«Le dico subito che io non sono razzista. Cioè io credo che i giornalisti sportivi non siano una razza a sé, diversa dal resto dell’umanità. Sono uomini che scrivono, come me e come lei. Non esiste, dunque, il giornalismo sportivo, se non come astrazione. Esiste il giornalismo e basta, la carta stampata quotidiana. Che essa si occupi di crisi sul Canale di Suez o di Milan-Cagliari, non fa differenza»

Luciano Bianciardi, come tutti i grandi giornalisti italiani del Novecento, ha dedicato parte della sua vita al mondo dello sport. Era l’inizio degli anni ’70 quando dalle colonne del «Guerin Sportivo» rispondeva alle domande dei lettori – tra cui Vittorio Gassman, Carmelo Bene e Gino Paoli – sulle questioni più disparate, dai ricordi paterni di Fulvio Bernardini al Cagliari di Gigi Riva, dalle polemiche di costume della settimana alle controversie politiche, avventurandosi in improbabili paralleli tra calciatori, scrittori e condottieri risorgimentali. A volte infatti capitava che si dibattesse di Garibaldi (guai a parlarne male) di Cavour e di Re Umberto II. Il tutto, ovviamente, con piglio bianciardiano, con toni scherzosi e dunque serissimi.

Gli articoli qui selezionati e sistemati per aree tematiche sono pezzi di letteratura popolare, altre volte di critica altissima, in ogni caso ci forniscono lo spaccato di un’Italia in cui lo sport era ancora un rito collettivo, una liturgia sociale, lo specchio delle speranze e delle delusioni non solo della domenica pomeriggio: un fenomeno in grado di evadere dal perimetro del campo da gioco per diventare una metafora del mondo.

 

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2021

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Luciano Bianciardi
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Luciano Bianciardi

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