Chiedere di raccontare di una fine non è mai una richiesta neutra. In chi dovrà raccontare si riapriranno delle ferite, si ripenserà a dei dispiaceri, alle occasioni perse, a quelle che non si sono create e che avrebbero potuto cambiare il corso degli eventi. Stefano Capitelli, dirigente della Società Primavalle Calcio 1951, ha deciso di parlare e di raccontare tutto, del perché si è trovato a chiudere i cancelli di una società che resisteva da quasi settant’anni e di come questo atto finale non sia che la manifestazione ultima di un processo iniziato dai primi anni duemila.

 

 

È quindi responsabilità dei tempi? È l’incapacità di adattarsi? Si adottava una filosofia anacronistica? Quello che è certo è che il Primavalle non voleva omologarsi ai campi in erba sintetica, alle rette esorbitanti ed esclusive, non voleva chiedere ai bambini le prestazioni, e soprattutto rifuggiva dalla pratica di illudere ragazzi – che avrebbero dovuto pensare solamente a giocare – assicurando loro che un giorno sarebbero arrivati all’As Roma.

 

 

L’onestà, alla fine, non ha pagato, ma forse un giorno, con un nome diverso da quello di oggi, forse in un altro punto della città, si avrà ancora bisogno di realtà come quella che Stefano Capitelli e suo padre Maurizio avevano tirato su fin dagli anni ‘80. In sintesi, torneranno i tempi in cui si rimetterà la chiesa al centro del villaggio e questa insopportabile retorica del risultato sarà atterrata da un tackle ruvido sulla terra e sul brecciolino di un campo di periferia. Torneremo, è questione di tempo, ma torneremo.

 

Il campo del Primavalle calcio, abbandonato tra i palazzi del quartiere, è un colpo al cuore.

Il campo del Primavalle, abbandonato tra i palazzi del quartiere, è un colpo al cuore.

Stefano (Capitelli, ndr), perché ti sei trovato a dover chiudere la società?

Oggi ai bambini propongono società sportive patinate. Dilettantistiche, come lo era la nostra, ma dai rivestimenti pregiati. I genitori non guardano più le persone in faccia, gli allenatori, i dirigenti, ma vogliono vedere se il campo è in erba sintetica, se lo spogliatoio è a norma e le docce sono calde, se il bar dove si troveranno a passare il tempo degli allenamenti dei figli è o meno adeguato alle loro esigenze.

 

Da quando inizia questo fenomeno?

Saranno vent’anni. Parliamo di bambini di otto o dieci anni. Le società più in voga poi promettono campionati regionali d’élite. Un campionato di prima fascia, diciamo così, a cui però per fortuna non accedono i bambini di otto e dieci anni, ma i ragazzi più grandi, gli esordienti e poi gli allievi. Gli vendono un qualcosa che non faranno.

 

A cosa ha portato questo sistema?

Così le società più ricche attirano tutti i ragazzi e così facendo si creano tre problemi: dapprima le famiglie si indebitano. Le rette, per sostenere alcuni standard sociali, sono ovviamente più alte; in secondo luogo i ragazzi non studiano più perché il campo è lontano da casa e tre volte alla settimana devono fare il tragitto andata e ritorno; terzo problema è di tipo logistico.

 

Se queste società chiudono le iscrizioni con un numero alto di iscritti senza avere le strutture adatte, gli allenamenti dei ragazzi saranno ridotti, compressi nello spazio e nel tempo. Per ovviare a questo problema creano dei gruppi di classifica interna. Anche fino a cinque gruppi per categoria e questo porta alla frustrazione del ragazzo che viene assegnato al gruppo più basso. In questo modo non si formano uomini perché si sentono giudicati prima ancora di scendere in campo.

 

Uno scorcio della (ex) Primavalle nel calcio: più un luogo di ritrovo che un impianto prettamente calcistico

E se il ragazzo non riesce ad arrivare ai primi gruppi?

Abbandona. Abbiamo il tasso più alto di abbandono calcistico. Ragazzi giovanissimi che non sentendosi apprezzati prima di tutto, ho visto più volte, dai propri genitori perché inseriti in gruppi minori, non hanno ovviamente retto la pressione e hanno preferito abbandonare. E dove vanno quei bambini quando non giocano a pallone?.

 

Hai una storia che puoi raccontarmi?

Quante ne vuoi. Bambino categoria pulcini. Abita alle case popolari, una situazione familiare difficile come ce ne sono tante. Una volta il campionato ci porta in trasferta a giocare in una società blasonata romana. Dopo qualche giorno, la madre del bambino viene chiamata dalla società che ci aveva ospitato la domenica precedente. Lei mi chiama per avere informazioni, non sa ovviamente quale sia la differenza, di cosa si tratta. Allora chiamo il dirigente della società interessata e gli chiedo di rendersi conto della situazione, che si sta parlando di un bambino di dieci anni a cui non si può chiedere di arrivare dall’altra parte della città ogni pomeriggio.

