Riecheggiano le voci nel prodigioso mosaico di colori e profumi che è la Vucciria. Il mercato più grande e folkloristico di Palermo è teatro di miscugli di rumori, confusione armonica che rimane impressa nella mente di turisti e visitatori di passaggio. Crocevia di popoli mediterranei e non, straordinaria fusione di culture e calore umano come il Meridione sa essere.

 

 

Impossibile non rimanerne colpiti e affascinati. Il celebre pittore Renato Guttuso vi dedicò un quadro omonimo nel quale la moltitudine di alimenti e persone sembrano produrre un insieme di odori e voci così potenti da uscire dal dipinto per “investire” lo spettatore. Le urla tipiche dei venditori della Vucciria, la vivacità e la ricerca del contatto umano tra i frequentatori del mercato sembrano disegnare un ambiente felice, pieno di vita e di voglia di vivere. Ma sotto tutto questo si celano, neanche troppo nascoste, le “vite amare” del rione della Vucciria.

 

 

La fame e la miseria, la necessità di ricorrere alla forza e alla delinquenza pur di sopravvivere. E, in tale contesto, l’avanzare inevitabile delle mani della criminalità organizzata, alla ricerca di nuovi adepti per affermare sempre di più la propria supremazia sul territorio. Palermo è una città straordinariamente bella, ma anche piena di contraddizioni e difficile da comprendere: a Palermo si arriva per non partire mai più, ma da Palermo, a volte, si scappa per non tornarci (vedi Totò Schillaci).

 

guttuso vucciria

Renato Guttuso, Vucciria (1974)

 

 


Storia ordinaria di un uomo straordinario


 

C’è chi va via dalla Vucciria, partendo con l’obiettivo di costruirsi una vita diversa. C’è chi vi rimane, alla difficile ricerca di una occupazione legale e priva di condizionamenti esterni. Poi, però, ci sono rari casi in cui chi parte alla fine ritorna. Tornare, dopo essersi costruiti una fama e una carriera da campione, per aiutare chi rischia di essere attirato da cattive strade e false amicizie. Tirare i ragazzi della Vucciria fuori dalla “strada”, istruirli ad un mestiere pulito e legale, per regalare loro uno spiraglio futuro.

 

 

La storia di Pino Leto è una incredibile combinazione di durezza e successo, di lotta e aggregazione. Di ruvidezza e dolcezza. Termini tra loro contrastanti e che danno l’idea della straordinarietà del personaggio. Perché dietro a ogni storia a lieto fine si nascondono difficoltà, sacrifici e contrasti. Pino Leto, alla nascita, è l’ultimo degli ultimi. Ultimo di cinque figli ed inizialmente non voluto dalla madre. Lei vuole abortire. Sente di non potersi permettere, nella miseria della Vucciria di fine anni ’50, di far nascere un altro figlio. E tenta di abortire in tutti i modi, anche in quelli più rudimentali.

 

 

Alla fine, pentendosi, decide di tenere il bambino. Cinque chili alla nascita, bello e grassottello. La madre se ne innamora subito, soprannominandolo U miricanu perché a suo dire è così affascinante da sembrare un attore di un film americano. Il padre sarà pure affezionato al piccolo Pino, ma non gli perdona in nessun modo le sue fisiologiche marachelle. Cinquanta frustate al giorno con un tubo di plastica, sulle gambe. Una violenza disorientante. Leto racconta che il padre è stato la prima persona da lui veramente odiata.

 

Conflitti in casa e fuori. La Vucciria di quel tempo è fucina di ragazzini che giocano e fanno amicizia per strada. Una apparente spensieratezza che viene subito offuscata dalla realtà del quartiere.

 

Furti, delinquenza, criminalità, povertà e disperazione. Nel corso degli anni parecchi amici d’infanzia di Leto cadono. I più sfortunati vengono uccisi da un colpo di pistola o da una dose di eroina. Altri vengono messi in carcere perché non hanno voluto o non hanno potuto far mangiare i propri figli in maniera onesta. Pino arriva a chiedersi il perché della propria esistenza. Il giovane Leto è costretto a cercare una risposta. È costretto a farlo in fretta, per non farsi inghiottire dalle diverse cattive strade che gli si spianano davanti. Come ad esempio ritrovarsi a fare il palo in occasione di una tentata rapina compiuta da coetanei della sua stessa “banda” di amici.

