Italia
30 Giugno 2022

La guerra, le legioni romane e il Metodo di Vittorio Pozzo

Se la tattica calcistica è specchio delle tattiche belliche.

Sono le tre di pomeriggio di lunedì 4 novembre 1918. Tra i molti soldati ebbri di gioia per la fine della guerra vi è un trentaduenne tenente del 3° Reggimento Alpini. Si chiama Vittorio Pozzo, è un appassionato di sport e in gioventù ha studiato in Inghilterra, dove ha appreso i rudimenti del football e le primordiali tattiche di gioco. In guerra oltre a fare il pieno di orgoglio patrio e a imparare a guidare i sottoposti con rigore e rispetto, apprende che la tattica corretta comandata al momento giusto fa la differenza tra la sopravvivenza o la morte di migliaia di soldati, tra vincere e perdere una guerra.

Più di tutto, si convince che la tattica dev’essere il modo per soddisfare le necessità del soldato, non i desideri del comandante. Sopravvalutare o sottovalutare le proprie forze è mortale, e il modo più semplice per evitarlo è dare ai combattenti ordini più consoni possibili alle loro capacità, al fisico, all’esperienza e persino al loro morale. Finita la parentesi bellica torna sui campi di calcio, e si convince che gli schemi anglosassoni non sono replicabili in Italia. Qui le gambe sono troppo corte e i polmoni troppo piccoli per il kick and run anglosassone.

metodo pozzo

Decide così di fare qualche ritocco al dispendioso 2-3-5 della Piramide di Cambridge, un sistema pensato per premiare l’iniziativa del singolo, per dimostrare che il calcio è affare di gentiluomini, un gioco di bravura e talento individuale dove l’attaccante di turno parte verso la porta con la stessa disposizione d’animo con cui il cavaliere medievale si lancia in resta in un torneo.

Pozzo non è convinto. Ci riflette su, e decide di arretrare due dei cinque attaccanti davanti la linea dei mediani. Allarga un po’ la posizione delle due ali attorno al centravanti. È la nascita del Metodo. È l’inizio di un percorso che porterà all’Italia due Coppe Internazionali, un oro olimpico, due Mondiali. L’italica attitudine di perfezionare usanze altrui esiste d’altronde da ben duemila anni. I romani furono maestri nel fare loro le le tecniche nemiche. Dalla disfatta di Canne per mano di Annibale appresero l’importanza dello sviluppo orizzontale della disposizione delle truppe per evitare di essere circondati e intrappolare a loro volta il nemico.

Dai greci i progetti delle più devastanti macchine d’assedio. Dai persiani l’armamento della cavalleria pesante. L’ingegno sta sempre nel comprendere il meglio degli altri e renderlo più consono possibile ai propri bisogni. La capacità di rielaborazione, comunque, non è l’unica affinità tra il modo di schierare calciatori e legionari. Esistono somiglianze significative tra il Metodo perfezionato da Pozzo e le tattiche dell’esercito imperiale.


IL METODO, LA DIFESA, L’ESERCITO ROMANO


Breve riepilogo del Metodo: è un 2-3-2-3. L’ epoca di allora, a differenza di quella odierna, permetteva e incoraggiava la riflessione sulle differenze fisiche e caratteriali tra i vari popoli, e non è un caso che a capire per primo la necessità di una svolta tattica più consona alla nostra struttura fisica, più piccola e meno vigorosa delle genti britanniche, sia un ufficiale del Regio Esercito. Sa che sul campo di battaglia il fine è uccidere senza essere uccisi, su quello deputato al gioco del calcio è fare gol senza subirne. Il ragionamento nella sua concezione è quasi elementare, un filo più complessa la sua messa in pratica.

