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6 Aprile

Pietro Vierchowod contro tutti

Gianluca Palamidessi

127 articoli
Compie oggi 62 anni l'ultimo Zar del calcio italiano.

Nel calcio come nella vita, la personalità di un uomo è il risultato di famiglia, tradizioni, gioie e dolori che si sono incontrate in gioventù. Pietro Vierchowod è così strettamente legato al padre che parlare di lui senza fare riferimento all’influenza paterna sarebbe impresa impossibile. Ivan Luchianovic Vierchowod, soldato ucraino dell’armata sovietica prigioniero a Bolzano, Pisa e Modena, ha formato con la sua professione e i suoi modi il figlio Pietro.

Finita la guerra infatti si rifiutò di tornare in Ucraina, nella fonderia di Ricovo, periferia di Kiev, sposandosi nel Bergamasco. Lì nacque Pietro: talento puro, ma soprattutto frutto dell’incontro tra l’umiltà dell’Est e l’eleganza dell’Ovest. Un’eleganza non formale o tecnica quanto di intelligenza tattica, di rigore atletico, di professionalità magistrale. Dei tanti duelli difensore-attaccante che ha sperimentato nel corso degli anni, quelli con Maradona e Van Basten sono indubbiamente rimasti più impressi nel cuore, e nella mente, di Vierchowod. Su Diego ha raccontato:

«Una volta gli ero addosso, incollato. L’avevo, come si dice adesso, ingabbiato. Si è girato con una piroetta, un tunnel ed è volato via. Io allora sono scattato e l’ho raggiunto e chiuso in angolo e lui si è messo ridere: “Hanno ragione a dire che sei Hulk: ti manca solo il colore verde”».

Del secondo ha ricordato la nostalgia, e la tristezza, di averlo visto giocare e smettere così presto: «Lui si era ritirato a 29 anni, io ne avevo 40 ed ero ancora in pista. È stata una perdita immensa. Noi del calcio, tutti noi, non sappiamo cosa abbiamo perso con l’ addio di Marco. Giocatore unico, forse come i nostri duelli. Erano duri e spigolosi, ma leali. Ci siamo battuti e picchiati, non si è mai tirato indietro. Non era cattivo come Bettega, ma il gomito lo alzava anche lui».

Ma nonostante i duelli e le marcature asfissianti Pietro, soprattutto per essere un difensore, aveva un senso del goal innato. E spesso non erano goal banali, ovvero le classiche reti da centrale difensivo in mischia sugli sviluppi di palle inattive. Vierchowod infatti era un difensore vecchie maniere, troppo prorompente per non tentare l’iniziativa anche in avanti (25 i goal con la sola Sampdoria).

Del mestiere del difensore, insegna Pietro Vierchowod (qui già in là con l’età, contro il Fenomeno)

Ma torniamo alle gomitate in vecchio stile. Il gomito, Vierchowod, ha iniziato ad alzarlo già dai tempi del Como. 115 presenze dal 1976 al 1981, prima di passare alla Sampdoria di Mantovani. Con i lariani due promozioni, una in B (a diciannove anni), l’altra in A (a venti). Il presidente-padre, Paolo Mantovani, non ha coperto certamente il ruolo che il padre naturale, Ivan, ha avuto nella sua crescita e nella sua formazione umana. Tuttavia, di lui Pietro mantiene un ricordo splendido. Acquistato nell’81 dal Como, Mantovani vede in lui una promessa, ma non ancora un giocatore pronto per il grande palcoscenico della Serie A, o almeno non da titolare.

Così si spiegano i due anni fuori da Genova, prima a Firenze, poi a Roma, con i giallorossi. Nell’esperienza romana apprende l’attitudine tutta liedholmiana di singolo difensore puro, con Di Bartolomei sganciato ad impostare e i due terzini, Nela e Maldera, che salgono così spesso in avanti da lasciare il povero Zar solo contro tutti. Tuttavia quella Roma vinse, e lo fece convincendo. Vierchowod si dimostrò in grado di tenere lo scontro, che fosse fisico, atletico o mentale. Il tutto in solitaria, e per novanta minuti. D’altronde, se riesci a riprendere Maradona, niente ti può davvero spaventare.

Dal 1983 al 1995, poi, lo Zar è alla corte doriana di Mantovani, che si decide a riprenderlo per gli anni più gloriosi e magici della storia blucerchiata.

Lo Zar in maglia blucerchiata, laddove soprattutto ha scritto la storia.

Il patto di sangue stretto con Vialli e Mancininon si va via da Genova prima di aver vinto lo Scudetto») suona alle nostre orecchie, infiammate dal business moderno che ruota intorno al calcio, come surreale, se non eroico e mitologico: ma i tre moschettieri alla fine ebbero ragione. Quattro Coppe Italia, una Coppa delle Coppe, uno Scudetto e una Supercoppa Italiana. Pietro non sfuggì alla debacle in Coppa Campioni, in finale a Wembley, contro il Barcellona. Riuscirà a colmare quel vuoto europeo con il suo amico e compagno di squadra Gianluca Vialli, ai tempi della Juventus.

Trentasette anni sono una sciocchezza. Il calcio per Vierchowod è vita, e lo ripaga con la coppa dalle grandi orecchie.

Poi ancora una stagione al Perugia, una al Milan e tre al Piacenza. Dopo la retrocessione dei Papaveri nella serie cadetta, sceglie di ritirarsi. Finisce così anche il rapporto – non serenissimo per via degli infortuni – con la nazionale. Con gli Azzurri vince il Mondiale dell’82 (non giocando però mai), e ottiene un bronzo a Italia ‘90. In tutto, Pietro ha totalizzato in Serie A 562 presenze: settimo assoluto dietro Paolo Maldini, Javier Zanetti, Francesco Totti, Gianluigi Buffon, Gianluca Pagliuca e Dino Zoff.

Tuttavia, al di là delle presenze e dei trionfi, Vierchowod ci mancherà soprattutto per ciò che rappresentava. Un altro tipo di calcio, che si portava dietro storie non da copertina ma profondamente significative: in questo senso il carattere epico dell’ultimo Zar rimane un’eco lontana di un mondo che, divorato dalla propaganda, scompare sempre di più.

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