Qualche giorno fa, proseguendo nella politica di trasparenza inaugurata nel 2015, la FIGC ha pubblicato il dato annuale sui compensi dei procuratori. Ebbene nel 2019 sono quasi 188 i milioni di euro spesi dalle società di Serie A per le prestazioni degli agenti sportivi: una cifra abnorme, con una media pari a 9 milioni di euro spesi da ogni singola società. Inutile dire come i numeri siano in aumento costante negli ultimi anni, soprattutto per quanto riguarda le squadre più prestigiose del campionato italiano: solo Juventus, Inter, Milan e Roma hanno investito, da sole, circa 119 dei 187 milioni complessivi.

 

Questo fa ben comprendere l’attuale situazione del calcio italiano e internazionale, tenuto in scacco dai procuratori che hanno assunto ormai una posizione, per usare un eufemismo, di forza. Da metà degli anni ’90 ad oggi, infatti, la crescita dei compensi a favore degli agenti è stata vertiginosa: solo nella passata stagione in Europa sono stati spesi 589 milioni di euro, mentre nel mondo, negli ultimi cinque anni, arriviamo a quasi 2 miliardi di dollari.

Coster diede vita ad una figura professionale del tutto nuova, che man mano si diffonderà nel mondo del calcio. 52 anni dopo la situazione è ribaltata, e spesso l’agente sportivo diventa più importante del calciatore che rappresenta.

 

E pensare che la figura del procuratore nasce per tutelare la figura dei professionisti sportivi – e non a caso con uno dei più grandi calciatori di sempre, Johan Cruijff. Era il 1968 e il Profeta del gol doveva discutere con l’Ajax il proprio rinnovo contrattuale: a “rappresentarlo” si presentò però un ricco mercante di diamanti, Cor Coster. Fu quest’ultimo a trattare per conto del giocatore, fiutando il business che si poteva celare dietro le prestazioni sportive.

 

Coster diede vita ad una figura professionale del tutto nuova, che man mano si diffonderà nel mondo del calcio. L’intenzione era quella di assicurare, a livello contrattualistico, le giuste spettanze economiche per le prestazioni, tutelando il proprio assistito nella trattativa. 52 anni dopo la situazione è ribaltata, e spesso l’agente sportivo diventa più importante del calciatore che rappresenta.

 

Cor Coster e alla (nostra) sinistra Johan Crujiff

 

Fin dai primi passi di un calciatore, ormai, ci si rivolge a figure che ne tutelino gli interessi: già dai settori giovanili i procuratori strisciano come serpenti e hanno una loro rete di contatti che adocchia i giovani talenti, ma non solo; sono infatti le famiglie che molto spesso si rivolgono agli agenti nella speranza di una corsia preferenziale per un contratto, malgrado il ragazzo in questione – magari – non abbia nemmeno mezzi tecnici all’altezza.

 

Ma è soprattutto nel calcio dei “grandi” che i procuratori spadroneggiano. Un esempio lampante, restando nei confini nazionali, è rappresentato dalla figura di Mino Raiola. Ricordiamo i trascorsi con il Milan, club da cui il super procuratore, nel 2017, riuscì ad ottenere per Gianluigi Donnarumma un maxi contratto nonostante la non semplice situazione economica del club. Ma non solo: anche il fratello Antonino Donnarumma, con una mediocre carriera alle spalle, ebbe la possibilità di diventare il terzo portiere dei rossoneri con un contratto da 1 milione di euro a stagione.

 

L’abilità contrattuale di Raiola, ed il suo peso nel mondo del calcio, avevano raggiunto però l’apice un anno prima, nel 2016. In quella sessione di mercato si era ritagliato un ruolo da il protagonista indiscusso, riuscendo a muovere un totale di 500 milioni di euro tra valore dei trasferimenti, commissioni e ingaggi. Solo per il buon esito delle trattative dei suoi assistiti – ad esempio Paul Pogba, Ibrahimovic e Mkhitaryan – Raiola guadagnò la cifra record di 50milioni di euro. Un gruzzolo ben maggiore di quello che molte squadre avevano ricavato dal mercato trasferimenti.

