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Andrea Antonioli
29 Agosto 2019

La purezza di Joao Felix

Andrea Antonioli

80 articoli
Il collettivo viene prima dell'individualità: ecco perché Joao Felix non è solo uomo da copertina, e ha scelto l'Atletico di Madrid.

«Five days a week for six years, between the ages of seven and 13, my mother and father would drive me from Viseu to Porto. It was a trek». Così si apre su The Player’s Tribune, piattaforma ideata per raccogliere le testimonianze degli stessi giocatori, la storia di Joao Felix. Dai 7 ai 13 anni in pratica faceva avanti-indietro tra Viseu, città natale, e Porto, metropoli in cui si recava ad allenare le sue doti prestipedatorie, per citare il vecchio e compianto Brera. Un viaggio, sospira a lettere e a distanza di anni il portoghese: ogni volta un percorso di circa 240 km, piano piano imparato a memoria.

 

Ma perché cominciare un articolo così, con la solita retorica melliflua e ormai nauseante che accompagna le storie dei calciatori? Eppure avete imparato a conoscerci, siamo testardi e fin troppo anti-conformisti, incendiari e contestatori, forse solo tardoadolescenziali che non si decidono ad accettare il mondo moderno, fatto sta che nasciamo sulle ceneri (ancora inconsapevoli) di questo storytelling spicciolo e a ribasso, dei lieto-fine già scritti ancor prima che vada in scena l’inizio.

 

Ci disgustano gli elogi sperticati a Mbappè, Sancho, Zaniolo, Kean, Havertz, tutte queste nuove stelline che onestamente ci stanno anche un po’ sui coglioni: volti da copertina e millennials in piena regola, romantici quanto il sesso virtuale. D’altronde aveva ragione Roland Barthes quando scriveva che ad oggi le immagini sono più vive delle persone. E allora il punto sta proprio qui: Joao Felix è ontologicamente diverso, è un ragazzo in poca carne e molte ossa, un intruso nel mondo contemporaneo irriducibile al commercio dell’immagine. Sarebbe piaciuto a Martin Heidegger e Carmelo Bene, ne siamo sicuri, e piace molto anche a noi.

 

Joao Felix, un giovane vecchio (Foto di Angel Martinez/Getty Images)
Un giovane vecchio, con ancora qualche brufolo ma la postura già ingobbita e le mani unite dietro la schiena: peccato che il telefono non sia un Nokia 3310, ma non si può avere tutto dalla vita (Foto di Angel Martinez/Getty Images)

Ma andiamo con ordine. In un ottimo quanto doveroso approfondimento su La Repubblica, pubblicato il 21 Agosto, Emanuele Gamba attacca così:

«Il calcio non si estinguerà quando si estingueranno Messi e Ronaldo, il cui dominio decennale ha castrato almeno un paio di generazioni. La prossima avrà invece campo libero per molti talenti ventenni di straordinaria fulgidezza, introdotti da Mbappé, campione del mondo bambino, e adesso sublimati dalla purezza calcistica di Joao Felix, il ragazzo che marchierà gli anni Venti di questo secolo».

Ecco, la purezza calcistica, il primo concetto che viene in mente pensando al talento portoghese: a noi, a Emanuele Gamba, allo stesso Atletico di Madrid. Questo però insieme a una sequela di aggettivi: incontaminato quanto inconsapevole, timido, un po’ goffo (nel senso buono), antico di valori, sentimenti e talento. Ecco perché non siamo d’accordo col giornalista di Repubblica quando mette Felix, pur con i doverosi distinguo, nel calderone della “new generation” capitanata da Mbappè.

 

Certo, anagraficamente il talento portoghese ne fa parte (esulta pure come Mbappè, anche se le sue braccia conserte tradiscono un sorriso da ragazzino e sembrano ancora un gioco, uno scherzo, come quando si scimmiottano i campioni nel cortile con gli amici), ma Joao Felix ci appassiona così tanto perché dall’alto dei suoi 19 anni, dei suoi 180 centimetri ma soprattutto dal suo fisico gracile che a stento raggiunge i 70 kg, è un ribelle che può permettersi di sfidare lo spirito del tempo.