In campo il Metodo si distingue subito per l’attenzione dedicata alla protezione della porta. La zona arretrata diventa pertinenza di due difensori, le terze linee, in seguito denominati terzini. Il primo, diretto marcatore dell’attaccante avversario, era chiamato “di volata”, mentre il secondo veniva denominato “di posizione” perché aveva il compito di presidiare l’area di rigore ed accorrere in sostegno del difensore in difficoltà: un libero ante litteram. Davanti a loro prendono posto tre centrocampisti, i mediani. Ai due mediani laterali compito di controllare le ali rivali.

In mezzo spazio al centromediano metodista, cardine della manovra della squadra, che agisce da regista arretrato. L’idea di base era di ergere una diga sulla propria trequarti, dove il centrocampo avrebbe assicurato la superiorità numerica sufficiente a recuperare palla, per poi lanciare gli attaccanti. Infatti in caso di attacco avversario, si potevano avere ben cinque difensori arretrando i mediani, con altre due aggiunte per le mezzali. Primo comandamento: non prenderle.

Anche nell’esercito romano c’era una vera ossessione per la difesa.

Durante la marcia, i bagagli contenenti le vettovaglie erano posti al centro della colonna e protetti dai migliori veterani. Se i nemici fossero riusciti ad attaccare i bagagli la colonna si sarebbe disunita perché i legionari, vedendosi portare via i viveri e i bottini di guerra già conquistati, si sarebbero staccati dalla colonna esponendosi a facili agguati. Quando giungeva il momento di accamparsi veniva posta una cura maniacale nella preparazione del campo, che poteva essere temporaneo (castra aestiua) o permanente (castra hiberna). Prima di costruire un campo, era bene scegliere molto accuratamente il sito, meglio se in pendenza per favorire l’evacuazione delle acque, per garantirsi una buona areazione, e ovviamente assicurarsi che non fosse dominato da un’altura dalla quale il nemico potesse lanciare giavellotti e frecce. A rimarcarne l’importanza basti ricordare che la costruzione dell’accampamento e la sua fortificazione era onere esclusivo dei militi con cittadinanza romana. Gli stranieri delle truppe ausiliare erano esclusi da tale compito. Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio.

L’accampamento da marcia descritto da Polibio

Anche in una squadra di calcio la difesa è spesso il vero cuore della squadra, composta da gente meno volubile e meglio propensa alla fatica degli attaccanti. Non a caso spesso i capitani sono scelti tra i difensori o mediani. Secondo una massima molto in voga oltreoceano “l’attacco vende biglietti, la difesa fa vincere le partite”. Molti militari romani si sarebbero detti d’accordo, ma rimane il fatto che per vincere in battaglia occorre avanzare sgominando le linee del nemico, allo stesso modo per vincere una partita di calcio occorre segnare almeno un gol in più. A tal proposito il modulo di Pozzo prevede davanti la linea mediana due infide mezzali, che a seconda della condizione e del ritmo della partita diventano due attaccanti o due mediani, e innanzi a loro tre attaccanti: il centravanti coadiuvato da due rapide ali che sgambettandogli intorno seminano il panico nelle retrovie avversarie. Lo schema è semplice, una volta recuperata palla il mediano metodista lancia lungo sulle mezzali avanzate o sulle ali, che sperabilmente si lanciano in scartamenti ubriacanti per meglio servire la finalizzazione del centravanti.

Si badi che non era affatto un problema non arrivare in porta a suon di passaggini orizzontali, nessuno spettatore ululava di dolore se si segnava sugli sviluppi di un lancio lungo, perché la trama di gioco era solo una: la ricerca dello spazio. Ed è elementare che se i nemici sono riversi nella tua metà campo, appena si recupera palla e la si manda alla svelta davanti, allora gli spazi si trovano per forza. La ricerca dello spazio è fondamentale anche per i generali romani. Arriano in campo aperto schierava in prima linea due coorti di ausiliari.

