“Loro vogliono un nostro errore. Loro aspettano i nostri errori. […] E loro vogliono un nostro errore per punirci. Questo è il calcio italiani, ragazzi. Alla Juventus è stato un successo, tutte le grandi squadre giocano così: loro non hanno alcun problema a giocare per novanta minuti in undici giocatori dietro, aspettando il momento giusto. Perché loro aspettano e sanno che qualcosa accadrà: e vi puniranno”. (Da All or nothing: Manchester City, episodio 6)

 

 

Quando Pep Guardiola rientra negli spogliatoi dell’Etihad al termine del primo tempo tiratissimo tra Manchester City e Chelsea del marzo 2018, prende una lavagnetta e si mette letteralmente a danzare e saltellare: nel chiuso della camera più inaccessibile agli occhi dei comuni, quella in cui nascono e allo stesso modo muoiono gioie e noie di una squadra, lo spagnolo dismette il politically correct e la convenienza che dialetticamente gli sono propri, e sputa sentenze. Un pizzico amare, per chi viene descritto dai più come l’unico rivoluzionario che questo sport in epoca moderna conosca:

dice, senza neanche badare troppo allo stile, che il calcio italiano va trattato diversamente.

Chi, nel corso degli anni, è riuscito a vedere oltre l’abito da “best friend di tutti” del buon Pep, sa che si tratta di un bel passo. A differenza dei numerosi discorsi raccolti dalle telecamere della docu-serie Amazon All or nothing: Manchester City, tutti spudoratamente identici e improntati sul «quanto siamo bravi» e «quanto siamo belli», Guardiola cambia linguaggio.

 

 

Non più “noi”, ma “loro”: salto dialettico che oltre ad identificare un avversario, una minaccia, trasmette un certo livello di importanza riservata ad un tipo di calcio rispetto agli altri. Ecco: tutto questo non è possibile farlo con il calcio inglese. Beffa invereconda per chi porta la corona e, nel guscio narcisistico che lo protegge dall’esterno, gode di una superiorità puramente formale.

 

Pep e le tenebre che avanzano (Photo by Michael Regan/Getty Images)

 

 


Un falso storico


 

«Una ventata di farsa soffia sul suolo europeo. Quasi tutte le posizioni che si assumono e si ostentano sono totalmente false. Gli unici sforzi che si compiono sono rivolti a fuggire il proprio destino, a chiudere gli occhi dinanzi alla sua evidenza e al suo profondo appello, a evitare il confronto con ciò che deve essere». (J. Ortega y Gasset, La ribellione delle masse, SE, Milano, 2001, p.130)

 

 

In mezzo alla mischia nell’eterna diatriba tra chi predilige la sostanza e chi, invece, il risultato di un lavoro, si muove colui che prova a smontare le certezze costituite dalle false opinioni. È fin troppo semplice confondersi, nella massa: “umoristicamente”, come ci racconta lo spagnolo Ortega y Gasset, l’uomo-massa è costantemente in balìa dell’instabilità, in quel terribile contesto qual è «l’epoca delle correnti» (p.130). La nostra. Calcisticamente non fa una piega.

 

 

Alla ricerca spasmodica di gerarchie in termini di ranking, nel corso delle stagioni è stato compiuto il delitto perfetto: attribuire alla terra-ideatrice dello sport più accessibile al mondo, l’Inghilterra, il ruolo di Paese più importante per tutto ciò che riguarda un rettangolo verde, due porte e ventidue giocatori. Genesi di un falso storico: ma chi ha sancito l’attuale e assoluta supremazia della Premier League?

 

Il modello inglese passa anche e soprattutto per l'immagine

La potenza di fuoco della Premier per l’inaugurazione del Tottenham Hotspur Stadium: Tottenham vs Crystal Palace, 3 Aprile 2019, Londra. (Photo by Michael Regan/Getty Images)

 

 

Alla base di questa credenza socialmente riconosciuta c’è un peccato originale, ovvero la confusione tra ciò che in realtà è ben distinto. La “Premier League e ciò che ne deriva”, intesi come massimo campionato nazionale e conglomerato di culture, e il “calcio inglese” inteso invece come prodotto della mentalità e dello stile inglese. Le due cose possono procedere parallelamente ma non sono identiche, tutt’altro.