 

 

La presentazione ufficiale dell’Atletico al Prado, sotto il segno dell’hashtag #PuroTalento

 

Con quell’aria un po’ persa e spaesata, la frangetta a coprire gli occhi, l’acne e l’apparecchio sui denti, Felix si è affacciato in un mondo di squali con innocenza e naturalezza sconvolgenti: come se fosse venuto da una contrada dove nessuno abita, soprattutto al giorno d’oggi. Candido come gli abitanti di provincia che non comprendono il meccanismo delle metropoli, poco dopo l’esplosione con il Benfica ammetteva, sogghignando innocentemente: «Il successo mi ha aiutato molto con le ragazze. Sui social network mi mandano spesso loro foto, anche nude».

 

Anche nude… incredibile! Impossibile da concepire e quasi motivo di vergogna – magari i genitori stavano seguendo l’intervista! Ma allora rituffiamoci in un breve flashback letterario per comprendere il retroterra, l’immaginario e i valori del giovane portoghese.

 

Nato come detto a Viseu nel novembre ’99, già l’infanzia di Felix è nel segno del pallone. Un rapporto quasi ancestrale con la sfera, come fosse una confidente o un prolungamento del corpo: i genitori sostenevano ironicamente che potesse dribblare ancor prima di camminare ma anche qui, l’importanza della famiglia è cruciale per comprendere la storia del futuro campione: malgrado il rapporto morboso con il calcio, infatti, l’infanzia di Felix è condivisa tra questo e il fratello, l’unico di cui veramente si fidasse nel momento di passare il pallone.

“Mi sarebbe mancato giocare con mio fratello nella cucina della nostra casa a Viseu. Questa era la cosa più bella. Nel nostro soggiorno probabilmente avevamo – e non sto scherzando – come 15 palloni in giro. Vedi, la palla… è preziosa. Lei è un dono. Un dono per te, un dono per me (…) Avevo sempre la palla tra i piedi. Sempre. Sempre. Sempre. E se te la passavo, mi dovevo fidare di te, giusto? Voglio dire… era la mia palla, non so cosa ci avresti fatto. Potevi darla via o qualcosa del genere. Non lo potevo permettere! Mi fidavo di mio fratello, e gli passavo sempre il pallone”.

 

L’abbraccio di Joao al fratello Hugo dopo il gol contro il Setubal in Coppa di Portogallo, seguito dai compagni di squadra

 

Ecco, la breve autobiografia di Felix su The Player’s Tribune si apre e si chiude con la famiglia, tratta dei dubbi che lo assalirono quando si doveva trasferire una volta per tutte a Porto, con gli altri ragazzi delle giovanili. Dopo essere sceso dalla macchina, mano nella mano con il padre, Joao raggiunse la stanza in cui avrebbe dovuto dormire con i compagni e scoppiò a piangere a dirotto: il fanciullino non voleva abbandonare il nido e anzi preferiva tornare a casa con il papà, la mamma e il fratello. L’ossessione calcio non valeva così tanto, la sua non è una storia di vorace conquista e di volontà incrollabile, e anche questo lo rende decisamente più umano.

 

 

Era un ragazzino come tanti che addirittura a 13 anni, quando secondi molti si è già grandi, camminava mano nella mano con il padre e piangeva perché il suo sogno, lì per lì, non poteva venire prima degli affetti. Il ruolo della famiglia allora sta anche qui, nel lasciar andare: fu proprio il padre a chiedergli di rimanere almeno una notte, rendendosi disponibile a riprenderlo dal giorno successivo per riportarlo a casa ma, a quel punto, definitivamente. Nessuna imposizione, bensì fermezza. In quel momento al tredicenne Joao, per sua stessa ammissione, scattò qualcosa che gli fece raggiungere una cruciale consapevolezza:

“Nel calcio giovanile devi crescere in fretta”.

 

Il quadretto familiare di Joao Felix
Quadretto familiare (via Instagram di Felix)

 

Gli anni di Porto tuttavia furono molto complicati, d’altronde lì dipende anche dal carattere. Il giovane Felix era abituato ad essere coccolato, protetto, e di una simile cornice aveva bisogno per rendere al meglio. Troppo spesso facciamo l’errore di concentrarci solo sul campo, ma nella complessa formazione di un calciatore l’aspetto umano è determinante.

