Come in occasione degli ultimi disordini esplosi nelle città italiane, i media nostrani non perdono occasione per rimarcare il solito cliché: gli ultras sono una propaggine della criminalità organizzata, il terribile orco che terrorizza il fatato reame del pallone italiano ed estero. Allo stesso modo tv, radio e giornali continuano a difendere ad oltranza un Sistema Calcio che ha dimostrato tanto la sua autoreferenzialità quanto la sua insostenibilità economica. Fortunatamente, nel mondo del giornalismo c’è chi non si accontenta delle analisi di comodo ed offre spunti di riflessione al di fuori dei rassicuranti confini dei luoghi comuni.

 

 

Si può dire che a questo principio siano ispirati gli ultimi due lavori di Pierluigi Spagnolo, giornalista e redattore per la Rosea, nonché appassionato “curvaiolo” nel tempo libero concessogli dagli impegni professionali. “I ribelli degli stadi” e “Contro il calcio moderno” permettono rispettivamente di ripercorrere i cinquant’anni di vita della cultura ultras nel Belpaese, e di guardare con un occhio critico alla deriva sociale, economica e sportiva intrapresa da quello che una volta era definito il meraviglioso gioco.

 

 

Dal tono equilibrato ma non meno appassionato, le due opere sembrano rivolte più al lettore profano piuttosto che ad un habitué delle “dinamiche di curva”, ma ciò non rappresenta necessariamente un difetto. Anzi, considerato il buon riscontro commerciale, ci si può augurare che Spagnolo riesca a portare a termine una missione quanto mai ardua: instillare il dubbio e la voglia di approfondire nel pubblico generalista. In conclusione, queste due divulgazioni esortano ad indagare le ragioni della “parte del torto”, una posizione occupata ormai non soltanto dal tifo organizzato, bensì da tutti coloro che non si riconoscono più nello show pallonaro odierno.

 

Il fenomeno ultras rappresenta – probabilmente assieme a quello dei Paninari – l’unica sottocultura veramente autoctona nel nostro paese. Come tutte le sottoculture trova linfa vitale nell’aggregazione e nella partecipazione. In un contesto sempre più proiettato verso uno sfrenato individualismo e caratterizzato da un repentino abbandono delle pratiche collettive, il tifo organizzato può rivestire un importante ruolo sociale?

 

Aggregazione e partecipazione sono due parole chiave per spiegare la cultura ultras. Nonostante tutto, nonostante non abbia più la vitalità e lo smalto degli anni Settanta-Ottanta e Novanta, con oltre mezzo secolo di vita il mondo ultras rappresenta ancora la più longeva sottocultura italiana, tra i pochi freni al rischio di lasciare le nuove generazioni, decine di migliaia di ragazzini, in balia di quelli che Desmon Morris ha definito “gli isolanti sociali”, ovvero computer e smartphone. La curva e i gruppi del tifo organizzato sono tra i sempre più rari esempi di partecipazione attiva, di “militanza”, luoghi eterogenei, interclassisti e trasversali, una palestra di vita per i rapporti sociali. Un ambiente da preservare, anche per questo, nonostante tutto.

 

 

Lo slogan ‘’contro il calcio moderno’’ ha radici profonde e nasce più di un decennio fa. Furono diverse le tifoserie che, già in una prima fase, espressero la loro contestazione al nuovo ‘’modello calcio’’ (ma non tutte). Così come anni dopo con la questione tessera del tifoso, il movimento non ha palesato una particolare unità nella sensibilizzazione e nel contrasto a questi processi di snaturalizzazione. Quali sono stati i fattori che hanno limitato una chiara presa di coscienza da parte dei gruppi organizzati? Come si sarebbe potuta arginare – per tempo –  questa drammatica evoluzione?

 

Nel 1993, quando Telepiù iniziò a trasmettere le prime partite di Serie A e B a pagamento, l’idea di mostrare la potenza del proprio tifo, o di esibire in prima serata le proprie capacità coreografiche, sembrò piacere ad una parte del mondo delle curve. Nel giro di pochi anni, però, ci si rese conto che le televisioni avrebbero presto finito per diventate debordanti. E comparvero striscioni con messaggi tipo: ‘Spegni la TV, accendi la passione”. Qualcuno aveva già capito che la forza economica delle pay TV avrebbe in breve tempo preso in ostaggio club già indebitati, costretti ad assecondare le nuove regole del calcio, allargando le rose e pagando ingaggi sempre più onerosi. E infatti le pay tv hanno ben presto iniziato a condizionare lo stesso calendario delle partite, spalmando le giornate dal venerdì al lunedì, e poi in più momenti della giornata, per assecondare i propri palinsesti e consentire la visione di più partite.

 

 

La curva blucerchiata in un malinconico messaggio d’amore.