 

 

Svincolando le opinioni comuni dal concetto immortale per cui “se brilla è più costoso e più prezioso” e discutendo in termini di ranking – adeguando quindi il tema ai freddi numeri – l’Inghilterra non occupa il primo posto del ranking UEFA relativo ai “coefficienti club per paese” dalla stagione 2011/12: ultimo dei cinque anni consecutivi al comando nonché magic moment del Chelsea di Roberto Di Matteo.

 

 

Che, tra l’altro, per un’assurda congiunzione astrale coincide con quello sportivamente più alto del regno di Elisabetta II: lo svolgimento dei Giochi della XXX Olimpiade, a Londra. Da quel momento in poi, in vetta solo la Spagna (seguita dalla Germania al secondo posto per due stagioni consecutive, 2015/16 e 2016/17). Discorso che può essere ampliato se si considera il ranking alla voce “coefficienti club dieci anni”, con la presenza del solo Chelsea nella Top five dietro a Real Madrid, Barça, Bayern e Atletico. Nessuna italiana (la Juventus si trova al sesto posto), ma questo è un problema che va affrontato altrove.

 

Boris Johnson, da sindaco di Londra, mentre si godeva i riflettori dei giochi olimpici nel 2012 (Photo by Oli Scarff/Getty Images)

 

 


L’immagine conta


 

Tralasciando per qualche riga l’aspetto relativo ai risultati ma confidando comunque nella logica dei numeri, si può leggere la supremazia associata al calcio inglese (e più in generale a quello britannico, visto che in Premier figurano anche squadre non inglesi) con il successo e il seguito generati da un pacchetto che, a sua volta, per diversi anni è stato venduto più facilmente rispetto a quello degli altri paesi.

 

 

Analizzando l’Annual Review of Football Finance 2020 di The Deloitte, è possibile notare come i ricavi per i club di Premier League in relazione a tutto ciò che muove il broadcasting (ossia la trasmissione degli eventi) abbiano registrato nella stagione 2018/19 la cifra di 3,459 miliardi di euro: questi rappresentano il 59,1% degli introiti totali, stimabili invece intorno ai 5,851 miliardi di euro e che contano anche le entrate dalle operazioni commerciali e gli incassi.

Dietro il vuoto: in Spagna i ricavi segnano 1,831 miliardi (il 54,3 % sui 3,375 totali), pur con una crescita importante, in Germania 1,483 miliardi (il 44,3% sui 3,345 totali) e in Italia 1,460 miliardi (il 58,5% sui 2,495 totali).

In prospettiva, stando al report, la mossa della Bundesliga di tornare a giocare prima delle altre nel periodo del Covid-19 dovrebbe portare ad un aumento dei ricavi dalle operazioni commerciali: intanto la Premier League è lì, in alto, e guarda tutti da lontano.

 

Il modello inglese è

Un’immagine metaforica (Photo by Shaun Botterill/Getty Images)

 

 

La crescita dei ricavi annui spinge inevitabilmente gli investitori a guardare in terra inglese: dei 20 club di massima serie, solo 6 hanno una proprietà totalmente britannica (contando Farhad Moshiri, proprietario dell’Everton nato in Iran e con cittadinanza britannica, ma escludendo il Crystal Palace che attualmente oltre all’inglese Steve Parish fa registrare la presenza degli statunitensi Joshua Harris e David S. Blitzer, in attesa di acquirenti pronti a rilevare le loro quote). Una sorta di potere ideale, questo, ribadito superficialmente da tutto ciò che aiuta l’aspetto commerciale e il merchandising: la genesi di icone preconfezionate per fanboy.

Ultimo della serie, Adama Traoré: elogiato per… il fisico. Non per le qualità nel dribbling in velocità mostrate in giovanissima età al Barça B: perché, d’un tratto, si è distinto per i muscoli.

Roba già sperimentata con Adebayo Akinfenwa: 187 reti siglate tra i professionisti nelle sue esperienze tra League One e Two, ma ricordato solo per la stazza. Brutta storia, “umoristicamente” in linea con il concetto di uomo-massa di Ortega y Gasset. È la ricerca innanzitutto di un’immagine commerciale da consegnare al pubblico, come avviene nell’intro alle gare (indubbiamente superiore ai robot della Serie A che danzano in uno stadio virtuale al ritmo di «Scivola, scivola», ma professionalmente meno corposa, come opera in sé, rispetto a quella della Bundes).

