Dal 27 agosto 1995 al 18 maggio 2014: 19 stagioni, 858 partite in nerazzurro. Da quell’estate diciannovenne contro il Vicenza all’ultimo abbraccio dei suoi tifosi quasi quartunenne, Javier Zanetti ha scritto la storia dell’Inter e da capitano ha alzato più trofei di chiunque altro prima di lui in oltre cento anni storia. Tra questi anche la memorabile Champions League, attesa 45 anni, festeggiata nel delirio del Santiago Bernabeu. In questo afflato una e una sola scritta sul petto: Pirelli.

 

 

Ricordi dolci per i tifosi della Beneamata, ma instantanee indelebili anche nell’antologia del calcio italiano. Il 25 luglio ad esempio sbarca a Milano il giocatore più forte del pianeta, a certificare la supremazia del campionato tricolore su ogni altro: con i dentoni sproporzionati e ben visibili in quel sorriso contagioso Ronaldo, “quello vero” come dicono da quelle parti, mostra al mondo emozionato il numero 10 floccato sul retro e la scritta bombata Pirelli sul fronte.

 

 

Astro più luminoso del mondo del pallone il brasiliano presta la sua faccia, o meglio il suo piede sinistro, per uno spot diventato celebre non solo nelle stanze dell’azienda di pneumatici della Bicocca, ma sulle riviste di tutto il mondo. La potenza è nulla senza controllo, recita il claim del brand mentre il Fenomeno a braccia aperte viene ritratto nella sua tipica esultanza e dall’alto del Corcovado emula, in chiave quasi blasfema, il Cristo Redentore che abbraccia e protegge Rio.

 

Zanetti Inter Pirelli

La gioia di Javier Zanetti, il 22 Maggio del 2010. Il successo più grande dell’Inter di Moratti e Tronchetti Provera. (Jasper Juinen/Getty Images)

 

 

Dai magazine al campo dove, invece di riprodurre una delle sette meraviglie del mondo moderno, diventa egli stesso prodigio. Come quella notte di Parigi in cui fa diventare immortale un’inedita maglia a hoops grigi e blu, con una delle prestazioni più dominanti che si siano viste su un campo di calcio. Persino l’immenso Alessandro Nesta è costretto a vedere molte più volte il numero 10 sulle spalle di Ronaldo che la scritta Pirelli gialla, sul petto.

 

 

Dalle gioie alle lacrime. Quelle di dolore, di ginocchia spezzate, di urla in una serata primaverile infrasettimanale di Coppa Italia, che sconvolge i tifosi nerazzurri ma lascia anche un nodo in gola a tutti gli appassionati di sport. O quelle di tristezza, come in un pomeriggio di maggio ancora all’Olimipico, sempre contro la Lazio, croce e delizia del Fenomeno: qui il suo volto, nascosto dallo mano, non può impedire alle lacrime di finire sulla P allungata sul petto della maglia a strisce nere e blu. L’ultimo struggente saluto prima di un addio mai metabolizzato dal tifo interista.

 

Tra vittorie e delusioni, le ultime molto più fresche nei ricordi dei tifosi, Pirelli ha accompagnato l’Inter per 26 anni della sua storia.

 

Un tempo lungo, quasi infinito se si considera che solo dal 1981 il Biscione ha uno sponsor sul petto delle proprie casacche: vale a dire che la maggior parte della sua storia l’Inter ha giocato con la scritta Pirelli sul petto, se una v’è stata. Nessuna squadra nei maggiori campionati europei vanta un accordo di sponsorizzazione più duraturo, e nella storia di questa singolare classifica solo il logo della Philips sulle maglie del PSV Eindhoven – azienda proprietaria del club – ha avuto, con 34 stagioni, una tradizione più lunga.

 

Ronaldo Pirelli Inter Uefa 1998

Il Fenomeno con la maglia che le sue giocate hanno reso celebre. (Ruediger Fessel/Bongarts/Getty Images)

 

 


LA POTENZA È NULLA SENZA CONTROLLO


 

Un sodalizio commerciale, naturalmente, certificato dai 234 M corrisposti in questi anni ai nerazzurri. Una somma considerevole, eppure decisamente ridimensionata rispetto alla crescita esponenziale registrata dai ricavi per gli sponsor di maglia delle società calcistiche. L’ultimo rinnovo quinquennale, siglato dalla presidenza Thohir, prevede un onorario fisso di 10 M e una componente variabile che è arrivata a raggiungere eccezionalmente i 19 M nella stagione 2018/2019, ma è in netta contrazione nell’ultimo bilancio di esercizio, in cui le casse dell’Inter hanno beneficiato di 11 M da parte dell’azienda della Bicocca.