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Non era gente su cui contare troppo, combattevano per Roma in massima parte per costrizione e opportunismo. Come le ali del Metodo, il loro compito è disorientare, seminare il panico. Mentre attaccano sono aiutati da un fitto lancio di artiglieria dalle retrovie, dove catapulte e balliste enormi e precise scagliano sui barbari una pioggia di pietre e frecce. Quando andava bene, il nemico prendeva paura e scappava. Altre volte occorreva sgobbare ancora, e iniziava il combattimento propriamente detto. Come già scritto la ricerca dello spazio è il leit motiv della tattica calcistica e militare. Il nemico continua ad avanzare, come una squadra rivale.

Qui entra in gioco la mediana metodista. Ha il duplice compito di opporsi al centrattacco avversario, ma anche di dirigere l’intera fase difensiva e di avviare il contrassalto, con lanci lunghi e calibrati. La squadra ha massima fiducia nella linea mediana, sa che non è un problema se gli avversari entrano in profondità nella propria metà campo, perché presto un difensore o un mediano riprenderanno palla, e saranno loro stessi a rilanciarla in avanti eludendo la linea della pressione nemica. Quello del mediano è un ruolo decisivo, non può sbagliare. Concentrazione, esperienza, e qualità di gioco sono elementi essenziali. Se lui non gira, salta il banco. Allo stesso modo, mentre infuria la battaglia, anche i legati imperiali iniziavano a guardare nel mezzo. È qui che si decide tutto. I legati capiscono che è il momento, e ordinano alle legioni di avanzare. Stando ben attenti a seguire i vessilliferi della propria corte, i legionari iniziano a marciare, drizzando le orecchie per captare le consegne trasmesse con trombe e corni, che in prossimità del nemico indicano loro di avanzare a testuggine.

metodo legioni romane
Lo spazio vasto secondo Arriano

La divisione in coorti manipoli e centurie è la base della loro adattabilità. I soldati del primo rango, scudo contro scudo, innalzano una muraglia protettiva di fronte all’avversario, quelli delle linee seguenti sollevano gli scudi sopra la testa, e i dardi dei barbari non fanno più paura. I due eserciti impattano, infuria lo scontro a colpi di lancia e gladio. I legionari non sono soli. Attorno a loro sono accorsi, turbinando in ogni direzione, fanti leggeri, arcieri, frombolieri. La fanteria pesante al centro, ai lati gli elementi più pestiferi di Roma e dei suoi alleati chiudono i barbari in una strettoia mortifera. La battaglia a questo punto è quasi vinta.

Solo adesso viene permesso lo sganciamento dalle retrovie alle scalpitanti ali di cavalleria, che convergono al galoppo verso la battaglia da lati opposti. Il loro compito, non avendo la forza d’urto della legione, sembrerebbe quasi secondario. Eppure anche i cavalieri sono fondamentali, necessari per stingere i barbari in un abbraccio mortale e per massacrarli con frecce e giavellotti, possibilmente cercando di fare anche qualche prigioniero. Entrano in gioco alla fine, e a loro spetta come a ogni buon centravanti spingere il pallone in porta e chiudere la partita. I nemici ancora vivi, se possono, scappano. Esistono squadre che dopo aver segnato si lanciano alla ricerca della seconda rete. Eppure sono gli altri che devono sbilanciarsi, se vogliono pareggiare.

Dovrebbe ormai essere chiaro che è più facile trovare spazi nelle zone di campo dove attaccare se la maggioranza degli uomini rivali sono in avanti. Molti allenatori italiani ci hanno costruito carriere su questo principio, e anche i romani non si sbilanciavano sulla ritirata nemica, perché ci sono le ritirate vere e ci sono imboscate mascherate da ritirate. L’inseguimento si fa con la massima prudenza. I legionari, sempre loro, vanno avanti per primi e ispezionano metodicamente il terreno. Solo una volta accertata l’assenza di possibili assalti la cavalleria è invitata a caricare i fuggitivi. Le goleade le lasciamo agli altri, siamo gente pragmatica.

