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Calcio
29 Gennaio

Long live Pellegri

Matteo Albanese

4 articoli
Da Genova al Principato sono solo 180 km.

13 marzo 2015. La squadra si è assestata, tutte le scommesse hanno fatto bene (Perotti e Falqué su tutti, ma pure Bertolacci e soci), l’ambiente è su di giri, la tifoseria in visibilio e la società gongola. Tutte le premesse per dare spettacolo parevano essersi concentrate nel microcosmo rossoblu di Genova, in uno strano allineamento di eventi che avrebbe reso quella allora in corso, la 2014-15, una delle stagioni migliori nella storia recente del Grifone.

 

E’ il classico annus mirabilis: Genova aveva pagato a carissimo prezzo l’ennesimo sgarbo compiuto alla natura, con quest’ultima che avrebbe mostrato chi è che comanda riversando quantità enormi d’acqua sul capoluogo ligure. Lo stesso copione già vissuto nel 2011: Bisagno esondato, riscopertosi portatore di calamità e morte, ben coadiuvato da fiumiciattoli di quartiere come il Fereggiano. Genova era in ginocchio, ma seppe ripartire. Scendendo in campo, mobilitando gli angeli del fango e presentandosi in massa per le strade. È anche dall’alluvione che il Genoa avrebbe tratto la rabbia agonistica per centrare l’Europa League poi tolta dalle grane giudiziarie e da una licenza Uefa non arrivata. Ma di tutto questo, il 13 marzo, non si sapeva ancora. Così come solo qualche visionario avrebbe saputo prevedere un Genoa-Inter 3-2 o le carriolate di gol rifilate ad Atalanta (1-4 a Bergamo) e Torino (5-1 al Ferraris). Il 13 marzo si viveva semplicemente la giornata. Gasperini stava portando la squadra ben oltre ogni lucida possibile aspettativa. Tutto andava a gonfie vele.

Il gol di Pavoletti in quello straordinario Genoa-Inter 3-2
Il gol di Pavoletti in quello straordinario Genoa-Inter 3-2

È in questo contesto che, il 13 marzo, il presidente Preziosi sganciò la bomba: “Abbiamo il nuovo Messi”. Detta da uno che per poco non acquistava davvero l’autentica Pulga per soli 50mila dollari (il Joker era presidente del Como quando fu scartato Leo, a 15 anni, ritenuto troppo gracilino), la dichiarazione ha fatto presto il giro del web. Pompata da un clamore mediatico eccezionale, e non solo perché quel Genoa volava verso l’Europa League, l’investitura divenne virale.

“L’abbiamo a Genova, si chiama Pellegri, ha 14 anni e gioca nei nostri Giovanissimi. Ragazzo straordinario, ma spero che non mi senta sennò si monta la testa”.

All’epoca, però, si trattava semplicemente un giovincello innamorato del pallone. Uno come può esser chiunque, perché alzi la mano chi mai ha covato in cuor suo la speranza di calcare i campi di Serie A, un giorno. Allo stesso tempo, però, oltre al semplice sogno, il giovane Pietro coltivava la speranza con tutto l’occorrente necessario: tanta pazienza, un inquadramento esemplare, una professionalità disarmante. La vita di Pellegri junior era divisa equamente tra scuola e pallone, coadiuvati da un’educazione vecchio stampo e da una genoanità passionale. E così come la chioccia non espone troppo i pulcini al mondo esterno fino a quando non saranno pronti per pigolare autonomamente, Pietro era vissuto al riparo dalle voci. Niente mediaticità, niente “next big thing” o roba del genere.

 

Tutto quanto, Pellegri, l’avrebbe costruito sul campo. Ecco perché, all’epoca, nessuno sapeva di lui e tutti improvvisamente si prodigarono a reperire la maggior quantità possibile di informazioni circa il nuovo trend. Si scoprì che era una prima punta classica: alta (184 cm) ma leggiadra nei movimenti e cattiva sottoporta. Un prospetto fisico, che spesso giocava coi più grandi visto che era troppo bravo per i coetanei. Dulcis in fundo, c’era anche il suo nome tra i Giovanissimi del Genoa che trionfarono nell’edizione italiana della Nike Cup e volarono a Manchester per la fase finale. “Non possiamo farlo giocare con i coetanei, fargli vincere le partite da solo non servirebbe né alla sua crescita né a quella dei compagni, migliora molto di più giocando con i grandi” avrebbe affermato Michele Sbravati, responsabile della Cantera rossoblu, con tono quasi stizzito. Quel ragazzone nato a Pegli, genovese e genoano, avrebbe spaccato il mondo. Nel 2016 era già in Under 17 insieme a Kean e Scamacca, ma nessuno notava che la sua carta d’identità recasse “2001” anziché “1999”.