 

La risposta è stata: «E se io non lo contatto e il prossimo anno lo prende qualcun altro?». Sono rimasto senza parole, ma non ho potuto farci niente. La famiglia ha deciso di portarlo lì. La cosa assurda è un’altra: quella famiglia non poteva portarlo dall’altra parte della città, allora si è offerto un altro genitore di un altro ragazzo, chiedendo alla nuova società di prendere anche suo figlio se voleva che l’altro giocasse con loro. Quella società ha accettato e io ho perso due ragazzi.

 

Ma la cosa triste non è questa, ma l’epilogo di questa storia: il ragazzo che faceva da autista in questo dramma, era stato spostato in un gruppo minore rispetto al ragazzo realmente richiesto dalla società, così il padre che ogni giorno si faceva la traversata di Roma per vedere suo figlio frustrato, ha deciso di portarlo a giocare da un’altra parte. La morale è che di due bambini di dieci anni, oggi ne gioca solamente uno, e uno per un motivo, uno per un altro, pensano di essere inadeguati in questo mondo.

 

Quasi metaforico che la panchina sia qui tra il pallone e la porta

Perché voi non fate allo stesso modo?

Perché a noi non interessa illudere i ragazzi. Siamo sicuri che specialmente a quelle età, anche infantili, il bambino debba divertirsi, imparare il rispetto per l’avversario e per se stesso, imparare ad allenarsi con disciplina e divertimento senza essere immediatamente introdotto nel mondo della competizione. Siamo fuori dal tempo, abbiamo chiuso per questo. Se non si è più nel tempo non si può continuare a pensare che le cose cambieranno quando la tendenza è un’altra. Oggi vince chi strappa alle altre società più bambini possibili, per fatturare quei diecimila in più. Mio padre non faceva pagare le rette ai ragazzi che non potevano permetterselo. Capisci che c’è una differenza incolmabile.

 

Non c’è un modo per resistere?

Non noi. Abbiamo sempre chiuso in negativo i bilanci annuali e quando li abbiamo chiusi in positivo di qualche migliaio di euro mio padre reinvestiva queste quote per cominciare l’anno seguente in positivo, per comprare i palloni, le divise… nessuno però ha capito. Nessuno ci ha dato una mano. Fino a qualche anno fa il padre che non poteva pagare l’intera retta della scuola calcio al figlio si offriva di pitturare lo spogliatoio, di fare qualche gesto solidale, di riconoscenza. Oggi sarebbe una situazione impensabile. Quando qualche anno fa siamo stati in difficoltà economica non si è fatto vivo nessuno.

 

Gli spogliatoi del Primavalle calcio: una volta i genitori si mettevano a disposizione, tra piccoli lavoretti e aiuti per quanto fosse possibile. Oggi è cambiato il calcio perché è cambiata la società.

Quando la società civile si accorgerà dell’assenza di una realtà come la vostra, e perché è sparita la cultura del sacrificio?

Se ne accorgeranno quando i ragazzi saranno per strada. Sempre prima, verrebbe da dire purtroppo. I ragazzi di oggi raramente guardano le partite di calcio per intero, preferiscono gli highlights, sembra una cosa da poco ma sta cambiando il mondo. Vuol dire che si vuole tutto e subito, rapido.

 

Cosa succede nei campionati Pulcini?

Succede che si cerca anche lì il risultato. Noi, che ai risultati non abbiamo mai dato importanza, abbiamo cominciato a vedere i genitori dei bambini delusi dal risultato dei figli. La morale? Cambiano squadra ai figli, ma nove su dieci, dopo qualche mese, abbandonano definitivamente il calcio amatoriale.

 

Il problema è nei genitori?

Il problema è molto complesso. Oggi se il bambino si trova bene non è più una prerogativa importante. Il bambino per trovarsi bene deve far star sereno il genitore. Li vedi che arrivano a parlarti di condivisioni del progetto della società, serietà nei vertici e importanza della vittoria, parole vuote, scimmiottate da un lessico che non gli appartiene in salsa romana. Parliamo di società dilettantistiche, non professioniste. Ma in tanti hanno scelto di portare via i loro figli in altre società invece di spiegare loro la differenza tra giocare e per divertirsi e giocare per vincere. Ma purtroppo, quel bambino potrà andare ovunque, ma quel senso di fallimento non lo lascerà se non cambia lui.

