E’ in corso il torneo di qualificazione ai Mondiali del 2018 che si disputeranno in Russia. I club di malavoglia concedono i loro giocatori alle nazionali. Temono infortuni, disagi, perdite di tempo. Una volta erano orgogliosi di avere i propri gioielli tra i convocati delle rappresentative dei vari Paesi. Oggi è una conciatura. L’occasione non produce fatturato. Tuttavia, non si possono sottrarre. E, sia pure con un groppo alla cola e qualche apprensione, sono costretti a fare buon viso a cattivo gioco. E così, la tribù globale del calcio internazionale, partita dopo partita, si ritrova in un qualche angolo del mondo (nel 2022 nel Qatar, dove si giocherà presumibilmente a mezzogiorno per motivi di diritti televisivi e quaranta gradi all’ombra…) dove celebra i propri fasti in uno scenario planetario condizionato da grandi affari economici e finanziari. La passione dei poveri mortali alimenterà uno dei più ricchi business della storia. Il Mondiale di calcio è, tuttavia, un fenomeno contagioso. Un grande spettacolo. Indipendentemente dalla qualità: l’attuale presidente della FIFA vorrebbe allargare la platea dei partecipanti a quarantotto squadre. Una storia infinita e di scarsissimo livello agonistico, tranne che per una decina di partecipanti. Si fa illudere che ci sia gloria per tutti, ma la gloria frutta denaro e perfino chi è consapevole di arrivare ultimo, si adatta al ruolo in cambio di milioni di dollari.

 

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Progetto di uno stadio (di dubbio gusto) per Qatar 2022. Con il rischio che sia addirittura “climatizzato”

 

Dal 1930, in ogni continente – la frontiera asiatica oggi è la più promettente, ma quella africana in pochi decenni probabilmente la surclasserà: oggi in Europa i calciatori di origine africana sono numerosissimi e le società vanno a raccogliere ragazzi dovunque da quelle parti pensando di sfruttarli a dovere con un investimento minimo – continua a crescere il numero degli adepti che s’identificano con il football alla stessa stregua di una religione profana. Una religione dai costi altissimi e dalle rese economiche ancora più alte. Un affare incalcolabile fondato sul primordiale istinto dell’antagonismo che diviene in alcuni deprecabili casi feroce, incontrollabile, assoluto. Come per tutte le tribù il “nemico” è sempre da abbattere: nel calcio vige la stessa regola. E i riti che esso propone sono veri e propri riti bellici spinti da pulsioni che si potrebbero definire “politiche”, officiati da “militi” bonari e appassionati, barocchi e un po’ cialtroni, fino a quando non si trasformano in delinquenti veri e propri, che sono i tifosi. Organizzati più o meno per bande, essi riproducono sul piano sportivo la logica del clan, della fazione, del gruppo organizzato secondo regole ferree che rimandano a schemi e modelli politici di tipo tradizionale che negli stadi celebrano i loro trionfi “patriottici”. Ricordate il titolo del Corriere dello sport all’indomani della vittoria degli azzurri del Mondiale spagnolo nel 1982? «Eroici!», semplicemente. Allo stadio il clan si difende, talvolta addirittura in modo violento, per affermare la propria identità. Il tifo è l’esplicitazione di un legame con qualcosa di vivo, concreto, tangibile come può esserlo soltanto una “fede”. Inconsciamente, nel sentirsi “parte”, il tifoso manifesta il bisogno di riconoscersi in una comunità. E quanto più la famiglia si sfalda, la patria viene negata, la tradizione misconosciuta, cos’altro resta se non l’elementare legame con una squadra in cui riconoscersi? Il calcio è l’ultima manifestazione, dunque, della politicità inconscia che vive nel profondo di ognuno e quando assume dimensioni gigantesche come la disputa della Coppa del Mondo, esso diventa la sublimazione di una “confrontazione” planetaria che vede addirittura aree del Pianeta osservare i movimenti “delegati” dalle nazioni ai loro rappresentanti in campo, come fosse una sorta di “guerra asimmetrica”.