 

 

Uno dei suoi amici frequenta una palestra nella periferia di Palermo, la Gimnasium. Un giorno guarda negli occhi Leto e gli dice: «Miricanu, sei fatto per fare pugilato. Hai grinta e coraggio. Perché non provi?». Scatta la molla. Pino accetta subito, senza pensarci troppo. Si divide tra lavori giornalieri per sbarcare il lunario (imbianchino, carpentiere, muratore, scaricatore di casse) ed intensissime sedute serali di boxe. Con enormi sacrifici, scarica tutta la rabbia e le frustrazioni di una infanzia difficile sui guantoni, si migliora ed arriva a presentarsi alle prime competizioni.

 

 

Il primo viaggio lontano dalla Sicilia, il primo aereo, la prima colazione in albergo: lussi inimmaginabili per un giovane della Vucciria. I primi due match, entrambi vinti per KO. È l’inizio di una gavetta tra i dilettanti che lo porta a girovagare per tutta Italia, alla ricerca dell’occasione che possa condurlo tra i grandi del pugilato. “La strada”, quella della Vucciria, ha fortificato Pino Leto. Il giovane che da ragazzino ha toccato con mano povertà e miseria non ha paura di nulla. Chi ha saputo emergere dal nulla non può avere paura. Ed è così che Leto continua a combattere, con ferocia ed intelligenza, fino a farsi notare dal manager Branchini, che lo accoglie nella sua scuderia.

 

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Pino Leto, pugile e campione, oltre che maestro, della Vucciria

 

 

Da qui l’esordio tra i professionisti, otto titoli italiani e un meraviglioso titolo europeo quando, a 32 anni, in molti lo davano ormai per spacciato. Una vittoria che gli vale 25 milioni di Lire.

 

“Con quei soldi acquistai la mia prima auto, i mobili per la mia casa e tanti giocattoli per i miei figli. Ma ci giocavo io, perché da bambino non avevo mai avuto un giocattolo”.

 

Ecco l’umiltà di Pino Leto. Divertirsi con i giocattoli a 30 anni suonati perché da piccolo non poteva permetterseli. Lo stupore per le piccole cose, senza dimenticare da dove si è venuti. Essere umili pur essendo diventato un idolo della Vucciria che con coraggio reagisce al contesto e alle avversità. “Leto, Leto, mandali al tappeto” è il coro che i vuccirioti gli dedicano. Provenire dalla Vucciria ed arrivare al successo. Confine labile tra vita amara e vita da sogno. E questo Pino Leto lo sa bene. Lo ha vissuto sulla pelle, sia prima che dopo la carriera da pugile.

 

 

 


La scuola


 

Una volta terminata l’avventura nella boxe professionistica, viene aggredito, in qualità di guardia giurata di una banca, da un rapinatore diciassettenne. Viene accoltellato all’altezza dello zigomo, e per istinto di sopravvivenza cerca di bloccare l’assalitore, sparando un colpo di pistola. Finendo per ucciderlo.

 

 

Sono le crudeli regole palermitane del gioco criminale. Leto è pentito, distrutto. Questa triste vicenda lo logora quotidianamente. E l’unico modo che trova per risollevarsi moralmente è dare un contributo affinché i giovani palermitani non si trovino nelle condizioni di cadere nelle grinfie della criminalità.

 

 

Apre una scuola di pugilato, nel bel mezzo della Vucciria. Accoglie i ragazzi nella sua struttura, insegnandogli un mestiere che possa tirarli fuori dalle brutte tentazioni e dalle cattive strade. Ancora oggi, Pino Leto porta avanti la propria scuola, tra mille difficoltà e la mancanza di sostegno delle istituzioni locali, e continua ad educare giovani palermitani alla bellezza delle regole dello sport, alla lealtà e alla vita. Li segue con passione e dedizione. Sa che le loro difficoltà erano anche le sue e li sostiene come fossero figli suoi.

 

pino leto vucciria

Pino Leto alla Vucciria, insieme ad uno dei ragazzi del mercato, aspirante campione

 

“Il pugilato deve essere per questi ragazzi un modo per confrontarsi con realtà diverse, per capire che il mondo che li circonda non è soltanto rinchiuso tra le mura della Vucciria ma è più ampio di quanto loro possano immaginare. Questo sport deve fargli capire che il bullismo gratuito diffuso tra questi vicoli non fa altro che indebolirli. Se proprio vogliono dimostrare di avere le palle, devono farlo sul ring, nel rispetto delle regole e del proprio avversario”.

 

La storia di Pino Leto merita di essere raccontata. In essa si possono rispecchiare tanti giovani meridionali che, di fronte alle difficoltà del luogo natio, sono disposti a lasciare la propria terra pur di emergere con coraggio e determinazione e di crearsi un futuro radioso e all’insegna della legalità. È una storia di condivisione, di valori puliti e di altruismo, di apertura verso i problemi altrui, di calore umano e di empatia. È una storia cruda, di luci e tinte fosche. Per questo, è una storia vera.