Nella notte di Ferragosto il botto lo fa il Manchester City, che esplode come un fuoco pirotecnico a Lisbona e deflagra in milioni di pezzi (come la sua opinabile maglia nuova), ricadendo infine a terra sotto forma di cenere. Si completa così il quadro di questi quarti di finale di Champions League, insoliti e inediti, che hanno sconfessato anche le previsioni più audaci.

 

 

I tre chilometri che separano il Da Luz dall’Alvalade hanno disseminato una scia di morte la quale ha fatto cadere le teste coronate d’Europa, una a una, sommandosi a chi nemmeno è riuscito a strappare il biglietto per il paese lusitano. Prima Juventus e Real Madrid, poi in serie spaventosa Atletico Madrid, Barcelona e infine Manchester City. Una debacle che impone riflessioni sistemiche prima che tecniche.

 

 

Perché se da una parte ci sono i vinti, dall’altra i vincitori, cioè i semifinalisti di questa singolare edizione di UEFA Champions League, sono rappresentazione di soli due paesi: Francia e Germania. Non era mai successo nella storia della competizione e, per quanto la casualità sia parte fondante dello sport, non possiamo credere alle coincidenze in questo anno così peculiare.

 

L’esultanza e la fiducia nello sguardo di Robert Lewandowski: sono loro i favoriti di una Champions insignificante e sballata come non mai (Photo by Manu Fernandez/Pool via Getty Images)

 

 

Lione e PSG hanno avuto rispettivamente 160 e 157 giorni per preparare questo torneo, le tedesche Bayern e RB Leipzig sono libere di impegni da quasi due mesi. Non ci piace incensarci, ci siamo abituati a mal digerire il calcio malato della ripresa post-Covid (che poi post non lo è nemmeno), ma avevamo a più riprese avvertito che questi provvedimenti avrebbero alterato gli equilibri del calcio mondiale.

 

 

Innegabilmente, le squadre approdate a Lisbona per questi quarti di finale hanno mostrato delle condizioni atletiche fin troppo differenti: la povera Atalanta, oltre ad avere subito lo strapotere fisico del marziano Mbappé, ha evidentemente acceso la spia della riserva a un quarto d’ora dalla fine subendo le continue ondate dei parigini. Gli ultimi 5 minuti di recupero sono così stati esiziali per la squadra di Bergamo; e dire che la Dea, che pure si era giocata la seconda piazza della Serie A solo 11 giorni prima contro l’Inter, non ha assolutamente sfigurato sulle sponde del Tago.

 

 

Molto peggio è andata a un Atlético irriconoscibile, svuotato in primis della componente atletica, fondamentale nel credo calcistico di Simeone. A sorpresa però la squadra è parsa remissiva anche mentalmente, una condizione quasi ossimorica per l’undici del Cholo. E sebbene il mesetto scarso per preparare la competizione fosse un tempo maggiore rispetto a quello avuto dalle italiane, l’avversario, scatenato come i tori, ha mostrato una freschezza e una lucidità inarrivabile per i colchoneros (che non a caso sono stati anch’essi affossati a soli due minuti dal fischio finale).

 

Le ormai – tristemente – abituali pose di sconforto di Leo Messi, con poche idee e senza benzina. (Photo by Manu Fernandez/Pool via Getty Images)

 

 

Lo schiacciassi Bayern non avrebbe certo avuto bisogno di incentivi per imporre un predominio tecnico, tattico e fisico che dura ininterrottamente dalla prima partita di questa stagione. Eppure la debacle blaugrana, già di per sé insofferente alle corse sul terreno di gioco, è sembrata schiudersi di fronte all’incapacità di arginare lo strapotere fisico dei panzer tedeschi. Le accelerazioni di Antonio Davis, la potenza di Gnabry, la continuità di Goretzka hanno fatto da contraltare agli sguardi assenti dell’immobile Leo Messi, all’affanno continuo di Busquets, ai ritardi costanti nelle chiusure di Piqué e Lenglet (per non parlare di Ter Stegen).

Una frittata di proporzioni epiche che però, come abbiamo scritto, non può secondo noi essere letta solo con i rispettivi stati di salute delle due squadre, ma va invece inquadrata in un calcio tremendamente sballato e anche un po’ inquietante.