 

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Per restare in tema…

 

Da qui anche il conflitto economico e commerciale, legato soprattutto ai diritti televisivi, che è un corollario dell’esportazione del calcio presso tutti i popoli perfino quelli che agli albori della diffusione di questo sport neppure immaginavano di poterne diventare protagonisti di primo piano. L’irresistibile “calcistizzazione” che ha ormai contagiato tutti gli strati e i ceti sociali, si spiega con un’inconscia e primordiale “spinta comunitaria” che è uno dei fondamenti, probabilmente il più importante, della “nuova” politicità, trascendente le forme tradizionali legate ai partiti e ai movimenti, che si va affermando ovunque. Del resto i toni stessi dei linguaggi calcistici esplicitano il bisogno di aggregazione e, di conseguenza, di identificazione del “nemico”. Essi esprimono in egual misura aggressività e conservazione secondo un codice di tipo politico-militare che il giornalismo specializzato enfatizza e ripropone. Allo stadio o si è amici o si è nemici, e quando la simulazione riesce, poco male: i dolori cominciano quando la politica delle parole cede a quella dei gesti. L’avversario, purtroppo, è una categoria che esiste soltanto nelle buone intenzioni di chi commenta le partite il giorno dopo, ma dalle innumerevoli stazioni radiofoniche, vere e proprie centrali di comando degli ultras, vengono inequivocabili incitamenti se non all’odio quantomeno alla demonizzazione dell’altro. Ma c’è di più. Il clan necessita di punti di riferimento che la squadra da sola non è in grado di rappresentare. Una società calcistica è costituita da tanti soggetti tra i quali il tifoso vuole individuare il leader, più o meno carismatico, come Max Weber insegnava, che sia allo stesso tempo trascinatore, difensore dei diritti del clan e liturgicamente accondiscendente ai voleri del suo popolo. Il clan e il capo sono due categorie eminentemente “politiche”, mentre lo stadio, catino di energie catalizzate dove ci si affronta secondo regole condivise, è il luogo nel quale l’antagonismo si esprime al meglio, tanto sulle tribune quanto sul campo di gioco. Se poi si considerano, oltre a quelli televisivi, gli enormi interessi finanziari che si muovono attorno al calcio, di cui il “Mondiale” (un tempo Coppa Rimet) è l’ennesima prova, non si può che concludere che esso produce campagne aggressive anche nel posizionamento di gruppi economico- finanziari nel dare la scalata a posizioni diverse di potere. Insomma, al di là della spettacolare bellezza che eccita le folle, il calcio è la prosecuzione della politica con altri mezzi. Comprendere che cosa c’è dietro di esso significa sezionare i meccanismi di potere, le soggettività conflittuali, le ansie, i sentimenti come il rancore e la rivincita, un caleidoscopio di umanità, insomma, che si nasconde dietro lo sventolio di bandiere e i pronunciamenti militaristi che vengono dai fans e dai dirigenti delle società calcistiche che animano quello che forse impropriamente è considerato lo sport più bello del mondo. Ci si accorgerà, accostandosi a tutto ciò, che lo sport più in generale, ma il calcio in particolare, sta assumendo le fattezze di un “destino politico” del quale non sappiamo quanti sono consapevoli, frastornati dai pittoreschi rituali delle tifoserie e dalla retorica giornalistico-televisiva. Credo, al di là dei sociologismi necessari per capire un fenomeno planetario e le dimensioni che ha assunto, che il calcio sia essenzialmente un’estetica dell’anima, forse la più riuscita in tempi moderni, capace di mettere assieme sensibilità profonde che non hanno confini: da qui la sua intrinseca “politicità”. Uno dei più acuti e brillanti studiosi del fenomeno calcistico contemporaneo, Giancristiano Desiderio che al football ha dedicato riflessioni filosofiche straordinariamente originali, in uno dei suoi libri sull’argomento, Il divino pallone (Vallecchi), ha opportunamente scritto:

«Il calcio, come la filosofia, è materia delicata e infiammabile. Praticato in un regime di libertà è quello che tutti considerano semplicemente un gioco, un passatempo, una distrazione. Praticato in un regime di illibertà rivela tutta la sua carica umana. Praticato in un regime totalitario diventa a tutti gli effetti un gioco pericoloso. Per i dittatori che se ne vogliono impadronire. La palla è la manifestazione del gioco e il gioco è, per definizione, senza controllo perché nessuno lo può possedere senza vederselo annullare nelle sue tracotanti mani. La palla deve essere giocata. Su un campo di calcio, lo si voglia o no, c’è in gioco la vita. Il calcio è implicitamente una critica del potere perché il gioco non ha padroni e nasce solo là dove c’è pluralità ed esperienza dei singoli giocatori. Solo chi è affetto da un delirio di onnipotenza può credere di controllare il gioco»

Se la “politicità” del calcio è incontestabile è pur vero che esso sfugge ad essere utilizzato politicamente da chi se ne vuole appropriare per farne uno strumento propagandistico. Quando è accaduto si è ritorto contro i dittatori che ne hanno voluto fare uno strumento della loro propaganda: accadde in Argentina nel 1978 la cui nazionale pure vinse il Mundial, ma nessuno pensò di glorificare il generale Jorge Videla per questo. Il calcio, depurato da tutte le incrostazioni mercantili e dall’utilizzo che il potere è tentato di farne, è semplicemente una delle manifestazioni moderne della cultura dei popoli, soprattutto di quelli che sono alla ricerca di un protagonismo che non hanno mai avuto (non a caso i progressi asiatici e africani nel campo sono prodigiosi): guardo alcuni disegni giovanili del grande scrittore francese Henry de Montherlant, leggo le vecchie poesie di Umberto Saba e quelle nuove dello straordinario poeta del calcio Fernando Acitelli, mi soffermo sulle pagine di Osvaldo Soriano e ripenso a miti che non ritornano, da Garrincha a Maradona, passando per Pelè e Sivori incantatore di serpenti e di portieri. Poi, mi do pace davanti all’incanto di un divino soffio di forza e di bellezza evocatomi dal Discobolo di Mirone il quale eleva a eroe l’atleta, uomo potente orgogliosamente consapevole di avere un’anima.

 

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Concetto fondamentale quello dell’armonia nella Grecia Antica. Qui si esprime meravigliosamente nell’atleta

 

Quando questo stato cosciente emerge e si consolida è possibile rimettersi davanti al televisore e stordirsi al suono delle vuvuzele sudafricane, dei djambé nigeriani, dei darbuka maghrebini, davanti alle seducenti ghanesi che danzano prima del macht e cantano lasciando che il mondo rotoli come una palla per il tempo che deve trascorrere, e perfino ammaliandosi di fronte alle evoluzioni dei coloratissimi carioca e senza annoiarsi volgendosi all’esercitazione zen più che calcistica di compassati giapponesi e coreani stupefacenti con il loro tifo elementare. E tutto ciò non può che rafforzare l’incantato spettatore nella convinzione che il calcio è, assolutamente, poesia costretta in una dimensione geometrica. O forse soltanto «il luogo delle apparizioni», come dice Desiderio, rivelando che tra il pallone e la filosofia il legame è molto più stretto di quanto si possa immaginare. Del resto, Camus non giocò in porta con il Racing di Algeri, Heidegger non fu un velocissimo cursore sulla fascia sinistra e Derrida non faceva il centrattacco? Mané, l’uccellino brasiliano che da destra faceva impazzire il mondo e gli avversari grazie alla gamba sbilenca postumo fastidio di una poliomelite, non era un teoreta, ma incarnava una volontà di potenza che neppure Nietzsche l’avrebbe saputa esprimere con tanta efficacia.

No, il calcio non è soltanto uno sport. E non è questione che si esaurisce nei bar.