 

 

E non a caso quello inglese è il calcio delle apparenze: dei Luke Garbutt, giocatore sotto contratto per 11 anni all’Everton senza praticamente mai scendere in campo e che, scaduto il contratto lo scorso 30 giugno, fa montare un caso sull’emblematico «Who?» di Carlo Ancelotti a specifica domanda di un giornalista sul mancato rinnovo.

 

 

Tutto fa brodo: tutto diventa social e vendibile, coperto dal velo del politically correct che non deve mai mancare. Uno spettacolo più che un campionato di calcio, un marchio a sé stante. Che ciò serva in qualche modo a costruire un’immagine positiva, in grado di generare ricavi e attirare investitori, è fuor di dubbio, così come è indiscutibile la bontà dell’intera operazione (saremmo ingenerosi a non ammetterlo, visti i numeri). Ma la sostanza prettamente sportiva ci porta ad un altro discorso.

 

Modello inglese Adama Traore

Vendere un marchio (Photo by Ross Kinnaird/Getty Images)

 

 


La Premier League non è (più) il calcio inglese


 

Quello inglese non è un calcio semplice da inquadrare, allo stato attuale. E, soprattutto, non ci si riesce riducendolo al campionato che lo rappresenta. Più direttamente, non bisogna far mille giri di parole per affermare che la Premier League culturalmente non rappresenta più il calcio inglese. È il calcio di diverse correnti europee che confluiscono in un unico campionato: il calcio di Pep, quello di Klopp, è stato quello di Mourinho e Benitez e, in maniera vincente, anche quello di Mancini e Conte. Ma del calcio inglese, quello degli inglesi e fatto dagli inglesi, tolti i giocatori poco o nulla.

 

 

In un mondo ormai totalmente conforme al concetto di possesso palla, inculcato filosoficamente sin dalle scuole giovanili e praticato ormai con discreti risultati anche nelle categorie minori (basti ricordare il Foggia di Roberto De Zerbi e successivamente di Giovanni Stroppa in Serie C tra il 2014 e il 2017), il discrimine è diventato l’intensità di gioco: tutti fanno girare la sfera più o meno in maniera fluida. Le squadre che giocano “palla lunga e pedalare” sono rimaste pochissime, anche e soprattutto per via dei vantaggi, persino fisici, che lo scambio nel breve può offrire.

 

Ciò che conta, adesso, è quanto velocemente e in maniera efficace la sai giocare. L’esasperazione di questo concetto ha portato ad uno shock irreversibile che ha polarizzato il modo di scendere in campo dei club dei diversi campionati, trasformandolo in interpretazione: ma, più in generale, si parla sempre dello stesso gioco.

 

Confrontando le statistiche raccolte da Whoscored.com per la stagione in corso, aggiornate al 3 luglio e relative alla quantità di passaggi effettuati nei quattro principali campionati europei, in Premier League Liverpool e Manchester City eseguono rispettivamente 567 e 629 passaggi corti a partita, con una sostanziale differenza in media per quel che riguarda i passaggi lunghi, 65 a gara per i Reds contro i 52 dei Citizens. In proporzione, si ripete praticamente lo stesso fenomeno in Liga, dove il Real Madrid e il Barcellona effettuano in media 512 e 653 passaggi corti a partita, con 65 lanci lunghi per i Blancos e 48 per i Blaugrana.

 

 

Ecco la polarizzazione: il possesso esasperato di City e Barça e quello meno stressante e sempre più verticale di Liverpool e Real che, a livello europeo, negli ultimi quattro anni si traduce nelle tre Champions League vinte dalla squadra di Zidane e in quella di Salah e compagni della scorsa stagione. Il calcio, evidentemente, sta andando in questa direzione, seguendo il verbo dell’intensità produttiva.

 

Scontro di “weltanschauung”, per dirla nella lingua di Jurgen (o di visioni del mondo, per restare in patria). /Photo by Stu Forster/Getty Images/

 

 


Ha senso parlarne ancora?


 

 

Va aperta una parentesi anche sulla presunta forza inglese in Europa: al di là del ranking, di cui abbiamo già discusso, solo le passate due edizioni – e soprattutto la finale tra Liverpool e Tottenham – hanno risollevato un trend che, negli ultimi dieci anni, vedeva un minor numero di squadre inglesi (rispetto persino all’Italia) giocarsi la partita decisiva in Champions.