Pellegri
Pellegri giganteggia contro la difesa macedone con la maglia n° 6 della Nazionale U17 (Photo by Mario Carlini / Iguana Press/Getty Images)

Per di più Gasperini pensò di farlo esordire con la prima squadra, il 15 maggio 2016, ultima sua partita sulla panchina del Vecchio Balordo, ma forse non si volle prender la responsabilità. Il testimone è dunque andato al suo naturale successore, Ivan Juric, uno che dal tecnico di Grugliasco ha ricevuto la naturale predilezione, quasi osmotica, per il 3-4-3. Chi se non il croato avrebbe potuto finir di tracciare il solco tratteggiato?

 

E’ il 22 dicembre 2016, a Torino, quando il Genoa sta perdendo contro i granata di Mihajlovic e il mister di Spalato ha l’ultimissima chance per gettar nella mischia Pellegri. Si tratta dell’ultima perché basta un altro giorno e Pietro non sarebbe più in grado, per motivi squisitamente anagrafici, di rompere il record di precocità circa l’esordio in A. A 15 anni, 9 mesi e 5 giorni, uno in meno di Amedeo Amedei, Pietro ha già fatto parlar di sé. “E’ un talento serio, ma sono convinto abbia bisogno di una crescita vera. Lavoriamo in questi anni per avere un attaccante pronto fra due anni, il record si può anche fare, ma non è il modo giusto per il ragazzo” sentenziò Juric nel pre-partita. Pellegri aveva esordito all’88’, prendendo il posto di Rincón, ma il suo nome campeggiava già sui taccuini dello scouting di mezza Europa (Juventus, Inter, Milan, Roma, United, City, Arsenal, Chelsea, Benfica, Borussia Dortmund). Ogni persona che gravitasse intorno al settore giovanile del Grifone lo descriveva come l’orgoglio della Cantera. Papà Marco, oggi team manager della prima squadra, non riusciva a trattenersi:

“Sto ancora metabolizzando quanto è successo, quando l’ho visto alzarsi dalla panchina e iniziare il riscaldamento mi è passata davanti tutta la sua vita, i suoi allenatori e gli sforzi fatti sin da quando aveva sei anni quando lo portavo agli allenamenti con la maglia del Genoa”.

Non tragga in inganno la fanciullezza. Pietro è uno tosto. Uno che ha sempre avuto fisso in testa il mantra: “Voglio esordire in prima squadra con quei colori addosso”. Una volta raggiunto tale step, ne ha subito fissato un altro. Il 17 marzo di quest’anno ha firmato il suo primo contratto, un triennale che lo lega alla squadra nella quale è cresciuto e per la quale fa il tifo. I centimetri sono diventati 196, le sue apparizioni negli allenamenti dei grandi si son fatte sempre più frequenti. E il 28 maggio, mentre il Genoa festeggiava la salvezza ottenuta la settimana prima in casa (grazie al 2-1 rifilato al Torino), ecco l’esordio dal primo minuto. Il D-day. Ma non una partita qualsiasi. Il Totti day. Tutto quel che è successo prima e dopo è riassumibile in una serie di fotogrammi da pelle d’oca: Juric annuncia la sua presenza in campo evidenziando i grandi margini di miglioramento del ragazzo, Pietro si concede la sfrontatezza di andare in gol dopo 3’ nel giorno dedicato all’addio dell’icona romanista per eccellenza. Una sorta di staffetta generazionale si era avverata, nel momento in cui questo 2001 è sfuggito al controllo del prestante “babysitter” Manolas e aveva trafitto Szczesny. Terza rete più giovane della storia della Serie A. “La Roma deve vincere, ma per noi non è una festa e dobbiamo impedirgli di prendere i tre punti”: queste le sue parole a metà gara. Personalità incredibile, per un giovane che si ispira a Zlatan Ibrahimović ma nel cuore tiene fissa l’immagine di Marco Rossi. “La nostra ultima bandiera” precisa papà Marco, che poi rincara la dose: “Questo non è un sogno, è molto di più. Già l’esordio era stato incredibile, stavolta si è andati oltre”.