 

 

Serviva creare un calcio per teledipendenti, un pubblico da divano e meno da gradinate. Così è stato sacrificato il calcio come rituale. Ed è da allora che tutto il mondo del tifo, in maniera compatta e univoca, ha iniziato a contestare il calcio moderno, ovvero il pallone diventato prodotto televisivo. Alla fine, il vituperato mondo ultras aveva compreso, prima di tutti in Italia, che il calcio sarebbe diventata un’industria, un prodotto per l’intrattenimento, perdendo la sua anima più popolare. Però non credo che il mondo ultras avrebbe potuto ostacolare o fermare questo processo, se non decidendo di voltare le spalle al calcio dei grandi club. Come poi molti hanno fatto, da una decina di anni, scegliendo il cosiddetto calcio popolare.

 

 

Molti individuano nell’inizio degli anni 2000 l’ultima fase – quella della decadenza – del fenomeno ultras. Un periodo complesso durante il quale la transizione da Tele + a Sky ha sigillato l’ingresso e la leadership del broadcast televisivo nel panorama calcistico italiano. Quanto ha influito il peso della pay tv nei rapporti di potere con la Lega, e poi nelle successive misure repressive verso gli ultras?

 

Sicuramente il peso delle pay TV, che attraverso il pagamento di somme ingenti per l’acquisizione dei diritti per trasmettere le partite sono diventate la prima fonte di introiti per i club (oggi i diritti TV sono più di due terzi del bilancio di un club di Serie A), ha sempre spinto per la “normalizzazione” degli stadi, mascherandolo dietro la legittima necessità di combattere i violenti. Stato, vertici del calcio e pay TV hanno avuto lo stesso obiettivo, seppur da punti di vista differenti: allontanare gli ultras o quantomeno “disciplinare” il tifo organizzato, al fine di eliminare quegli elementi di disturbo, i non conformi al nuovo “prodotto televisivo”. E il processo prosegue, perché adesso l’obiettivo è avere stadi-teatro, piccoli, comodi e sempre più costosi, per completare il processo di gentrificazione del calcio, per renderlo elitario, com’è già avvenuto nella Premier League inglese.

 

 

Le recenti proteste hanno offerto ai media italiani l’opportunità di rispolverare il sempreverde copione del panico morale, incarnato da categorie di “irregolari” della società, quali gli ultras. Credi che nell’ambiente del giornalismo i tuoi lavori abbiamo contribuito a smuovere le coscienze, spingendo a superare (almeno parzialmente) i tradizionali preconcetti sul tifo organizzato?

 

Un mondo difficile, spesso chiuso e ostile verso chi vuole raccontarlo, complesso e complicato come il mondo ultras, si presta ad un approccio carico di pregiudizi, tipico di chi non lo ha mai conosciuto dall’interno. E che tende a criminalizzarlo a priori. L’etichetta ultras sempre perfetta da applicare, quando si vuole demonizzare e depotenziare un fenomeno che si stenta a comprendere, com’è anche la recente protesta contro le restrizioni per il Covid. È il “folk devil”, il capro espiatorio perfetto, diceva già venti anni fa Valerio Marchi nei suoi scritti sul tema. Non so se “I ribelli degli stadi” e ora “Contro il calcio moderno” abbiano potuto scalfire alcune ‘certezze granitiche’ del mondo dell’informazione. Sicuramente hanno rafforzato la coscienza collettiva di chi si riconosce nel mondo ultras, dei ragazzi più giovani così come dei veterani delle curve.

 

 

“Il treno” degli ultras salernitani, a fine anni 90, nella sentita trasferta di Pescara.

 

 

È dimostrato che la fortuna dello spettacolo “Premier League” sia riconducibile all’atmosfera offerta dagli stadi gremiti, in cui ormai da tempo si parla addirittura del ritorno dei settori con i posti in piedi; inoltre una delle serie sullo sport che ha riscosso maggior successo ha come protagonisti proprio i tifosi (“Sunderland ‘till I die”) e verte sul viscerale amore che li lega ai colori della città. Dal punto di vista dei “padroni del vapore”, un calcio senza tifosi attivi è davvero così profittevole come prodotto multimediale?

 

Parto da una riflessione. Negli ultimi anni, i nuovi stadi sono stati realizzati con seggiolini colorati, per mascherare gli eventuali spazi vuoti. È così anche da noi, da Udine a Frosinone, dopo il telone con i tifosi dipinti utilizzato al Nereo Rocco di Trieste, una dozzina di anni fa. Sono sempre più piccoli e comodi, come lo Juventus Stadium (appena 41.000 posti) o come sarà il nuovo impianto di Inter e Milan, da 60.000. Certo, uno stadio vuoto può compromettere lo spettacolo televisivo, far calare l’appeal persino per chi segue da casa, così come uno stadio silenzioso o poco passionale.

