Cultura
18 Ottobre 2022

Il First Eleven, la squadra dei Pink Floyd

Il rapporto tra la leggendaria band e il football.

Waters, Wright, Adamson, Mason, O’Rourke, Richardson, Gilmour, Watts, Howard, Thorgerson, Max. È l’undici titolare del First Eleven, la squadra di calcio dei Pink Floyd. La band inglese, infatti, ha avuto con il football un rapporto costante e all’insegna di una grande passione: Roger Waters agiva tra i pali, Rick Wright terzino, Nick Mason in mediana e David Gilmour all’ala destra. Così il First Eleven pinkfloydiano (magliette biancoblu come i calzettoni e pantaloncini blu) è stato uno dei maggiori esempi della stretta connessione tra calcio e musica rock. Non a caso Storm Thorgerson, deus ex machina grafico del gruppo inglese, inserì la foto della squadra nella copertina di A Nice Pair, disco che la Emi mise in vendita nel Natale del 1973 sull’onda dello strepitoso successo mondiale di The dark side of the moon.

Dato il breve tempo a disposizione, l’etichetta discografica pensò di riunire in una raccolta i primi due album del gruppo: The piper at the gates of dawn e A saucerful of secrets. Tra le immagini centrali, Thorgerson pensò in un primo momento al pugile Floyd Patterson, campione del mondo dei pesi massimi tra il 1956 e il ’62, ritratto in guantoni e calzoncini rosa. Tuttavia le pretese economiche di Patterson – cinquemila dollari – vennero bollate come “oltraggiose” dallo staff della band. Si decise così di ritrarre l’undici calcistico, essendo il calcio una presenza costante e una passione condivisa nella vita dei quattro Floyd.

Una foto, quella all’interno del disco, che si riferisce ad una partita in cui il First Eleven subì una sonora sconfitta (4-0) da una squadra di marxisti proveniente del nord di Londra. Particolare riportato da Nicholas Shaffner, tra i migliori biografi della band.

Coraggioso nelle uscite ma non esente da svarioni, Roger Waters stazionava tra i pali con discreti risultati, anche se in qualche partita scelse di agire nel ruolo di centrocampista. Come a Marsiglia, nel ’72, qualche giorno prima del concerto dei Pink Floyd al Palais des Sports, con le coreografie di Roland Petit. «Non solo accettarono di suonare – ricorderà Petit – ma si offrirono anche di modificare alcune parti dei brani in funzione del balletto». In un’intervista a Zigzag, Waters dirà: «Non si cominciava mai con questo balletto. Prima era Proust, poi Aladino, poi qualcos’altro. Un giorno ci fu un grande pranzo: io, Mason e O’Rourke andammo a pranzo con Nureyev, Roman Polanski, Roland Petit e un produttore cinematografico. Che risate! Si doveva parlare del progetto che prevedeva noi per la musica, Petit per la coreografia, Nureyev come primo ballerino e Polanski come regista di questo fantastico film sul balletto che doveva venirne fuori. Era tutto una farsa, perché nessuno aveva idea di cosa volesse fare».

L’immagine del First XI dall’album ‘A nice Pair’

Così, in quei giorni marsigliesi, il calcio rappresentava una delle poche parentesi di svago e scarico della tensione accumulata in ore e ore di riunioni e discussioni. Waters d’altronde è sempre stato un grande tifoso dell’Arsenal, club che durante la seconda guerra mondiale perse sul fronte nove giocatori, il contributo più alto in termini di morti per le squadre inglesi di massima serie. Una passione nata fin da bambino, quando l’idolo di Roger era il gallese Jack Kelsey, portiere dei Gunners dal 1949 al ’63, guardiapali nell’annata del settimo titolo nazionale e della Community Shield (1953), successi preceduti dalla Coppa d’Inghilterra, conquistata tre anni prima battendo in finale il Liverpool grazie ad una doppietta di Lewis.

«C’era sempre un pallone con noi, nelle nostre tournée in giro per il mondo», ha ricordato Roger Waters, a conferma di come il calcio sia stato una costante nei tour della band.

Sulla fascia destra del First Eleven pinkfloydiano agiva il tastierista Rick Wright, muovendosi con una certa disinvoltura sia pur mostrando evidenti limiti tecnici. Un terzino fluidificante alla ricerca di sovrapposizioni e di uno-due con David Gilmour, ala destra che in un campo di calcio non aveva la stessa classe ed eleganza palesata imbracciando la sua Fender. Anche lui cuore gunners, e abbonato per alcune stagioni alle partite interne dell’Arsenal, rinviò addirittura qualche session di registrazione dell’album Dark Side Of The Moon per recarsi allo stadio di Highbury. Questione di priorità!

Sulla linea mediana, Nick Mason dava il tutto per tutto, uscendo spesso esausto dal rettangolo di gioco. La foto ufficiale ritrae il batterista del “4/4 lento” con una fascia in testa, stile “One of these days” del live a Pompei, il cult movie del regista Adrian Maben, girato nell’anfiteatro romano e uscito, nella sua prima versione, nel periodo 1971-‘72. Fuori dal campo invece Mason ha fatto parte, nel 2019, di un consorzio che ha investito soldi per salvare il Bolton Wanderers: un club storico del calcio inglese, fondato nel 1874, e che grazie ad una cordata di investitori (tra cui appunto lo stesso Mason) procede a vele spiegate verso i 150 anni di storia.

