L’Europa League è forse l’ambito sportivo in cui noi italiani esprimiamo al meglio la nostra predisposizione naturale alla nostalgia, tanto è vero che evitiamo di vincerla da quando si chiamava Coppa Uefa. Correva l’anno 1999 e il Parma di Alberto Malesani demoliva il Marsiglia con un perentorio 3-0 nella finale di Mosca. Peraltro si trattò di un successo che seguì quello dell’anno prima dell’Inter – sempre per 3-0 – nella finale tutta italiana contro la Lazio al Parco dei Principi di Parigi. La rievocazione di quel biennio porta ulteriori argomenti alla retorica nostalgica e alla competitività del calcio italiano che fu, senza contare che in Coppa dei Campioni/Champions League le nostre squadre raggiunsero la finale consecutivamente dal ’92 (Sampdoria) al ’98 (Milan e Juve) portando a casa due successi (uno a testa per rossoneri e bianconeri, 1994 e 1996).

 

È il 1999: ultimo successo e ultima finale per una squadra italiana in Coppa Uefa/Europa League (Foto Getty)

 

Oggi, probabilmente a torto, quando si parla della crisi del calcio nostrano il primo dato che si enuncia riguarda l’assenza dall’albo d’oro della coppa dalle grandi orecchie che perdura ormai da 8 anni, ovvero dal triplete nerazzurro del 2010. In realtà, la cifra dello scadimento del movimento calcistico italiano è restituita più dallo snobismo più o meno consapevole mostrato nei confronti dell’altra coppa europea. Già. Perché mentre la competitività in Champions League, segnatamente quella che di anno in anno sta implementando la Juventus, è uno status che fatalmente può essere raggiunto soltanto attraverso una concentrazione di forza tanto economica quanto tecnica – si pensi anche al Psg o al Manchester City –, viceversa è l’altra competizione continentale a definire il livello reale di un Paese in fatto di calcio. Proprio perché in Europa League la componente economica ha un’incidenza minore e consente a un numero ben più ampio di squadre di giocarsi le proprie chance di vittoria fatte anche di bel gioco e sfrontatezza. Detto in altri termini: se la Juventus vincesse la Champions League non sarebbe un passo in avanti per l’Italia ma solo per se stessa, mentre, al contrario, se una Lazio o un Milan alzassero l’ex Coppa Uefa, allora sì che si registrerebbe una progressione nazionale in quanto testimonianza di una competitività stavolta rinnovata e distribuita.

 

Il problema è che, come detto, ingolositi dai benefit che assicura l’ingresso nell’Europa che conta di più, tutti o quasi i club italiani preferiscono destinare le energie migliori al campionato e non si approcciano all’Europa League con la necessaria fame di vittorie che invece caratterizza squadre che sulla carta sarebbero anche inferiori alle nostre. Basti pensare che nel corso di questi lunghissimi 20 anni sono riuscite a trionfare anche club come Cska Mosca (2005) e Šachtar Donec’k (2009), o Galatasaray (2000), non esattamente delle superpotenze.

L’auspicio dei tifosi del Napoli in occasione della semifinale del 2015 contro il Dnipro verrà deluso (Photo by Francesco Pecoraro/Getty Images)

 

Ma il dato più mortificante per l’Italia è che manchiamo dalla finale del torneo proprio da quel 1999. Da questo punto di vista, anche compagini come Fulham, Braga, Middlesbrough, Alaves, Espanyol e Dnipro hanno fatto meglio di noi. Risultati lodevoli raggiunti senza troppi calcoli legati al turn over, ma con la sola voglia di rispettare il calcio e una competizione di assoluto prestigio. Paradigmatica, in senso opposto, l’esplicita rinuncia, in nome della corsa allo scudetto, del Napoli di Sarri a giocarsi fino in fondo le carte – che pure aveva – di riportare in Italia il bistrattato trofeo: a parità di intenti l’unico ostacolo, probabilmente insuperabile, sarebbe stato l’Atletico Madrid, ma l’accesso alla finale era certamente alla portata degli azzurri, e nel match decisivo si parte pur sempre dallo 0-0. Questo è solo l’esempio più recente della perdita di occasioni che può generare questa diffidenza diffusa nei confronti del torneo che apre i battenti oggi. Diffidenza che se da un lato è parzialmente giustificata dal significativo disavanzo economico e emozionale rispetto alla Champions, dall’altro è figlia anche di un deficit di mentalità vincente se non addirittura di passione per il calcio in quanto tale.

Nel momento in cui si sceglie in quale competizione dare il meglio di sé si è già fatto il primo passo falso, e questo a prescindere dalla profondità della rosa e dai diversi impegni che gravano sulle squadre di vertice. Ecco perché sarebbe auspicabile che Lazio e Milan trattassero l’Europa League alla stregua del campionato, senza risparmiarsi, per il piacere di giocare a calcio e sentirsi davvero libere. Libere di vincerla.