L'esultanza di Pellegri dopo il gol alla Roma
L’esultanza di Pellegri dopo il gol alla Roma

Il popolo genoano, vedendo un ragazzotto genovese e genoano segnare e dannarsi sul campo, non ha potuto che reagire acclamando il suo pargolo come se sentisse l’obbligo morale di proteggerlo, a maggior ragione dopo le parole con cui Pellegri si paragona a Totti e dice di voler giocare per 25 anni al Genoa non muovendosi dalla Liguria. Questo record-breaker, che veste la 64 in omaggio al padre e che il 17 settembre si è regalato la prima doppietta in Serie A, non ha alcuna intenzione di scendere dal piedistallo sul quale è salito con trabajo y sudor. Che sia in contropiede (57’) o in spaccata (73’), ha mostrato le sue doti da rapace d’area (contro la Lazio). Attaccante di razza, diamante raffinato, ha rischiato di prendersi le luci del Ferraris se solo Gentiletti non avesse regalato il 2-3 all’ex Immobile. Tre gol, 131 minuti di Serie A: a 16 anni e 184 giorni, altro record.

 

Battuto Piola, stavolta, che stabilì il primato di doppiettista più precoce nel 1931. “Con i due gol a Marassi, sotto la Nord, ho realizzato un sogno. Un gol lo dedico ai tifosi perché sono genoano come loro. E uno è per il mio papà”. Affare di famiglia, visto che Marco stava commuovendo l’Italia nel momento in cui le telecamere indugiavano sul suo pianto in panchina. “L’abbraccio con il padre di Pellegri mi ha commosso perché hanno una storia particolare. Io e lui siamo amici, ora suo figlio è qui a giocarsi le sue chance” racconterà Juric nel post-partita. E l’amore genitoriale più puro farà da cornice ad una serata bellissima nonostante la sconfitta: “Da quando ho iniziato a giocare mi ha sempre seguito, portandomi agli allenamenti con il freddo e sotto la pioggia. Nel calcio c’è lui, per la scuola mia mamma. Non è la prima volta che lo vedo piangere per un gol, sono soddisfazioni anche per lui. Speriamo che pianga spesso allora”. Il problema è, semmai, un altro. Era destino che Pellegri finisse gettato in pasto nel tritacarne del mercato, che non è passibile affatto di sentimentalismi ma al contrario guarda solo l’aspetto economico. In questo caso, con un buco a bilancio che nel Genoa pare esser di una settantina di milioni, l’unica strada percorribile è la cessione: Pietro, “The Pell”, è stato esposto per bene sulla bancarella e poi sapientemente ritirato, giusto per farne aumentare il desiderio.

La presentazione ufficiale con la squadra di Montecarlo

Alla fine è Monaco, ma solo perché la Juventus non ha voluto continuare a oltranza l’asta: pare che Preziosi avesse informato Marotta dei 30 milioni bonus compresi, con la speranza di ottenere un rilancio, ma da Torino sarebbe arrivato il niet: “Non ci spingiamo oltre, mi dispiace”. Nasce così una trattativa triste, nata e confezionata in un batter d’occhio. Arrivano i conquistatori francesi e come nel caso di Verratti non fanno troppe smancerie per portarsi a casa un giovanissimo futuro campione. Certo, si tratta di pur sempre di potenziali attentatrici alla purezza di un ragazzo che non ha mai fatto mistero di voler trascorrere l’intera carriera sotto la Lanterna e che andava a vedere i derby in Gradinata Nord.

 

Peccato Pietro, ma quel tuo 64 resterà impresso nell’immaginario collettivo (o fino a quando Salcedo non sarà nella stessa situazione?). In ogni caso avremmo voluto vederti ancora gioire col Grifone cucito sul petto. Long Live Pellegri, allora, perché nel marzo 2019 compirà 18 anni e potrà guidare la sua auto percorrendo da solo i 180 km che separano il Louis II da un altro Luigi. Il Ferraris.

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