Calcio
16 Agosto 2021

Dottore chiami un dottore

Tutti contro il PSG. Con qualche anno di ritardo.

Il mercato monstre del Paris Saint-Germain, salutato con un misto di curiosità e rabbia dal mondo del calcio, ha scatenato reazioni che ricordano da vicino quelle successive al lancio della Superlega. Curiosamente, anche gli interpreti sono gli stessi. Se ad aprile era stato Karl-Heinz Rummenigge ad esprimere l’estraneità del Bayern Monaco rispetto a certe dinamiche di mercato, oggi è Oliver Kahn, che ha preso il suo posto in società a giugno, a riprendere lo stesso – e sacrosanto, aggiungiamo noi – messaggio di fondo. Con un’unica differenza. Se Rummenigge, schierandosi contro la Superlega, tendeva la mano ad al-Khelaifi, Oliver Kahn ha fatto l’esatto contrario. Il messaggio è rimasto lo stesso, ma il bersaglio è evidentemente mutato:

«il PSG spende regolarmente somme incredibili per rafforzare la squadra, ma finora non sono mai riusciti a vincere la Champions League. Ecco perché non sono necessariamente preoccupato per la competitività del nostro club che si distingue per il suo equilibrio economico che gli consente di continuare a rivestire un ruolo di primo piano in Europa».

Oliver Kahn

Qualche giorno fa Sebastian Stier su “Die Zeit” aveva scritto che «la logica dei qatarini possessori del PSG è semplice, segue quella dei teenager alla PlayStation: se hai già Mbappé e Neymar nelle tue fila e aggiungi Messi a questo attacco surreale, vincerai la Champions League. Ma se funzionerà è dubbio. Perché ciò che sembra molto promettente nel mondo dei computer potrebbe diventare molto più difficile nella realtà». Con parole molto simili si è espresso, nell’intervista rilasciata all’Equipe, anche Oliver Kahn: «Vedi tutti questi nomi assieme e pensi che il PSG ha una squadra eccezionale. Ma funzioneranno insieme? Ci sarà armonia sul terreno di gioco? Sono curioso. L’ultimo Europeo ci ha dimostrato che non è la squadra più talentuosa che vince, ma quella che gioca meglio come squadra. L’Italia ce l’ha fatta mostrando grande solidarietà in campo. Sarà così anche a Parigi?».

psg
La presentazione dei nuovi volti di mercato del PSG prima del match contro lo Strasburgo, vinto 4-2

Il punto, chiaramente, non è rispondere affermativamente o meno alla domanda, ma capire il senso della provocazione. Nell’anno più difficile, con società pronte a (s)vendere i propri gioielli pur di pagare gli stipendi e permettersi un mercato almeno decente per cercare affannosamente di sostituirli, il PSG ha letteralmente spazzato via la concorrenza. Ed è lecito chiedersi se l’abbia fatto legittimamente. Se lo è chiesto ad esempio l’ad del Borussia Dortmund Hans-Joachim Watzke:

«è chiaro che si tratti di concorrenza sleale, che è stata dilagante per troppo tempo. È un fatto che il PSG possieda i mezzi economici dell’85% degli altri club europei».

È vero, il PSG ha pagato quasi esclusivamente stipendi – al di là del caso Donnarumma, dove la commissione a Raiola ha raggiunto i 20 milioni di euro –, ma gli stipendi pesano molto più degli acquisti a livello di bilancio. Solo in un anno: 35 milioni per Messi, 37 per Neymar, 12 per Donnarumma, 10 per Wijnaldum e Ramos, 8 + 2 di bonus per Hakimi. E non stiamo contando gli altri giocatori in rosa. Sono cifre spaventose, che non hanno un corrispettivo neanche in Premier. O meglio, uno ce l’hanno. Se il City prenderà anche Harry Kane, infatti, in sei anni avrà speso 1 miliardo e oltre 300 milioni di sterline.



In Inghilterra Jurgen Klopp, che si era timidamente opposto alla Superlega – il Liverpool, infatti, ne faceva parte –, ha commentato il mercato di City, United e Chelsea dicendo che «non [si capisce] come facciano a spendere così tanto, ma noi lavoriamo in modo diverso. Possiamo solo spendere in base a quanto abbiamo guadagnato, abbiamo sempre fatto così. Quest’anno abbiamo già speso soldi in anticipo per prendere Konaté, perché dopo gli infortuni dell’anno scorso non potevamo rischiare in quel ruolo. Non sono sorpreso dal potere finanziario di Chelsea, City e United, ma la nostra situazione è un’altra».

Tutto questo mentre in Liga è in corso una guerra su più fronti. Javier Tebas, in rotta di collisione con Florentino Perez, sta cercando di contenere le perdite (diritti tv, sponsor, etc.) provocate dall’addio di Messi. Ironia della sorte, lo sta facendo chiedendo al Barcellona di unirsi nella lotta contro il Paris Saint-Germain. Tutto è partito da Juan Branco, l’avvocato catalano che ha intentato una causa contro il PSG per concorrenza sleale nell’ingaggio di Messi, presentandone le motivazioni alla Commissione Europea e all’Alta Corte francese. L’avvocato ha inviato una lettera al Mundo Deportivo indirizzata a Joan Laporta, nella quale si denuncia la costruzione di «un ponte d’oro per l’ingaggio del giocatore, con i complimenti da parte dello stesso presidente della Lega calcio francese».

Branco, nella lettera, si chiede come si sia arrivati a questo punto, dopo aver per anni tentato di contenere il costo dei trasferimenti tramite il (fallito, ridicolo, aggiungiamo noi) Fair Play Finanziario. Ma la vera domanda è un’altra: come ha fatto il PSG a raggirare la legge sul tetto salariale (ancora in vigore)? Qui arriva la parte più pesante (e intrigante) della lettera:

«Il motivo di tale aberrazione, incompatibile con la normativa europea, che impone norme identiche in ogni territorio del mercato interno dell’Unione europea è soprattutto politica. Il Qatar, proprietario del PSG, ha bisogno di costruire un club-bandiera che legittimi l’organizzazione dei Mondiali 2022 nel suo territorio».

E ancora:

«L’organizzazione di un evento di tali dimensioni su scala mondiale è intesa dall’emirato come un modo per proteggersi dalle fantasie espansionistiche dei suoi vicini, in particolare l’Arabia Saudita, per continuare a promuovere impunemente l’islamismo politico, per migliorare il suo accesso alle élite politiche occidentali e migliorare la loro immagine nell’opinione pubblica – a scapito dei quasi 7.000 lavoratori che hanno già perso la vita costruendo gli stadi che rimarranno vuoti non appena l’evento sarà terminato».

Infine, «siamo di fronte a una situazione che minaccia non solo la sopravvivenza del Barcellona come istituzione, ma più in generale degli altri storici club europei, in particolare quelli spagnoli e italiani». Javier Tebas ha letto e appoggiato pubblicamente la lettera. Sarebbe prematuro pesare adesso la rilevanza politica ed economica di questo fatto. Senz’altro Branco ha colto nel segno, parlando in conclusione della lettera di «iper-capitalizzazione del calcio» e di «minaccia del popolare di questo sport». Tutto questo accade nel giorno in cui Laporta, presidente del Barcellona, annuncia in mondovisione il pesantissimo debito del club. Bene Branco, bene Tebas, bene Klopp e Oliver Kahn. Ma come siamo arrivati fino a qui?

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