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Italia
24 Maggio

Perdere per vincere, come Pioli

Annibale Gagliani

27 articoli
Una storia che parte da lontano e sterza bruscamente.

Questa è la storia di un perdente. Dopo il 22 maggio 2022, circa dieci minuti prima delle venti, un vincente. Stefano Pioli è uno di quei parmigiani da cinquantasei inverni dietro la nuca, che utilizzava il portone del Battistero come porta da violare con un pallone di cuoio durissimo, alternando quattro passaggi con una palla a spicchi insieme al Partigiano di Parma. Sfrecciava in bici dal Parco Ducale fino a Busseto, inseguito dalla Marcia Trionfale di Verdi, quella dell’Aida, macinando chilometri inimmaginabili: la mente correva quanto le due ruote. Il fisico roccioso, il garbo fino al midollo, la sagacia tattica, gli hanno permesso di diventare un difensore eclettico, una sorta di stuntman nella Juve del Trap, uno stopper da cartellino sempre timbrato all’Hellas e alla Fiorentina.    

Lui lo sa, il suo destino è la panchina: lava sui piedi. Ghiaccio artico sotto il sedere. È la goduria che ha sempre desiderato. C’è una lezione da portare nel taschino sinistro della camicia, altezza cuore, dopo le prime esperienze come mister della primavera del Bologna prima e del Chievo poi: «Una sola cosa conta: imparare a essere perdenti». Un consiglio riservato da Emil Cioran ne L’inconveniente di essere nati, appunti di saggezza intellettuale del 1973.

È tempo di allenare in prima squadra: la Salernitana nella stagione 2003/04, agguantando una sudatissima salvezza, non scontata, data la condizione di ripescata della compagine campana all’inizio dei giochi. Un risultato che gli permette di mantenere la categoria: guida il Modena l’anno successivo, sfiorando i play-off per la massima serie. Nella stagione 2005/06 viene esonerato in corsa dalla proprietà modenese, per poi essere richiamato e riportare i canarini nuovamente alle eliminatorie per la Serie A dopo la regular season. Contro il Mantova, in semifinale, è un doppio pareggio: i lombardi passano per la migliore classifica. I primi anni da scalatore nel purgatorio non sono semplici da digerire: due illusioni promozione, seppur abbia creato due opportunità inaspettate.  

Ma il Dio del calcio gli fa un regalo: allenare la squadra della sua città, il Parma, proprio in paradiso.

È la stagione 2006/2007. Nonostante i sedicesimi di Coppa Uefa conquistati, un percorso deficitario in campionato porta la proprietà ducale a fargli un biglietto di circolare, mandandolo a casa, a pochi chilometri dal Tardini, preferendogli Claudio Ranieri. Gli Imagine Dragons avrebbero saputo cosa cantargli per consolarlo dallo smacco bruciante: «So che la fioritura non arriva senza pioggia/ so che la sconfitta non avviene senza vergogna/ so che la bellezza non viene senza dolore», Believer, in pratica. Pioli riparte dalla cadetteria con due salvezze tranquille: una a Grosseto, stappata a maggio del 2008 e l’altra ancora nella sua regione, a Piacenza, festeggiata a salumi e gnocco (o torta fritta, come direbbe lui) tra i fiori d’arancio del 2009.


Dopo la lupa piacentina, tocca a un’altra realtà a due passi da casa: il Sassuolo. Conquista la quarta posizione, guadagnandosi i play-off. Sente che è la volta giusta, dopo due sfortunate eliminazioni in passato: può riprendersi la Serie A mandando a quel paese il destino. Invece arriva il Torino di Stefano Colantuono, più attrezzato dei neroverdi, grazie alla consistente pecunia di Urbano Cairo. L’anno dopo, Anche se la Serie A gli sfugge dalle mani, questa gli si materializza davanti con un cavaliere a cavallo blu con sfondo giallo: il Chievo Verona. È la stagione 2010-2011, una salvezza da urlo: undicesima piazza con 46 punti e la quarta miglior difesa del campionato, davanti la Juventus scialacquatrice sul mercato, per intenderci.