 

Ma nel complesso, al calcio di oggi interessano i clienti, non i tifosi, conta la presenza di gente che dentro i nuovi stadi spenda per i biglietti sempre più costosi, faccia acquisti nello store ufficiale, che pranzi o ceni nello stadio e magari faccia persino la spesa, prima di andare vis. Basta la cornice, bastano i tifosi occasionali e i flaneur con un bel portafogli, la tappezzeria adeguata per chi assiste alla partita da casa, in stadi moderni a metà strada tra i teatri e i centri commerciali. E il tifo? In Inghilterra stanno già sperimentando effetti sonori per sopperire al clima tiepido del pubblico.

 

“Non per tutti”: lo slogan della società nerazzurra suona beffardo e sinistro. (Photo by Marco Luzzani/Getty Images)

 

Se un secolo fa le classi popolari adottavano il pallone come passatempo prediletto per impiegare il tempo libero appena conquistato, oggi le élites si sono rimpossessate del meraviglioso gioco. Le iniziative di sport popolare, in particolare il calcio, possono rappresentare una concreta ed efficace riscossa?

 

Sta molto crescendo quel fenomeno che definiamo “calcio popolare”, sta rappresentando la naturale reazione di chi ha visto la propria passione trasformata in tutt’altra cosa, di ha visto il calcio stravolto dal business, dal marketing che snatura le maglie, dai biglietti costosi e dalla costante repressione del tifo organizzato. Se in futuro il calcio dovesse diventare ancora più elitario, magari con la nascita della SuperLega, che finirà per svuotare definitivamente di interesse i campionati nazionali, potrebbe essere ancora più massiccia la fuga verso una dimensione più umana, verso un calcio che riparte dal basso e rimette al centro i tifosi e la loro passione. Dove si è di nuovo liberi di tifare.

 

 

In questi ultimi anni hai potuto confrontarti con numerose realtà del tifo organizzato nostrano: quale livello di autocoscienza hai riscontrato? Il dialogo con le istituzioni può essere davvero una strategia credibile per ripensare un calcio a misura di tifoso?

 

In giro per l’Italia, da Nord a Sud, dalle tifoserie di Serie A a quelle di C e D, ho sempre trovato una grande voglia di riflettere, di discutere, anche di ammettere alcuni errori commessi dal mondo del tifo e interrogarsi sul futuro. Il dialogo con le istituzioni potrebbe essere una strategia, dialogare e confrontarsi non può essere mai un errore. Ma siamo davvero sicuri che, dall’altra parte, ci sia davvero voglia di ascoltare?

 

 

Lontano dagli spalti, gli ultras hanno fatto sentire la loro voce nelle strade. (Facebook Sostieni la Curva)

 

 

La crisi pandemica ha dimostrato tutta la vulnerabilità dell’attuale Sistema Calcio, ormai autoreferenziale e costretto a giocare per sopravvivere, al di là di qualsiasi dubbio etico. Ritieni che prima o poi la bolla calcistica possa davvero scoppiare oppure le società sono ormai aziende “too big to fail”? Se sì, è davvero credibile una rifondazione dal basso, come quella auspicata da Oscar Giammarinaro nella prefazione?

 

A giugno, in tutta fretta e negli stadi vuoti, il calcio di A e B è ripartito. Partite disputate tutti i giorni, a tutte le ore, perché c’era un campionato da completare e un contratto da onorare. Altrimenti, niente soldi dalle pay TV e crisi nera per chissà quanti club. Negli ultimi giorni persino Juve, Inter e Milan hanno chiuso i bilanci dichiarando decine di milioni di perdite. E sabato 31 ottobre il presidente della Lega calcio, Paolo Dal Pino, dalle colonne del Corriere della Sera ha lanciato l’allarme: ‘siamo vicini al disastro economico. E se lo Stato non ci sostiene, il sistema crolla’. Non era difficile immaginarlo, dopo tre decenni di spese senza regole, di ingaggi faraonici elargiti a chiunque e di rose senza limiti.

 

E ora si chiede soccorso e si ripone speranza nei fondi di investimento stranieri. Invece io dico che se la bolla sta veramente per scoppiare, forse può davvero essere opportuno che il sistema imploda e si ricominci daccapo. Magari si ripartirà con un tetto alle spese per le compravendite e gli ingaggi dei calciatori, con lo spirito degli anni 70-80, con più cuore e meno finanza, meno marketing e lustrini, con presidenti innamorati e senza fondi di investimento e sceicchi, rimettendo i tifosi e la loro passione al centro di tutto. Follia, dirà qualcuno… Siete davvero convinti che, anche senza qualche “top player”, il grande pubblico non tornerebbe allo stadio con più orgoglio?

 


Per l’intervista si ringrazia sentitamente Pierluigi Spagnolo, autore de “I ribelli degli stadi” (Odoya 2017) e “Contro il calcio moderno” (Odoya 2020).

Intervista curata da Alberto Fabbri e Domenico Rocca.