 

C’è chi non riesce ad emergere con il solo mix di sacrificio e passione ma necessita anche di leggerezza, fiducia, gioia. Ecco perché al Porto Joao non avrebbe mai sfondato: non credevano in lui, non si fidavano di lui e lo criticavano per le sue dimensioni, fino a toglierlo dal campo e, condanna metafisica e inappellabile, togliergli la palla. Da lì la conclusione apocalittica, che rischiava di scrivere la parola fine su una nascente carriera:

“A Porto, ho perso la gioia”.

In greco però apocalisse vuol dire rivelazione, il manifestarsi del nuovo inizio dopo la comparsa della fine: il nuovo inizio a Lisbona, nelle giovanili del Benfica, fu una vera e propria redenzione. Felix con il tempo ritrovò la gioia, riacquistando quella fiducia collettiva e quindi individuale imprescindibile per il suo rendimento. Al Porto, in un ambiente ultra-competitivo, quasi arrivista, era dovuto diventare grande troppo in fretta; mancavano i rapporti umani, la fiducia, il divertimento, la leggerezza. Al Benfica invece era tutto diverso: lì d’altronde “credono nel complesso, nella formazione” e, soprattutto,

“nell’idea di squadra prima dell’individuo”

 

Qui Joao Felix dopo la tripletta all'Eintracht Francoforte in Europa League, nel 4-2 dell'11 Aprile 2019 (Foto di Octavio Passos/Getty Images)
Per diventare decisivo serviva solo essere amato. Qui dopo la tripletta contro l’Eintracht Francoforte in Europa League, nel 4-2 dell’11 Aprile 2019 (Foto di Octavio Passos/Getty Images)

 

Ecco allora che Joao Felix non può essere uomo da copertina, o meglio in quella copertina dovrebbero entrarci i compagni, la famiglia, i luoghi. Non parliamo di un uomo solo, ancor meno al comando, ma di un ragazzo fin troppo normale che vive ancora il calcio in modo antico. Un pesce fuor d’acqua che non a caso per rendere al meglio deve essere adottato e coccolato, da compagni e allenatore. Solo così può effettivamente emergere e migliorare, perché poi, romanticismo a parte, si tratta anche di questo.

 

Scrive a tal proposito Paolo Tomaselli sul Corriere della Sera che «certe giocate di JF7 sembrano affinate dal simulatore 360S, in uso nel centro di formazioni delle Aquile, che aiuta ad affinare la visione periferica e la velocità di esecuzione». Fatto sta che di questo passo arriviamo al primo gol ufficiale e anche qui, se ci fate caso, la storia sembra piegarsi alle esigenze del protagonista, in un racconto tanto normale quanto rivoluzionario e conservatore allo stesso tempo. 

“Quando giocavo per il Benfica B all’inizio del 2017, una delle mie prime partite era contro l’Académico de Viseu, nella mia città natale. Ho segnato con un tiro al volo diventando il giocatore più giovane a segnare nella seconda divisione. Farlo a Estádio do Fontelo – a pochi minuti da dove sono cresciuto, con la mia famiglia tra il pubblico – è stato veramente speciale. E ho sentito che giocare per il Benfica stava iniziando a valere tutte le strade percorse per arrivarci”. 

La città natale, lo stadio vicino casa, la famiglia: un cerchio che si chiude, tanto per iniziare. Poi l’esplosione, il gol da subentrato nel derby con lo Sporting e la ribalta da protagonista, anche in Europa: tirando le somme un talento cristallino, una decina di assist e 20 gol messi a segno nella stagione 2018/19 tra le varie competizioni, con una media di una rete ogni circa ottanta minuti (consideriamo che, inizialmente, il diciottenne Felix non partiva titolare nel Benfica). Perché è certamente vero che il calcio di oggi è drogato, e con esso il mercato, ma avere dopo pochi mesi una lista di pretendenti illustri disposte a sborsare oltre 120 milioni di euro vorrà pur significare qualcosa.