Già ai tempi di Pozzo alcuni astiosi “esperti” avevano sollevato critiche sulla poca spettacolarità del Metodo, da lui sempre applicato in versione integrale, non come l’amico e rivale Hugo Meisl, allenatore del Wunderteam austriaco, ideologo di un mix tra Metodo e Sistema che ben si adattava al dinamismo dei calciatori dell’intera area danubiana. Pensarla diversamente è lecito. Ma la principale lezione da tenere a mente non è sulla bontà o meno di uno schema di battaglia o calcistico. Riguarda gli uomini e il rapporto con l’autorità che li guida.

Quando la posta in palio per cui si combatte è determinata dall’applicazione dell’intera collettività nella quale operano, che sia una guerra o una partita dei mondiali, gli uomini che hanno più possibilità di prevalere sono quelli meglio addestrati, quelli guidati da superiori fermi nei loro propositi ma mossi da silenziosa empatia con i sottoposti, e soprattutto quelli a cui è stato ordinato di mettere in pratica i concetti che per loro disposizione fisica e psicologica gli vengono più naturali. Marco Aurelio sosteneva che “quel che non giova all’alveare non giova neppure all’ape”.


TALE POPOLO, TALE GIOCO


I modi in cui una collettività gioca e combatte rilevano moltissimo del carattere di quel popolo. Non fosse così, i brasiliani non vedrebbero nel calcio la continuazione della samba. Argentini e uruguagi non lo vivrebbero come una rissa da saloon attraversata da estemporanei raggi di bellezza. I balcanici non si approccerebbero al pallone con la loro proverbiale e commovente indolenza ammantata di abbagliante talento. I tedeschi non lo vedrebbero come spasmodica ricerca della verticalità.


Per gli iberici non si tratterebbe di passaggetti fastidiosi e irritanti come i volteggi di un torero. E i britannici non ne farebbero una questione di individualità, basata su alcuni campioni che a causa della loro potenza fisica e/o tecnica trainano la squadra e pazienza se il resto della squadra non è capace di seguirli in campo e in battaglia, la miglior narrazione albionica impone che bastino uno o due fuoriclasse per avere la garanzia dell’imbattibilità. Se per la guerra oltre duemila anni di esperienza hanno reso le cose un filo più definite, per quanto riguarda il calcio non si può dire che una tattica sia la migliore e una opposta la peggiore. In genere la faccenda dipende della qualità degli interpreti. Ogni popolo declina nello sport la sua visione del mondo, ed è giusto sia così tanto quanto risulta insopportabile l’imposizione agli altri della propria visione.

Però un paio di riflessioni ci sentiamo di farle, specie in tempi travagliati per la nostra Nazione e Nazionale. Non è questa la sede per dilungarsi sul lascito dell’esercito romano. Basterà ricordare che i nomi di molte città inglesi tuttora finiscono con il suffisso -ester a causa alla presenza di un antico castrum lì in zona, storpiato nell’anglosassone ceastre.

Ricordando che quei forti erano stati creati seguendo e ripetendo gli schemi prima elencati, si può dire che l’ingegno, il sudore e il sangue messo dai legionari abbia donato un lascito perenne, e non solo all’Occidente. Per quanto riguarda il nostro modo di intendere il calcio, è vero, si viene da due mancate partecipazioni ai Mondiali. Però, con i nostri Metodi, abbiamo anche collezionato un oro olimpico, due Coppe Internazionali, due Campionati d’Europa e ben quattro Coppe del Mondo. Forse in maniera non spettacolare, certo quasi sempre con molta sofferenza, salvo forse i frequenti trionfi degli anni ’30 che lasciavano intendere una supremazia indiscutibile, ma sono tutte coppe in bacheca. Sono trionfi. E hai voglia a dire che un palmares tale non è cosa che c’entri con un Impero.


Grafica di copertina: Rivista Contrasti


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