Pioli capisce che è il momento del salto. Vuole afferrare le briglie di un progetto dal respiro internazionale, trottando verso l’Europa magari dei grandi. Il Palermo di Zamparini, di Fabrizio Miccoli e dei sudamericani fiammanti: Pastore, Vazquez, Hernández. È l’alba della stagione 2011/12, il debutto del 28 luglio al Renzo Barbera, dinanzi a quasi trentamila spettatori armati di marranzano, gli trasmette un’adrenalina mai provata prima. È l’andata del terzo turno preliminare d’Europa League contro gli elvetici del Thun: sembra l’anticamera di un’annata di gioie al cardiopalma. In realtà, c’è poco da applaudire: 2-2 in casa, 1-1 in Svizzera il 4 agosto. Il peggio arriva il 31 dello stesso mese: Zamparini lo caccia senza fargli cominciare il campionato e soprattutto senza fargli forgiare la squadra.

Un colpo sotto la cintura, anzi un taglio alla giugulare, che rischia di stroncargli la carriera. Controllare le storie di Devis Mangia e Giuseppe Sannino, due talenti decantati a Coverciano, affossati dagli esoneri del divora-allenatori friulano. 

Nei mesi di disoccupazione forzata, Stefano Pioli si trasforma nel soggetto del dipinto Decalcomania di Magritte. Al centro un uomo anonimo, un allenatore quasi fallito, di spalle. La sagoma dello sconosciuto è visibile in un ritaglio su una tenda rossa accanto a lui. Due figure perdenti della stessa persona. Quella destra offre uno spiraglio: permette di guardare oltre, di catturare il cielo, il mare, che il soggetto a sinistra sta osservando in maniera esclusiva, non permettendo nessuna visione. Il pessimista e l’ottimista, potremmo riassumere. Il pragmatico e il folle.

Decalcomania, Renè Magritte, 1966

Palermo è un incidente di percorso: a ottobre 2011, Pioli è il soggetto destro di Magritte, è già sulla panchina del Bologna, proprio la società che gli ha permesso di sedersi sull’artico e percepire con l’alluce le viscere del vulcano. A fine campionato è nono posto, con 51 punti. Salvezza che si guadagna all’ombra delle due Torri anche l’anno successivo, con un tredicesimo posto da 44 lunghezze. Nel gennaio 2014 viene esonerato, ma è proprio il sudore versato al Dall’Ara a regalargli un inaspettato upgrade: la Lazio. Ed è proprio la convinzione di aver dato tutto, come sempre, a fargli accendere nei timpani un giradischi con su Bologna di Guccini:  

«Però che Bohéme confortevole giocata fra casa e osterie/ quando a ogni bicchiere rimbalzano le filosofie/ oh quanto eravamo poetici, ma senza pudore e paura/ e i vecchi “imberiaghi” sembravano la letteratura/ oh quanto eravam tutti artistici, ma senza pudore o vergogna/ cullati fra i portici cosce di mamma Bologna».

Alla Lazio, nella stagione 2014/15, Pioli tira fuori tutte le carte tattiche che ha imparato a utilizzare nei poker della decennale carriera: 3-5-2, 4-3-3, 4-2-3-1, con schemi e movimenti senza palla che fondono rispettivamente la tradizione italiana legata alla densità nelle zone di campo e al contropiede il basket, declinato nella capacità d’inserimento a fari spenti dei giocatori. Un calcio tendenzialmente offensivo, equilibrato, sperimentale. Porta Olimpia a volare in Champions, con un piazzamento finale di bronzo contro ogni pronostico.

Certo, gli rimane una delusione tra i denti, una sorta di ascesso: la finale persa ai tempi supplementari in casa al cospetto della Juventus di Max Allegri, 1-2. Un match nel quale avrebbe vinto ai punti: è da rinviare l’appuntamento con il bacio alla Nuovo Cinema Paradiso a un trofeo. Non va meglio ad agosto dello stesso anno: a Pechino la Vecchia Signora gli soffia la Supercoppa con un 2-0 senza discussioni. Alla fine d’agosto la delusione si dilata: perde la gara di ritorno dei preliminari di Champions League contro il Bayer Leverkusen, dopo la vittoria per 1-0 dell’andata, Un 3-0 da togliere il sonno. Ad aprile 2016, dopo un bagno di sangue nel derby contro i rivali della Roma, perso 1-4, viene cacciato da Claudio Lotito. Errare humanum est, perseverare autem diabolicum, gli avrà sussurrato prima di liquidarlo. 