 

In sostanza, al netto di una parte variabile difficile da stimare, ma soprattutto da prevedere, sono numeri che pongono l’Inter solo al quarto posto della classifica ricavi da sponsor di maglia del nostro campionato.

 

La Juventus riceve da Jeep una cifra vicina ai 50 M, la Fiorentina, tramite l’azienda del patron Commisso Mediacom, incassa 26 M. Simile la situazione sull’ultimo gradino del podio dove Mapei, azienda della famiglia Squinzi, corrisponde 18 M al Sassuolo. E se i ricavi in questi casi sono tutti rappresentazione di una gestione finanziaria interna alle holding proprietarie dei club, il prospetto in Europa è decisamente più impietoso.

 

 

Il Manchester United, avaro di titoli e soddisfazioni da qualche stagione, raccoglie quasi 75 M all’anno da Chevrolet, sfruttando prevalentemente l’amplificazione mediatica nei mercati orientali. Ma dietro i Red Devils, anche Real Madrid (70M da Emirates), PSG (60 M da All), Barcelona (55 M da Rakuten), viaggiano ugualmente su compensi stratosferici. Persino il Tottenham, squadra di ottima tradizione, ma nemmeno assimilabile al blasone internazionale dei nerazzurri, ingrassa i propri conti grazie alle generose retribuzioni della compagnia assicurativa orientale AIA Group, che corrisponde annualmente 40,5 M agli Spurs.

 

Trochetti Provera Inter CEO Pirelli

Marco Tronchetti Provera, una vita dedicata a Pirelli e una passione chiamata Inter. (Claudio Villa – Inter/FC Internazionale via Getty Images)

 

 

Insomma, la strada che porta al successo internazionale è ormai inevitabilmente legata a partner forti e il piano di investimenti di Pirelli, che a più riprese ha fatto intendere di non essere interessata a giocare tutte le fish sulla maglia nerazzurra, non sembra più poter soddisfare le casse esigenti dell’Inter. Suning, e gli investitori che gli succederanno, sono a caccia di uno sponsor che garantisca un incasso vicino ai 30 M di euro stagione, che l’azienda milanese ha preferito invece dirottare su altri progetti ambiziosi.

 

 

Almeno fino al 2024, sarà ancora sponsor e fornitore ufficiale unico in Formula Uno, un sodalizio che dura dal 2010, a riprova della grande fedeltà di Pirelli rispetto ai propri investimenti. Insieme a Prada, altro storico marchio milanese, ha visto, proprio in questi giorni, sfumare il sogno di riscrivere la storia della vela, marchiando la spedizione downunder di Luna Rossa Prada Pirelli alla caccia della Coppa America. E ancora l’impegno con la Federazione Italiana Sport Invernali, che vede il box giallo di Pirelli capeggiare sulle divise in spandex di Dominik Paris, Marta Bassino, Dorothea Wierer e compagni.

 

Luna Rossa

La livrea di Luna Rossa, marchiata Pirelli. (Fiona Goodall/Getty Images)

 

 


LUCI A SAN SIRO


 

Con buona pace dei nostalgici, dal punto di vista puramente economico, l’operazione è un atto inevitabile da parte di una società che ambisce a tornare presto nell’olimpo calcistico europeo. Onestamente la notizia – che era nell’aria già da diversi mesi, ma solo la settimana scorsa è diventata ufficiale – non ci stupisce nemmeno più di tanto: Pirelli, dalla stagione 2021/2022, non sarà più lo sponsor di maglia dell’Inter, e non sarebbe più potuto esserlo.

 

 

Eppure, sarebbe riduttivo considerare quello tra Pirelli e Inter una semplice sponsorizzazione. La verità è che Massimo Moratti e Marco Tronchetti Provera hanno romanticamente coltivato insieme un sogno di immortalità, regalando alla loro squadra e alla loro città tutta la passione di cui sono stati capaci. Perché accanto all’onorario di sponsorizzazione, Pirelli ha anche iniettato in questi ventisei anni ben 108 M per finanziare, come socio, gli aumenti di capitale necessari per alimentare le brame di gloria della Beneamata.