Una passione per tutta una vita, e per tutta una carriera

Il rapporto con il football non è solo personale e privato, bensì entra anche nella discografia del gruppo. C’è un brano in particolare in cui emerge nitida la stretta connessione tra la musica dei Pink Floyd e il football: “Fearless”, terza traccia del lato A dell’album Meedle (1971). Nella parte finale, alla chitarra si sovrappone il coro della “Kop”, la curva dei tifosi del Liverpool, mentre intona la celeberrima “You’ll Never Walk Alone”, inno sportivo di molte squadre inglesi: un coro registrato durante il derby Liverpool-Everton del 21 novembre ’70, vinto 3-2 dai Reds guidati da Bill Shankly.

L’undici titolare floydiano includeva poi il terzino sinistro Chris Adamson, road manager del gruppo nei primi anni ’70, e suggeritore dei titoli di alcuni brani della band tra cui When you’re in, Speak to me e Any colour you like – Adamson, che spesso giocava a calcio con le scarpe da tennis, è anche l’autore del breve parlato all’inizio di Dark side of the moon: “I was made for fucking years, absolutely years…”. Il centrale difensivo era Bob Richardson, detto “Liverpool Bobby” mentre Peter Watts, classe 1946, ricopriva il ruolo di centrocampista. Padre dell’attrice Naomi Watts, tecnico del suono e road manager della band, Peter interruppe la sua collaborazione con i Pink Floyd prima del “British Winter Tour” del ’74 a causa dei suoi problemi di tossicodipendenza.

Morì due anni dopo e il suo corpo senza vita fu trovato a Notting Hill, in una casa londinese di proprietà del gruppo, in cui la polizia rinvenne, accanto al cadavere del trentenne, una siringa ed evidenti tracce di eroina. Ancora oggi però, nella storia musicale dei Pink Floyd, resta indelebile e inconfondibile l’urlo di Watts in Speak to me e la sua “risata folle” al termine di Brain Damage. Peter poi è anche ritratto sul retro copertina di Ummagumma (1969), su una pista dell’aeroporto di Biggin Hill in compagnia del roadie Alan Styles e con accanto la strumentazione del gruppo. Un rapporto strettissimo quello con la band, che dopo la sua morte aiutò la figlia di Watts a trasferirsi con la madre a Sydney.

In campo, più concentrati che mai

Il ruolo di ala sinistra venne affidato ad Arthur Max, tecnico delle luci della band dal periodo barrettiano fino al ’74, imprevedibile e sempre alla ricerca di cross dal fondo. Su di lui è stato realizzato, alcuni anni fa, un corto di animazione – intitolato “Bad day at the office” – incentrato sulle tribolazioni di Max come direttore delle luci in uno show del 1973. Nel giugno di quell’anno i Pink Floyd suonarono all’Olympia Stadium di Detroit, e la politica dei gestori dello stadio era quella di utilizzare solo personale interno, adatto più ad eventi di hockey che a concerti rock. Il film mostra una versione animata in cui Arthur Max è costretto a fare i conti con la sua nuova squadra di assistenti, il tutto accompagnato da un audio live dell’album Obscured By Clouds.

Steve O’Rourke, manager dei Pink Floyd, in squadra copriva il ruolo di secondo difensore centrale, ultimo baluardo davanti al portiere. Nella foto dell’album A Nice Pair, non a caso, O’Rourke è il giocatore più alto: uno che in campo badava al sodo e non faceva troppi fronzoli. È stato il manager dei Pink Floyd dal 1968 (dopo l’addio alla band di Syd Barrett) fino al suo decesso, nel 2003, all’età di 63 anni. Grande appassionato di corse automobilistiche, O’Rourke prese anche parte alla 24 Ore di Le Mans (1979 e 1980) e, con Nick Mason e David Gilmour, alla Carrera Panamericana nel 1991.

Il ruolo di centravanti era affidato quindi all’agente musicale Tony Howard, impegnato con i Pink Floyd dalle serate underground all’Ufo, a metà degli anni Sessanta, fino ai concerti del ‘94 dove ricoprì il ruolo di tour manager. In cabina di regia agiva il barbuto Storm Thorgerson, fondatore dello studio Hipgnosis con Audrey Bo Powell. Deceduto nell’aprile 2013, Thorgerson ha rivoluzionato il modo di realizzare le copertine degli album musicali. Gilmour lo definì “una forza costante nella sua vita, sul piano lavorativo e umano. Una spalla sulla quale piangere ed un grande amico”, mentre Mason lo descrisse come “un lavoratore infaticabile, dall’inizio alla fine”. In alcune partite, per finire, venne schierato in campo anche Warwick McCredie, tour manager della band nel triennio 1973-’75. 

Il Firts Eleven accompagnato dalle sue cheerleaders

Il First Eleven poteva contare, inoltre, anche su un gruppo di tifose al seguito: cinque bellissime “cheerleaders” con magliette su cui campeggiavano due stelle sotto le lettere “PF FC” (Pink Floyd Football Club). Di questo quintetto facevano parte Puddie e Jenny (mogli di Watts e McCredie), Ginger Virginia Hasenbein (prima moglie di Dave Gilmour), Gai Powell (consorte di Aubrey Powell) e Judy Trim (sposata con Roger Waters dal ’69 al 1975), figlia di uno scienziato e ricercatore all’Università di Cambridge, diventata poi un’artista molto apprezzata in ambito internazionale.

Dopo l’uscita di The Wall, venne pubblicato dalla Emi il cofanetto “The First XI”, comprendente tutti i dischi dei Pink Floyd dal 1967 al ‘79. Stampato in sole mille copie, contiene due perle rare: le stampe picture disc (speciale tipo di disco vinilico sulla cui superficie, contrariamente all’abituale colore nero, viene incorporata un’illustrazione) di Dark side e Wish you were here. Tra le pochissime versioni “picture” della discografia ufficiale “in vinile” dei Pink Floyd. Parliamo di Storia della musica, con la S maiuscola, che ha avuto anche un piccolo – e appassionato – capitolo dedicato al football.

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