 

 

Grazie alla gara del Wanda Metropolitano, però, l’Inghilterra si piazza al secondo posto per numero di rappresentative di club in finale nelle scorse dieci edizioni (cinque, contando Manchester United, Chelsea, due volte il Liverpool e gli Spurs), distanziata dalla Spagna in vetta (otto, con due volte il Barça, due l’Atletico Madrid e quattro volte il Real) e con Germania e Italia a seguire (rispettivamente quattro, tre volte il Bayern e una il Borussia Dortmund, e tre, una volta l’Inter e due la Juve).

 

 

Per non incorrere in fallacie logiche, è bene comunque precisare che, eccezion fatta per la partita sopracitata (in cui comunque avrebbe vinto un club di Premier League), una sola volta una squadra inglese ha alzato il trofeo quando ha affrontato un’altra big di un campionato straniero: era il 2012 e la squadra il miracolato Chelsea di Di Matteo. Delle altre due finali si ricordano la netta sconfitta dello United contro il Barça nel 2011 e quella del Liverpool contro il Real nel 2018. Per questo motivo, se dovessimo basarci sui numeri, bisognerebbe affermare semmai la superiorità dei club di Liga.

 

E non approfondiamo il discorso citando i giocatori di Premier finalisti delle ultime dieci edizioni del Pallone d’Oro: Virgil van Dijk. Uno solo su trenta.

 

Tornando al tema di natura tattica, l’unico tra i campionati ad aver mantenuto un’impostazione meno improntata sul possesso palla è la Serie A: fatta eccezione per il Napoli, i cui meccanismi ripropongono ancora il calcio di Sarri in azzurro, la Juventus sempre secondo Whoscored.com effettua 535 passaggi corti a partita, pur preferendo non lanciare (49 volte a gara).

 

 

Numeri in relativo inferiori che, nonostante negli ultimi anni sia stata portata avanti una campagna mediatica a favore del “bello” nel calcio (a dispetto persino dell’efficacia, come se non contasse più vincere), confermano una certa identità del calcio italiano: il nostro è il calcio degli allenatori italiani e tale, salvo qualche eccezione, rimane anche ai vertici.

 

L’incarnazione della scuola nazionale: Max l’arcitaliano (Photo by Emilio Andreoli/Getty Images)

 

 

In Inghilterra una simile condizione è diventata impensabile. Storicamente, nessun allenatore inglese ha mai vinto il campionato da quando questo ha assunto il nome e la veste di Premier league: ci sono riusciti due britannici, più nello specifico scozzesi (allargando i confini), ovvero Sir Alex Ferguson e Kenny Sir Kenny Dalglish, e forse di loro si può dire qualcosa circa la cifra stilistica e culturale del calcio oltremanica. Ma nessun inglese.

 

 

L’ultimo a farcela, però in First Division e non in Premier League, fu Howard Wilkinson con il Leeds nella stagione 1991/92. Il gioco di Wilkinson si basava su un solido 4-4-2 con lanci lunghi negli spazi, dominio fisico a centrocampo e poco palleggio speculativo: il solo giocatore che poteva permettersi il servizio sui piedi, forse, era Eric Cantona, arrivato a gennaio. Quella rimane l’ultima espressione tangibile e vincente del calcio inglese nel massimo campionato e come afferma The Guardian, in un articolo del 2008:

“They were hardly long-ball merchants. […] Leeds, and their manager, were certainly of their time”.

In compenso, in Premier sono riusciti ad alzare il trofeo un cileno (Pellegrini), un francese (Wenger), un portoghese (Mourinho), uno spagnolo (Guardiola) e un tedesco (Klopp). Ah, sì: e quattro italiani (Ancelotti, Mancini, Ranieri e Conte). Giusto perché, parafrasando il discorso di Pep, «Noi non abbiamo alcun problema a giocare per novanta minuti in undici giocatori dietro, aspettando il momento giusto».

 

 

Sosteniamo dunque la superiorità dell’influenza che Klopp ha avuto sulla Premier, la stessa che ha mostrato Guardiola nonostante il primo anno difficile; e ancora la capacità degli allenatori italiani di far sudare i colleghi nello spogliatoio all’intervallo di uno scontro diretto. Ma non la supremazia del calcio inglese: falso storico e convinzione superata. Retorica e tema preferito delle riunioni tra amici, bevendo birre straniere e sognando panorami britannici in un piccolo pub di provincia. Italiano.