Da ultimo il Manchester City. La caduta degli dei sembrava avere, finalmente, spianato la strada a Pep. Al contrario il santone Guardiola viene sconfitto dal pragmatico Rudi Garcia, che non cambia una virgola al suo modo di giocare: si difende bene e offende in ripartenza. I muscoli dei francesi si flettono come archi e, forti di “un preparatore fisico italiano” (cit. Garcia, il suo nome è Paolo Rognoni), esplodono in ripartenze che conficcano le proprie frecce nella carne del City. Tre saranno i gol del Lione trascritti sul tabellino, ma i due decisivi segnati ancora negli ultimi 10 minuti di partita.

 

 

L’andamento conforme di questi quarti di finale, e in tre casi su quattro la qualificazione decisa negli ultimi dieci minuti di gara, non può lasciare gli osservatori indifferenti. È una costante talmente evidente che va tenuta in considerazione mentre ora, paradossalmente, potrebbe livellare le semifinali su un piano di sana parità di condizioni. Sarebbe tuttavia ingeneroso, e intellettualmente scorretto, ridurre tutto a una differente preparazione atletica.

 

La festa dell’Olympique (Photo by Franck Fife/Pool via Getty Images)

 

 

Non può farlo in particolare il City, considerata l’esuberanza di talento che si ritrova in rosa (e in teoria anche lo stile di gioco consolidato, ma non infieriamo sul povero tecnico catalano). Una qualità per lunghi tratti rimasta solo nella testa di Pep che, a volte, sembra pensare così tanto da crearsi problemi che non esistono. Dopo aver schiaffeggiato il Real Madrid con la formazione tipo, ieri ha presentato delle variazioni di modulo e di uomini francamente incomprensibili, che hanno restituito una squadra abulica per 45 minuti.

 

 

Poi capita che in un secondo tempo, dominato, gli avversari trovino il pertugio per batterti. Specie se la porta continua a essere difesa da un trequartista, educato fraseggiatore, ottimo lanciatore, ma talvolta rivedibile portiere (il buon Ederson, secondo i più dogmatici dei “giochisti” tra i primi due-tre portieri al mondo). Scelte e sensazioni di un Guardiola tarantolato, divorato da una pressione che vanta di non sentire ma che emerge puntuale ad ogni smorfia. Con una ruffianeria che i madridisti direbbero tipica dei catalani, Pep tenta di smorzare l’ansia della vigilia della partita mettendo le mani avanti, parlando a sproposito di gioia e divertimento.

Nel frattempo, mentre la scissione tra parole e realtà lo divora come un demone dall’interno, il suo volto sembra invecchiare a vista d’occhio.

Negli ultimi due anni d’altronde, in Champions, la pallina che ha rimbalzato sul nastro è sempre finita nella sua metà campo: con il Tottenham l’anno scorso, con il Lione questa volta. Un destino sfortunato e inglorioso che però Guardiola sembra quasi attirare con i suoi modi, con i suoi complimenti finti e di facciata, con un’impotenza mascherata da signorilità. L’allenatore del City sconta un’insostenibile fragilità che pare trasmettere alla squadra, troppo spesso in controllo quando segue il copione e poi in crisi appena emerge il colpo di scena inaspettato (ieri l’errore clamoroso di Sterling). E così, in simile occasioni, Pep fa un po’ come Sarri alla Juventus: si assume le responsabilità, fa i complimenti agli avversari ma poi scarica a mezza bocca le “colpe” sui giocatori.

 

 

Un atteggiamento in teoria non consono ad un grande allenatore, e che tradisce tutta quella rabbia e frustrazione che però lui, buono e giusto, non può mai pienamente esprimere. In ogni caso l’allenatore – per la stampa – più bravo al mondo stecca in Europa ormai dai tempi del suo Barcelona: la sensazione è che le gerarchie eruopee del calcio stiano cambiando, seppure questo calcio agostano non ci possa fornire né conferme né smentite. L’unica certezza, oggi, è atletica: perché sembrerà banale, ma mai come in queste fasi vince e va avanti chi corre più degli altri.