patrizio versus Oliva, che ha subito riscosso il consenso del pubblico ed il favore della critica.

 

Dal ring al palcoscenico. Patrizio Oliva alza il sipario sulla difficile esperienza di vita che ha anticipato l’avvento del grande campione di sport. Qual è il messaggio che vuole trasmettere col suo spettacolo teatrale?

Che ci si può risollevare anche dalle macerie, anche quando tutto sembra irrimediabilmente compromesso. A patto di avere una devastante forza di volontà e le motivazioni giuste. Nel mio spettacolo è questo che racconto, lanciando ai giovani un messaggio chiaro: “dovete crederci sempre”. Se si crede in qualcosa, se si lotta, si combatte, si vince pure. Il mio spettacolo è una vera tragedia greca, perché la mia vita è stata una avventura tragica. Ho avuto purtroppo un padre violento, che a sua volta aveva vissuto una infanzia in un contesto violento, e che scaricava i suoi istinti su mia madre.

 

Per sfuggire alle tentazioni della criminalità, sempre pronta, in un quartiere a rischio come quello di Poggioreale in cui sono cresciuto, ad arruolare giovani, mi sobbarcavo oltre 15 km a piedi per raggiungere la palestra in cui mi allenavo. Alla fine ce l’ho fatta, ne sono venuto fuori ed ho tenuto fede al giuramento che feci in punto di morte a mio fratello: per me una grandissima motivazione. Quando avanzava la stanchezza, quando mi mancavano le forze, pensavo a quel giuramento. A quel fratello, più grande di me, strappatomi sul più bello. Pensavo che io avevo avuto dalla vita il privilegio di esaltare il mio talento, a differenza sua che, pur essendo un predestinato all’Olimpo del calcio, perché fortissimo, aveva trovato la strada del successo sbarrata dal mostro del cancro.

 

Però mi lasci dire una cosa. Il mio spettacolo è tratto dal libro Sparviero, la mia biografia, scritta da mio nipote Fabio Rocco. Non smetterò mai di ringraziarlo. E non è un caso che quel testo sia stato considerato, da valenti esperti del settore, qualcosa di più di una semplice biografia. In effetti è scritto benissimo con un crescendo di pathos che strozza il fiato in gola.

 

Patrizio Oliva

Qui nel suo spettacolo teatrale “Patrizio vs Oliva”, una storia sportiva ma ancor prima umana

Milleculure” è invece il nome della associazione a cui lei dedica gran parte delle sue giornate per assicurare, sopratutto a quei ragazzi che altrimenti non potrebbero permetterselo, l’accesso alla pratica sportiva. Lo sport può essere, specie in una città problematica come Napoli, stremata dal flagello delle baby gang, un efficace antidoto per scongiurare il reclutamento dei giovani dai purtroppo diffusi sodalizi criminali?

Solo lo sport può farlo, è l’unico strumento di accertata efficacia. Sport significa disciplina, rispetto dell’avversario, rigore, sacrificio, gerarchie. Valori che, traslati sul piano civile, delineano il buon cittadino. Ai ragazzi dico credeteci, praticate lo sport, reagite ai bulli denunciando, senza paura. Alle istituzioni invece rivolgo un appello perché si colpiscano le baby gang abbassando la soglia dell’età punibile.

Se fosse investito oggi da ruoli di responsabilità politica, quale sarebbe il primo provvedimento che adotterebbe a favore delle giovani generazioni?

Incentiverei lo sport nelle scuole. È ridicolo come lo si fa da noi in Italia. Le ore di sport dovrebbero essere 7-8. Pensi che in Islanda, tanto per fare un esempio, avevano un problema con l’alcolismo giovanile e le baby gang. Hanno investito nello sport, più che triplicato le ore a scuole, e sono riusciti drasticamente ad abbattere le percentuali relative ai due fenomeni. In Italia dobbiamo seguire il canovaccio del nord Europa. Anche perché oggi la crisi della scuola riflette quella della famiglia, dove i genitori o sono autoritari o, mi consenta, di “ricotta”.

 

Ci vuole la via di mezzo, quella dell’autorevolezza. Lo sport a scuola può aiutare a crescere i giovani e puntellare le famiglie, colmandone le carenze. Mi impegnerei per questo. E spalancherei le porte delle scuole, dei carceri minorili e degli altri luoghi di aggregazione, a quei personaggi che possono rappresentare dei modelli positivi cui ispirarsi: campioni dello sport, grandi attori, personalità della cultura, del mondo del lavoro ecc. L’universo dei giovani si alimenta di miti e simboli.

 

Le sue vittorie hanno fatto sognare l’Italia e Napoli, la sua città, verso la quale lei ancora oggi esprime una forte carica identitaria, non ha mancato di celebrarle nel modo più solenne. Persino la “Mano de Dios”, che pure non l’aveva esattamente in simpatia, fu “costretta” ad inchinarsi ai suoi…”pugni”…. premiandola un po’ controvoglia davanti ad un San Paolo tirato a festa ed orgogliosamente entusiasta. Ci dica, oggi con Maradona è pace fatta?

Ma non ho mai litigato con lui. E non potrebbe essere diversamente. Quale napoletano verace, ed io lo sono, può andare in rotta di collisione con Diego? Semplicemente accadde che io battei un pugile argentino, Sacco, e che lui, essendo come tutti i suoi connazionali un nazionalista irriducibile, lo difendeva a spada tratta, sostenendo, a torto, che io avessi scippato quella vittoria. Ma poi ci incontrammo in un famoso ristorante di Napoli casualmente: ci chiarimmo, ci abbracciammo, e finimmo a brindare con una pregiata bottiglia di champagne offerta da lui.

 

Oliva e Pollio a Napoli con l’oro olimpico, al rientro da Mosca

Nino Benvenuti e Mohamed Alì sono stati i suoi riferimenti sportivi ai quali ha dichiarato di essersi sempre ispirato. Cosa apprezzava di quei grandi campioni? Ed oggi quale pugile le piace?

Benvenuti, Ali, Leonard, pugili di cui apprezzavo innanzitutto la grande intelligenza tattica. Tra gli attuali mi piace Vasil Lomacenko.

 

Ma invece, com’è messo oggi il pugilato di casa nostra?

Male, molto male. Mancano le competenze ed una precisa strategia di crescita. Pensi che io da anni non vengo neppure interpellato. Rischiamo di non qualificarci alle Olimpiadi ed in ogni caso meglio il comparto femminile. Nel mio spettacolo c’è una frase che rivolgo a mia madre e che ben si addice ai vertici del nostro pugilato: “Io sono un pugile e combatto con i guantoni, ma ci sono uomini che, pur non avendoli, sono molto più violenti”. Le ho detto tutto.

Nel futuro di Patrizio Oliva cosa c’è?

Vorrei poter portare il mio spettacolo nel maggior numero di scuole possibile, magari con un coinvolgimento del livello centrale del comparto della pubblica istruzione. Beninteso, il mio interesse è per la causa del recupero dei giovani o della prevenzione di talune piaghe, la mia è una missione. Non penso mai al mio personale tornaconto.

Attesa la sua notevole attività civica, è lecito attendersi anche un “ritorno” diretto in politica?

Sono molto leale e molto sanguigno, poco incline al compromesso e la politica è precipuamente compromesso. In passato ho provato con dei timidi approcci, ma adesso avrei forti resistenze. Però apprezzo quelle persone che scendono in politica dopo aver vissuto esperienze di vita all’insegna del coraggio.