Sembra la fine della sua carriera da allenatore nel calcio che conta, ma a novembre del 2016, l’Inter asiatica non ci capisce più nulla, dopo aver ingaggiato frettolosamente Frank De Boer. Il tulipano viene strappato a inizio campionato dalla panchina e gettato all’aria: una nuova occasione per Pioli. L’obiettivo dei nerazzurri si chiama Champions League e magari un trofeo. Tra alti e bassi la storia del mister parmense non cambia: a maggio 2017 viene esonerato, con l’imbarazzo di soli 39 punti in 23 partite.

Adesso sì, è finita. Invece no. Stefano Pioli ha sempre lasciato un ottimo ricordo da calciatore: in Giancarlo Antonioni, per esempio. L’educazione è una risorsa che ritorna nei momenti più bui. Su consiglio del campione del mondo, la Fiorentina gli assegna le chiavi della guida tecnica. È un anno potenzialmente devastante: a marzo muore il capitano, Davide Astori: fatto di cronaca avvolto da un mistero inspiegabile. Il mister deve ergersi a fratello maggiore, a padre, a confessore. La squadra si stringe attorno a lui, che fa della figura di Astori il simbolo per provare a superare i propri limiti, in suo onore, mai per individualismo. Ottavo posto finale con 57 punti. L’anno successivo è un’altalena di risultati: ad aprile 2019, dopo un’aspra sconfitta in casa contro il Frosinone, rassegna le dimissioni, affondando nel dispiacere per una fine diversa da quella che immaginava al cospetto del Colosso Toscano. 



A ottobre 2019, però, il Milan del trio Gazidis, Paolo Maldini e Massara non è convinto di Marco Giampaolo sulla panchina del Diavolo. Serve un cambio. Occorre come il pane uno che porti la squadra in Europa senza rompere le scatole, dando un buon gioco ed evitando le urticanti umiliazioni subite negli ultimi anni. Il Milan non vince qualcosa di importante dal 2011 ma la società a Pioli non chiede nulla, se non dare il 100% e creare finalmente un gruppo che lotti come marinai in mare aperto davanti a onde di venti metri. Nel girone d’andata i rossoneri sono senza infamia e senza lode, perdendo terreno dalle prime quattro.

A dicembre soccombono 5-0 a Bergamo contro la Polenta Meccanica di Gasperini, l’Atalanta. Nel girone di ritorno, una tempesta spazza via le certezze di tutti i club: il Covid-19. Nel momento apparentemente peggiore, Pioli riesce a forgiare il gruppo come vuole lui: giovani affamati e un cavallo di ritorno, Ibra. Il Diavoletto compie una rimonta entusiasmante: 30 punti nelle ultime 12 gare, con la ciliegina del 4-2 alla Juventus di CR7, a San Siro. Ma l’entusiasmo dura poco: è solo sesto posto. Il mister si guadagna la riconferma per la stagione 2020-21. Nasce un testa a testa senza esclusione di colpi contro l’Inter di Antonio Conte per la vittoria del tricolore: il suo Milan crolla a febbraio, nello scontro diretto, il derby della Madonnina, con uno 0-3 tremendo.

Al momento clou, Pioli e i suoi uomini si squagliano. Eppure, è secondo posto con 79 punti: il Diavolo torna nel suo habitat naturale dopo troppo tempo: the Champions!

Pioli impara a perdere. La stagione 2021/22 ne è un dato empirico. L’eliminazione ai gironi di Champions, più che mai beffarda, la tranvata in Coppa Italia in semifinale contro l’Inter e soprattutto i colossali errori arbitrali subiti, non scalfiscono minimamente un gruppo ormai maturo, guidato da un “perdente” che trasmette la serenità giusta, e parla da veterano. A febbraio soffia il dominio cittadino ai nerazzurri per 2-1, con un doppio Giroud, dando vita a una rimonta efficace, dopo mesi d’inseguimento alla banda di Simone Inzaghi.