 

Joao Felix catechizzato dal Cholo Simeone
La scelta giusta per crescere, seguire la catechesi del Cholo

 

È a questo punto che il nemmeno ventenne Felix ha fatto la migliore delle scelte possibili: si vociferava dell’interesse della Juventus, più concrete erano le piste che portavano a Manchester, red devils o light blues, alla corte di un Guardiola che già da tempo aveva drizzato le antenne. Perché allora decidere di buttare sangue, sacrificare gambe e testa nel dispendiosissimo gioco di Simeone, macinare chilometri e difendere porta e compagni coltello tra i denti, per lo più con il peso di dover rimpiazzare Griezmann? Perché entrare a far parte delle milizie choliste, e immolarsi sull’altare della rivoluzione?

 

Ebbene la decisione di vestire biancorosso è sostanzialmente una scelta di continuità. L’Atletico Madrid sublima la dottrina andalusa in cui la squadra è più importante dell’individuo, la premessa per cui Felix anni prima aveva ritrovato la gioia a Lisbona. Un’esigenza anacronistica, quasi inconcepibile per un millennial della “new generation”, ma concreta, effettiva. Certo poi il portoghese non è tipo da uniforme e da collettivismo forzato; ha bisogno di libertà e creatività almeno quanto necessita di un gruppo in cui riconoscersi (e che a sua volta lo riconosca). È però un concetto quasi hegeliano, come a dire che solo all’interno di una famiglia più grande l’individuo può veramente prendere coscienza di sé, realizzarsi. 

 

 

Va bene il gruppo, ma viva il talento e la libertà di fare questo al debutto in Liga: tredici secondi per il giornale As “scandalosamente maradoniani”.

 

Quella di Felix, per ora, è la storia di un eterno ritorno nei suoi luoghi, nei suoi affetti, nelle sue emozioni. Anche nella conferenza stampa di presentazione a Madrid ha tenuto a specificare: «i miei genitori e i miei amici mi accompagneranno qui a Madrid, non sono mai stato da solo e mai lo sarò». La palla è quindi passata a Simeone – viste le prime due giornate di Liga pare con successo -, consapevole che Felix è un ragazzo umile e deciso a migliorare, intenzionato ad essere uno qualunque ma nel contempo desideroso di un trattamento speciale, come in fondo tutti i grandi talenti. In pratica, servono bastone e carota.

 

 

Per chi è così leggero, poi, il problema non sono certo le pressioni. Per questo l’allenatore argentino lo ha lanciato titolare nelle prime due partite di campionato con un messaggio chiaro tra le righe: noi crediamo in te, sei al centro del progetto, in fondo ti vogliamo anche bene. Adesso però sono ca**i tuoi. A Madrid Felix ha trovato l’ambiente ideale, anche nell’ “ottimo rapporto con i compagni” dimostrato dai tanti palloni che gli vengono affidati durante la partita. Certo, la sua è una storia ancora tutta da scrivere, ma lasciateci oggi l’umano entusiasmo per le premesse, per un ragazzo normale.

 

 

Per una volta che non abbiamo il volto da copertina ansioso di divorare il mondo ma invece un ragazzo timido, quasi una mascotte dello spogliatoio (in senso buono), fateci spendere qualche parola al miele, che tanto non ricapiterà. Uno spiraglio di umanità in un mondo troppo furbo e troppo veloce, una storia di campagna nel cuore della metropoli. Perché per ora il pensiero del ragazzo, impermeabile al successo, torna sempre lì, ai suoi luoghi e alla famiglia. Come nella breve autobiografia, quella di un ragazzo normale che, semplicemente, ha sempre vissuto di amore e di fiducia.

“Ora anche mio fratello gioca per il Benfica. Ha cinque anni meno di me. E vi assicuro, quando torniamo a casa a Natale, calciamo ancora la palla in cucina, inondiamo ancora il salotto di palloni da calcio. La gente dice che è più forte di me alla sua età. Non ne sono sicuro ? . Ma posso dire una cosa: mi fido abbastanza di lui da passargli. Ecco di cosa si tratta”.

 

Fine.

 

 

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