 

Le tribune del Primavalle calcio

A volte i problemi derivano dalle tribune e dai genitori, che possono rappresentare il più grande pericolo per i figli.

Ma che vuole fare il bambino?

Dieci anni fa ti avrei detto senza dubbio che il bambino voleva giocare. Perderle tutte ma giocare. Oggi vuole raccontarlo. Sta in panchina ma racconta di aver vinto.

 

Ma nella vita poi?

Ai ragazzi dico di essere umili. Di guardare ai valori veri. Un amico, una pizza e un libro fanno un uomo libero. I genitori mi parlano di vincenti. Fanno tutti lavori normali, eppure vogliono i figli fenomeni. Riversano la loro frustrazione sui figli. Hanno rimosso la fatica, il sacrificio, il valore del tentativo. Essere capaci di essere orgogliosi di se stessi indipendentemente dal risultato, perché è il tentativo a plasmare la coscienza.

 

Servono nuove regole.

Le società che prelevano i bambini dovrebbero pagare un indennizzo alle società da cui li portano via. Un’altra regola necessaria: tutti gli allenatori, anche nei club più piccoli, dovrebbero avere i patentini.

 

L'epilogo del Primavalle calcio

L’epilogo dell’A.S.D. Primavalle 1951, poco attrattivo e poco social

Perché, nonostante questo sistema di forte osservazione per i settori giovanili fin dai più piccoli, non si alimenta un vivaio italiano migliore di quello attuale, che è sempre in cronica sofferenza di talenti?

Questo sistema sopprime il talento. Ma se prima tu creavi un ambiente ideale, dove potevano nascere tutti i tipi di fiori, lì dove impoverisci il terreno,lo rendi misero, non cresce più nulla. Il ragazzo per sbocciare deve prima di tutto divertirsi in quello che fa e se invece cominciamo a chiedere prestazioni anche al Primavalle come se fosse il Real Madrid, il ragazzo si incupisce, si chiude, non si diverte. Pure quel ragazzo che avrebbe potuto un giorno giocare a buon livello, in questo tipo di ambiente abbandona.

 

Ma invece i ragazzi che giocano realmente bene? Lasceranno anche quei due?

Tu il fenomeno lo vedi tra mille. Totti lo vedi ovunque. Ma qua non parliamo quasi mai di Totti. La miriade di giocatori anche buoni, che se messi nelle giuste condizioni verrebbero su e che sostanzialmente facevano il mondo del calcio, non vengono più su. E dove vai a pescare? Argentina? Romania? Brasile. Il calcio si esprime nella povertà, in Argentina il bambino che gioca a pallone ci gioca per strada, dalla mattina alla sera.

 

Qui il bambino viene mano nella mano con la madre che lo segue nello spogliatoio e lo veste, lo tranquillizza dagli spalti. Da noi oggi hanno il procuratore a quindici anni. È chiaro che è più economico andare a prenderlo in Argentina. Così te ne perdi, di italiani, perché non dai le basi, fin da subito illudi e non fai crescere.

 

La base e l’essenza del calcio

Tu sei un allenatore, come si valorizza un talento?

Un giorno al corso per diventare allenatori Renzo Ulivieri, ora presidente dell’associazione allenatori, ci chiese quanti difensori avremmo schierato contro una squadra a tre punte. Tutti abbiamo cominciato a parlare di rientro del centrocampista, difesa a cinque, a quattro. Lui ci guardò e ci minacciò di stracciarci i tesserini a tutti quanti. A tre attaccanti si mettono tre difensori.

 

Ma in Italia le società non possono permettersi di fare questo esperimento, perché chiaramente vuol dire perdere, prendere qualche gol in più nelle partite che non contano niente. Gli si fa una testa tanta già di tattica, raddoppio di marcatura, ripartenza dal basso. Poi quando si trovano davanti un attaccante forte non sanno dove mettere i piedi.

 

C’è una storia che ricordi con piacere, di calcio sociale come lo intendi tu?

Una volta alla Petriana mi presentai con un bambino in meno. Parlai con l’allenatore che ci ospitava e gli dissi che avremmo potuto noi giocare con uno in meno. Mi disse che era fuori discussione, chiamò a sé un bambino e gli disse che avrebbe giocato con noi. I compagni di squadra di questo bambino presero a lamentarsi e non capivo perché. Ci aveva dato il più forte della squadra, per farlo integrare anche con i miei. Da quel giorno, quando mi capitarono situazioni simili, feci lo stesso.

 

 


Ringraziamo Giulia Di Filippo per aver passato con noi un pomeriggio su vecchi campi polverosi, e soprattutto per le splendide foto.