La coscienza collettiva, come scriverebbe Durkheim, individua nel ruolo del portiere più spesso un’imposizione che una scelta. Dai primi calci tirati al pallone, i più giovani applicano una poco democratica e decisamente autoreferenziale divisione tra chi è ritenuto più o meno capace nel gioco del pallone. Pallone, chè di calcio ancora non si può parlare, siamo nel campo del disordine, della passione irrazionale, dell’emulazione degli idoli visti allo stadio o in tv. Tra questi bambini spicca quello che alcuni potrebbero ritenere il più sfortunato: privo di particolari abilità, si trova a giocare più per gioco appunto che per interesse, e così a quel bambino viene imposto il ruolo del portiere.

 

 

Nessun errore di un attaccante, nessun passaggio sbagliato di un centrocampista, nessun intervento in ritardo di un difensore sortiscono lo stesso effetto di un errore del portiere. È lui il primo indiziato quando si subisce una rete, e questo i bambini lo realizzano tramite l’equazione per cui ad ogni goal subito corrisponde un errore del portiere. Certo, quest’equazione gode di corollari e aggiustamenti crescenti e progressivi all’aumento dell’età, ma in un gioco di squadra il portiere resta quello che era anche se da bambino diventa un uomo. Un uomo solo. Come scriveva il grande scrittore e giornalista Eduardo Galeano sul portiere:

“È un solitario. Condannato a guardare la partita da lontano. Senza muoversi dalla porta, attende in solitudine, fra i tre pali, la sua fucilazione. Prima vestiva di nero come l’arbitro. Ora l’arbitro non è più mascherato da corvo e il portiere consola la sua solitudine con la fantasia dei colori.”

Un ruolo ingrato, contraddittorio, eppure poetico e stimolante. Per questo c’è qualche bambino che quel ruolo se lo sceglie. D’altronde parliamo di un ruolo complesso non solo per il prisma delle psicologie che lo riguarda, ma anche per un ulteriore motivo che passa spesso inosservato (e che invece è cruciale): solo un portiere per squadra scende in campo. Un’ovvietà per chi è cresciuto a pane e calcio, un’ovvietà che ha però risvolti per nulla insignificanti nell’approccio al ruolo.

 

 

Mentre per gli altri giocatori è sempre concesso immaginare di poter rubare al campo una manciata di minuti, di poter sfruttare l’occasione regalata da una sostituzione sempre possibile del compagno titolare, questa eventualità per i portieri va categoricamente esclusa. Si subentra al compagno titolare solo in situazioni tragiche: per la sua espulsione o peggio per il suo infortunio. Una logica iper-individualista che mal si colloca nello spazio di condivisione di una squadra.

 

 

Per restare nei confini nazionali, l’equilibrio tra la spinta individualista e quella collettiva viene risolto dalle squadre in modi diversi: consolidando la gerarchia del “numero uno” (sembra il caso dell’Inter degli ultimi anni). Esasperando la concorrenza continua (sembra il caso del Napoli). Puntando su una giovane promessa con alle spalle un portiere più esperto, magari un uomo spogliatoio, di carattere (il caso del Milan con il primo Donnarumma). Non esiste una ricetta univoca.

 

Per fare da secondo a Strakosha, ad esempio, la Lazio ha scelto Pepe Reina: veterano e punto di riferimento nello spogliatoio, all’occorrenza anche regista basso (Foto di Paolo Bruno/Getty Images)

 

 

Variegati modi di intendere un ruolo da pazzi romantici, incomprensibile fino in fondo per chi non lo sperimenta. Un ruolo che insegna la pazienza e la gestione della responsabilità, perché se da piccoli si è messi in porta quasi per essere nascosti da grandi, tra i pali, si hanno tutti gli occhi puntati addosso. Per un portiere l’aspetto mentale diventa letteralmente decisivo, e se un ottimo calciatore senza carisma può comunque emergere, è difficile che questo capiti ad un estremo difensore. I più grandi del ruolo, non a caso, i più vincenti, sono tutti stati dei veri e propri leader tra i pali, capitani mancati quando non effettivi (solo per restare nel nuovo millennio da Buffon a Casillas, da Oliver Kahn a Neuer).

 

 

Sì perché il portiere è impegnato in una lotta costante con se stesso e con gli altri, pure con i tifosi. Anche in questo caso, il confronto è ambiguo: la lotta interessa sia i tifosi avversari, sia i propri. Più in generale, il portiere viene percepito dai tifosi avversari se non dal sistema intero come un guastafeste. Con le parole di un altro giornalista, Luigi Garlando:

“Se la gioia del calcio è il gol e se i padroni del circo hanno interesse a vendere televisivamente lo spettacolo più gioioso possibile, è chiaro che chi si affanna per non fare entrare i palloni in rete diventa un eversivo.”

L’eversione sta nel tentativo, anacronistico, di voler porre un freno alla spettacolarizzazione di uno sport che l’industria dell’intrattenimento vuole sempre più veloce e rocambolesco: il portiere diventa così un antagonista, un baluardo innalzato a difesa del vecchio mondo. Perché poi, come scrive Gianni Brera, ogni suo volo o intervento spettacolare contiene in nuce un errore di posizionamento: «resta comunque il principio, classicamente inglese, che un portiere è costretto a volare, dunque a fare teatro, soltanto quando si trova mal piazzato». Egli vive allora un’ulteriore mutazione, imposta, che cerca di calmierare la funzione naturale di “guastafeste” trasformando il portiere stesso in uno spettacolo. Spettacolarità che passa dalla variazione di gesti tecnici, come disse nel 2014 Marchegiani in un’intervista:

“una respinta passa sempre per una grande parata, mentre una palla bloccata diventa una parata facile e questo, in un calcio così spettacolarizzato, al suo peso, anche il portiere vuole prendere mezzo punto in più nelle pagelle dei giornali”.