E poi il grido all’ultimo respiro all’Olimpico contro la Lazio sempre per 2-1, grazie alla zampata di Sandro Tonali. Il Milan sul rettilineo finale, spalla a spalla con i nerazzurri, non sbaglia una virgola: 1-0 alla Fiorentina di fiato e testa, 3-1 sotto il balcone di Romeo e Giulietta contro il Verona, 2-0 all’Atalanta per determinarne (forse) la fine del ciclo e poi la giornata conclusiva, la chiosa, la partita perfetta: il 3-0 a Reggio Emilia contro il Sassuolo con Rafael Leao a danzare e Giroud e Kessie e penetrare la pelle del Biscione. 


Come corpo unico, il Milan di Stefano Pioli è la Tigre di Antonio Ligabue: gli artigli sono di Maignan in porta; le zampe posteriori di Calabria ed Théo Hernandez sulle fasce; le zampe anteriori di Leao e Saelemaekers a puntare ed eludere i marcatori; il petto di Tonali in mediana, la schiena di Kessie sempre a centrocampo; i denti affilati di monsieur gol di piombo, Oliver Giroud; gli occhi di Ibra dallo spogliatoio all’anima; i colori, vivissimi, ammalianti, velenosi, sono le mani, la voce, la tempra di Pioli.  

Osservando la carriera del mister, on fire per tutta l’annata, molti detrattori potrebbero sostenere come in mezzo a cumuli di afose sconfitte – e dopo vent’anni di panchine – una vittoria sia del tutto casuale. Ma come insegna Friedrich Nietzsche, tra le pagine de La gaia scienza, «nessun vincitore crede al caso». La verità è che Pioli è cambiato insieme al suo Milan, in un processo che nessuno si aspettava, almeno non così. Lo ha ripetuto lui stesso più volte, lo ha detto negli spogliatoi Ibrahimovic e uguale hanno fatto tanti giocatori rossoneri: “nessuno credeva in noi”. E ciò nonostante Pioli è stato capace di professare e quindi trasferire un concetto:

«Mi interessa quello che pensano i miei giocatori, non gli altri». Giocatori di cui, non si è mai stancato di ripetere, si è via via “innamorato”. Lui, che non si era “mai sentito così amato”.

Anche in questo è stato perfetto. Ancora padre e confessore, ma con il polso di una guida riconosciuta e autorevole. Lontani i tempi in cui l’ombra di Ibrahimovic oscurava e secondo alcuni determinava il suo lavoro: pure loro due, cresciuti e maturati insieme. Nel frattempo gli altri giocatori iniziavano a pensare di potercela fare, a crederci lucidamente, così come Pioli stesso. Glielo si leggeva in faccia un po’ a tutti: anche quando l’Inter sembrava – ed era – troppo più forte, troppo più pronta.

Al Milan si è creata una miscela tanto perfetta quanto esplosiva che ha fatto crescere, sbocciare e maturare tanti giocatori – da Tonali a Tomori, da Kalulu a Calabria, dallo stesso Theo Hernandez al mattatore Leao; e che ha trasformato un allenatore “normalizzatore” – la scelta conservativa e reazionaria della società di fronte all’utopia Rangnick, scelta per giunta criticata in quanto tipicamente italiana e priva di visione – in un “profeta”, come pure lo ha definito qualcuno, sicuramente in un innovatore. E chi se lo sarebbe aspettato, due anni fa.



Dalla tradizione alla rivoluzione, in un battito di ciglia e in un paio di stagioni. Una storia in cui davvero anche il Diavolo ci ha messo lo zampino, e per Diavolo si intende la società e l’ambiente Milan, che ha avuto un ruolo cruciale nella ricostruzione rossonera. Eppure poi in campo, a ribaltare le gerarchie, ci sono scesi i giocatori. Come in La tragedia di un uomo ridicolo, tocca agli operai prendersi la fabbrica, i calciatori in questo caso, seguendo il pensiero di un mister mezzo visionario fino a superarlo con polmoni e vene, per diventare padroni del gioco.

Mentre il mister, imitando Athos Magnani in La strategia del ragno, diventa l’eroe che non ti aspetti, fregando tutti i contendenti e spiazzando chi da sempre ha creduto in lui, ma non fino a quel punto. Questa è la storia di un vincente, diventato tale non il 22 maggio 2022, dieci minuti prima delle venti, ma nel ventennio precedente. Il tempo in cui ha imparato ad essere un perdente e di fatto un vincente, non per caso. 

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