 

 

Un asse di ferro forgiata nel mutuo rispetto e in quel senso di appartenenza a una città, Milano, che era quasi un atto dovuto per una categoria di imprenditori in via d’estinzione. Il gesto cavalleresco quasi a voler ripagare la comunità rispetto alla fortuna colta nella scalata al successo, frutto di un mecenatismo che, negli anni ’90, non veniva mitigato dalla dimensione commerciale delle squadre. Tempi in cui la vendita delle divise da gara era ancora limitata agli affezionati più fedeli, e gli introiti legati alle attività commerciali erano un lontano miraggio nei bilanci delle società.

 

Moratti Inter Trochetti Provera Pirelli

Massimo Moratti con l’inseparabile amico Tronchetti Provera all’introduzione del Presidentissimo nella Hall of Fame della squadra nerazzurra. (Marco Luzzani – Inter/FC Internazionale via Getty Images)

 

 


NERI COME LA NOTTE, AZZURRI COME IL CIELO,

GIALLI COME PIRELLI


 

Oggi il piano di sviluppo dell’Inter impone contratti ricchi e remunerativi ma, prima con l’addio del patron Moratti e ora con l’abbandono di Pirelli, il Biscione perde gran parte della propria personalità meneghina. E insieme ai valori umani di un partner affidabile, sfiorisce anche una dimensione estetica consolidata, un’identità di brand in cui Pirelli e l’Inter sono diventati un’icona della cultura popolare del nostro calcio.

 

 

Non esiste maglia dell’Inter senza Pirelli e Pirelli non potrebbe essere associato ad altri che non sia l’Inter. Una reciproca dipendenza che ha rafforzato entrambi in questi anni, legandoli in una magnifica sinergia destinata a rimanere un riferimento nel calcio italiano. Lo ha spiegato brillantemente sulle colonne di NSS sports il graphic designer Alberto Mariani:

 

«É uno di quei casi in cui lo sponsor diventa parte dell’immaginario, tanto che un maglia nerazzurra senza stemma, ma con Pirelli sopra, è un maglia Inter. Perdere Pirelli in corrispondenza dal cambio di stemma renderà il passaggio ancora più brusco, una intera generazione potrebbe ritrovarsi di colpo senza riferimenti identitari.

 

Per molti di noi, vedere il logo Pirelli, vorrà ancora dire vedere qualcosa del mondo Inter».

 

L’estetica narazzurra si fonde endemicamente a Pirelli, ovunque nel mondo ci sia la P allungata, ci sarà un richiamo ai colori della Beneamata. (Pascal Rondeau/Getty Images)

 

 

Questa notte splendida darà i colori al nostro stemma: il nero e l’azzurro sullo sfondo d’oro delle stelle. Si chiamerà Internazionale, perchè noi siamo fratelli del mondo, recita il celebre atto costitutivo dell’Inter sottoscritto il 9 Marzo 1908 a Brera, presso il Ristorante L’Orologio. Oggi, a pochi giorni dal suo centotredicesimo compleanno e all’alba di un’altra cessione nell’arco di pochi anni, l’Inter si appresta per conquistare i mercati mondiali a rinunciare al suo nome “Internazionale” in favore di un apparentemente più commerciabile “Inter Milano”.

 

Una milanesità ostentata nel nome, ma che con l’addio anche di Pirelli rischia di svuotarsi di tutto il suo significato, in un vortice di paradossi che bene traducono questa decade di incubo gestionale in cui sono finiti i nerazzurri.

 

Tra proposte di loghi rivoluzionari, speculazioni sul prossimo sponsor di maglia – dalle sirene orientali alle provocazioni del mondo del porno – cambio di fornitura tecnica che sembra sempre più probabile e incertezza proprietaria, il campo è l’unica ancora a cui il mondo interista si sta morbosamente aggrappando in questi mesi.

 

 

La squadra di Antonio Conte guarda tutti dall’alto e punta ad aggiungere un altro titolo nella ricca bacheca nerazzurra, il primo da mostrare nella nuova sede futuristica di Viale della Liberazione. L’ultimo probabilmente con il monogramma del Football Club Internazionale Milano sul cuore e il logo Pirelli sul petto. L’ultimo sogno di gloria prima di svegliarsi in una Milano sempre più internazionale e una Internazionale sempre meno milanese.