Lo spettacolo prevale sull’efficienza, la forma sulla sostanza. Ma la nuova concezione iperbolica del ruolo comporta dei mutamenti anche nell’aspetto psicologico, che rischia di passare in ombra a favore di uno sviluppo essenzialmente fisico e più adatto all’esecuzione spettacolare, decisiva per la redenzione del portiere dal suo peccato originario. Mutazioni che riguardano la totalità del sistema difensivo, improntato sempre più alla proiezione offensiva e propositiva che non alla copertura. Evoluzioni del calcio moderno, certo, ma che per quanto riguarda il ruolo del portiere incidono su un ruolo solitario, il quale si evolve e modifica anche tramite l’approccio mentale.

 

L’arte dell’intrattenimento la concediamo solo a lui, eccezione per eccellenza: José Luis Chilavert; se deve essere spettacolo, che lo sia fino in fondo. (Foto di Shaun Botterill/Getty Images)

 

 

L’elemento psicologico non è secondario, e difatti nelle scuole calcio una delle prime cose che si insegnano ai giovani portieri è la resilienza – termine orribile – , la risposta all’errore, il saper ricominciare senza farsi condizionare dagli errori anche recentissimi. Un esercizio psicologico continuo che si scontra con le debolezze dello spirito, e spesso con l’acerbità dell’età. È sempre più in uso presso le scuole calcio, tra l’altro, un ragionamento inverso per quanto riguarda la selezione dei portieri: assuefatti alla primazia della tecnica, ormai il portiere viene individuato non tanto sulla scorta di una salda predisposizione all’approccio mentale e psicologico, quanto quasi unicamente sull’elemento fisico.

 

 

Non che la preparazione fisica – oggi preponderante – non serva, ma nessun valore tecnico può sostituire l’allenamento nervoso a livello psicologico. La stessa esperienza per il portiere acquisisce un valore tutto nuovo ed ambiguo: da un lato con il passare degli anni impara a calcolare bene i tempi, a leggere meglio le fasi di gioco, a dirigere la difesa; dall’altro all’aumento dell’esperienza corrisponde una decrescita più che proporzionale, direbbero gli economisti, dell’agilità e dei riflessi. Il portiere vive quindi una lotta continua col tempo, sicuramente personale ma negli ultimi anni anche “sociale”, culturale.

 

“Ci sono molti modi di fare il portiere, ma nessuno è facile. Ci sono portieri che bloccano e quelli che giocano, esistono portiere showman e sobri, kamikaze e prudenti. Hanno bisogno dell’esperienza quanto dell’agilità dei riflessi” (Osvaldo Soriano).

 

Il tempo ha ridisegnato la funzione stessa del ruolo, e sono ormai in pochissimi a considerarlo un elemento semi-estraneo alla squadra, una sentinella dei suoi soli 7×2 metri. Oggi si disegnano moduli che iniziano con un profetico 1-4-4-2, a significare un cambiamento della percezione del ruolo del portiere; egli costruisce la manovra, guadagna campo in avanti, partecipa al gioco. Non è quindi più l’ultimissimo, certo, ma resta pur sempre ultimo uomo. Un uomo solo, chiuso in quell’1 ma comunque parte di una compagine composita. Una contraddizione in termini che parte dall’estetica, e dalla maglia diversa, e che si sviluppa nella prassi con la specificità tattica e tecnica.

 

 

Una solitudine che può capire solo un tuo simile. Oliver Kahn mentre consola Santiago Canizares dopo la vittoria del Bayern sul Valencia nella finale di Champions del 2001: la lotteria dei rigori, per il portiere spagnolo, aveva rappresentato un vero plotone d’esecuzione.

 

 

Anche le occasioni per lasciarsi andare ai festeggiamenti collettivi scarseggiano. Scrive a tal proposito Umberto Saba, nella poesia “Goal”: «Pochi momenti come questo belli, a quanti l’odio consuma e l’amore, è dato, sotto il cielo, di vedere», immortalando la gioia per chi ha eseguito il goal, ma pure l’angoscia di chi lo subisce e dell’altro portiere che, pur vincente, non può partecipare all’euforia collettiva se non in maniera simbolica.

“Presso la porta inviolata il portiere – l’altro – è rimasto. Ma non la sua anima, con la persona vi è rimasta sola.” Chiude poi con un lapidario “Della festa – egli dice – anch’io son parte”.

Il ruolo del portiere è da sempre ammantato di un velo poetico, così come lo è il calcio in genere. A differenza di altri sport, come ad esempio la pallacanestro, la qualità del calcio sta proprio nel fatto che normalmente si segnano pochi goal/punti, il che conferisce a ogni singola rete un valore emotivo ed emozionale inarrivabile. Il calcio si muove su corde emotive proprie, che in realtà gli appartengono da sempre, e non può essere la propaganda dello sport come intrattenimento puro e semplice a modificarne l’essenza.

 

 

In un mondo in cui il calcio è percepito sempre più come fenomeno economico e sempre meno come esercizio emotivo prima che fisico, il portiere rappresenta l’ostinata credenza in uno sport lontano dai calcoli utilitaristici, il profondo culto dell’attesa in un mondo che richiede tempi di risposta sempre più rapidi. E se oggi vanno di moda la spensieratezza e lo spettacolo, quello dell’estremo difensore sembra un mestiere del secolo scorso, quasi incomprensibile: obbligato a caricarsi del peso, ad impedire che la gente “si diverta”, destinato a non essere mai il vero protagonista se non in negativo, il portiere forgia il necessario carattere nel ruolo di unico antagonista. Attendendo in solitudine, fra i tre pali, la sua fucilazione.