 

Carmine Raiola, durante I Mondiale in Russia nel 2018 (Photo by Alexander Hassenstein/Getty Images)

 

Ma andando a ritroso, notiamo che la situazione attuale è stata favorita dalla deregulation voluta dalla Fifa di Blatter nel 2015, la quale ha ridisegnato il calciomercato. Questa iniziativa ha infatti eliminato il tetto alle commissioni, sostituendola con una semplice “raccomandazione”. Da allora le transazioni parlano chiaro: la limitazione del 3% dello stipendio lordo del giocatore o del prezzo del trasferimento non è mai stata rispettata, e i procuratori riescono facilmente ad aggirare la norma.

 

Basta vedere alcuni degli affari nelle ultime sessioni di mercato. Prendiamo il trasferimento di Aaron Ramsey alla Juventus: certo avvenuto a parametro zero, ma il club ha versato 3,7 milioni di euro per l’intermediazione e il buon esito della trattativa all’entourage del calciatore. Insomma, le regole sono completamente saltate e i corrispettivi dei procuratori superano di gran lunga la raccomandazione del 3%, sbilanciandosi sull’operazione totale tra il 10 e il 20% (escludendo i bonus futuri).

Bisogna arginare il problema a livello a livello internazionale, e si impone la necessità di un regolamento stringente per gestire il fenomeno dei super procuratori, capaci ormai di influenzare il mercato e le politiche di intere società di calcio.

Se quindi la figura del procuratore è nata per tutelare i giocatori più noti, a maggior ragione con i brand pubblicitari che bussavano alle porte, con il tempo la professione si è decisamente inflazionata. Tutti vogliono avere e hanno il procuratore: si inizia già nei settori giovanili e si prosegue nelle leghe minori. In tutto ciò la FIGC ha provato a correre ai ripari, istituendo dal 13 luglio 2019 un esame per conseguire la registrazione nell’albo degli agenti sportivi, ma ciò non è assolutamente sufficiente.

 

Bisogna invece arginare il problema a livello internazionale, e si impone la necessità di un regolamento stringente per gestire il fenomeno dei super procuratori, capaci ormai di influenzare il mercato e le politiche di intere società di calcio. Pensiamo a Jorge Mendes e la sua Gestifute: il procuratore di Cristiano Ronaldo ha basato la propria fortuna anche sulle TPO (Third Party Ownership) che gli permettevano di percepire un guadagno su ogni singola attività del calciatore e sui suoi trasferimenti. La FIFA ha dovuto infine vietare questa prassi, ma la soluzione non può stare sempre nella gestione della singola emergenza.

 

Jorge Mendes, bello abbronzato, scatta una foto durante lo Sky Bet Championship match tra Wolverhampton e Birmingham a Molineux il 15 aprile 2018, Inghilterra. (Foto Catherine Ivill/Getty Images)

 

Chissà se il coronavirus porterà ad un ridimensionamento anche del ruolo dei procuratori. Il CIES Football Observatory ha pubblicato uno studio sulla ricaduta della pandemia nel mercato dei trasferimenti, evidenziando una svalutazione dei cartellini dei singoli calciatori pari al 28%: questo comporterebbe un inevitabile abbassamento dei prezzi di mercato (e, si spera, anche dei compensi degli agenti sportivi).

 

Dopo anni di bello e cattivo tempo, è giunto il momento per le federazioni sportive di applicare regolamenti più stringenti, e soprattutto di pretendere interventi netti della FIFA. Non bastano gli annunci di un’ipotetica soglia del 10% per le commissioni, serve invece una regolamentazione ferrea da applicare immediatamente. Questo momento storico d’altronde ci fa sta facendo riconsiderare molte cose, a partire dalle nostre abitudini e dal nostro stesso stile di vita.

 

Il mondo del calcio, ormai drogato e ingrassato da speculazioni di ogni genere (diritti televisivi, super agenti, fondi di investimento privati, mosse finanziarie spregiudicate etc), ha una sola possibilità nei prossimi anni: per non scoppiare è costretto ad un ripensamento profondo, per non fermarsi è obbligato – almeno – a rallentare la propria folle corsa.