Lo chiamavano colonnello, ma è stato un comandante. Anzi, un re, l’ultimo re degli Unni. Condottiero in campo e fuori, a partire dalla fine della Guerra. Per gli ungheresi Ferenc Puskás è andato oltre l’idea di un semplice campione di calcio. Boszik era solo un campione, Kocsis era solo un campione, Flórián Albert lo sarà anni dopo. Per qualcuno Puskás è tuttora un simbolo, un onirico fratello maggiore, l’ideale punto di riferimento per nove milioni e mezzo di connazionali. Forse è qualcosa che trascende la sostanza umana.

 

Per la Budapest allora satellite di Mosca, lui e l’Aranycsapat (la “squadra d’oro”) sono la parte esportabile di un regime tra i più feroci e repressivi nell’Europa dell’Est. Ricorre oggi, 2 aprile 2020, l’ipotetico compleanno #93 di colui che è annoverato fra i primi quattro-cinque più grandi calciatori di ogni tempo. Tuttavia Puskás va al di là del fatto agonistico in senso stretto. È ancor oggi l’orgoglio e il rimpianto di una Nazione in cerca di riscatto tramite lo sport. Ma c’è una zona d’ombra: il divino è anche il fuggiasco per eccellenza nel momento in cui i carri armati sovietici invadono la Capitale, più di 60 anni fa. Vigliaccheria o legittimo anelito di libertà, quella fuga? Solo l’amore può rispondere.

 

1956, la Rivoluzione ungherese: così titolava l’Unità dell’epoca

 

Nel novembre del 1956 in effetti Puskás non è nella Budapest occupata dai russi, si trova fuori confine. Un confine dal quale una volta si usciva a proprio rischio e pericolo e che oggi tende a non offrire ospitalità in entrata. Con il fuoriclasse ormai esule e con l’intervento dei carri armati sovietici svanisce il sogno di chi si era opposto con forza al regime. Viene repressa nel sangue la speranza collettiva di una vita meno misera, di un’esistenza più dignitosa per tutti, di riforme libertarie in grado di cambiare il corso della storia. Muore la possibilità di un socialismo realistico invece di quello reale. La rabbia di uno, la rabbia di tanti, e ogni cosa invano.

 

Puskás, Hidegkuti, Bozsik, Loránt e tutti gli altri componenti della Nazionale che “riuscì” a perdere il Mondiale del 1954. Quello della “squadra d’oro” sarà uno dei più grandi suicidi dello sport moderno, ma in quegli anni la Nazionale magiara è forse l’unico motivo d’orgoglio e di sollievo per un Paese con indicatori da terzo mondo. Disoccupazione altissima, paghe da fame, iperinflazione, scarsezza dei beni di prima necessità, mortalità infantile ai massimi livelli in Europa. Il tutto, tenuto formalmente in piedi dalla totale assenza di uno stato di diritto e della libertà di espressione.

“Chi ha visto quella città sorpresa nel sonno da cinquemila carri armati, reagire compatta, e dove ogni casa è stata trasformata in fortino e ogni finestra in feritoia, con le strade pavimentate di morti, e poi, rimasta senza munizioni, incrociare le braccia e lasciarsi arrestare, fucilare, deportare, morire di fame e di freddo, piuttosto che collaborare, eh no, chi ha visto tutto questo, all’ipotesi della sbornia collettiva non può credere!” (Indro Montanelli)

L’apparato di polizia è lo stesso che aveva imperversato durante la fase filonazista degli anni 40. Cambia il colore politico, non cambia il modo di gestire l’ordine pubblico. Diventare sovversivi è la cosa più facile e sparire all’improvviso può essere altrettanto immediato. I campioni dello sport non sono ricchi ma in quel sistema sono a loro modo privilegiati. Vengono inglobati nel personale dei vari ministeri pur senza avere mai lavorato, oppure ottengono un grado militare senza aver mai sparato un colpo di fucile in vita loro. Come per esempio Puskás, il tenente colonnello che nessuno ha mai visto in divisa.

 

La Squadra d’oro nel 1953. In piedi: Gyula Lóránt, Jenő Buzánszky, Nándor Hidegkuti, Sándor Kocsis, József Zakariás, Zoltán Czibor, József Bozsik e László Budai. Accosciati: Mihály Lantos, Ferenc Puskás e Gyula Grosics (Wikipedia)

 

E poi, gli sportivi vivono di altri appannaggi. A differenza di molti connazionali, danno per scontato il fatto di mangiare tutti i giorni, vivono in case ben costruite e si avvalgono – assieme alle relative famiglie – di cure mediche ad altri negate. Insomma, il regime si tiene cara l’Aranycsapat. Il campionissimo non sembra un comunista entusiasta, ma deve pur tirare avanti e in quel sistema trova un modus vivendi. E visto che è Puskás, ha anche un’influenza politica. Il portiere della Honvéd Grosics, noto alle forze dell’ordine come simpatizzante di destra, è più volte salvato dalle grinfie della polizia segreta proprio per intercessione del “compagno Ferenc”.

 

Ma quando nel 1956 la rivolta di piazza esplode a Budapest, lui si trova per l’appunto all’estero, a Bruxelles con la squadra di club, e decide di non tornare. Puskás ripara prima in Austria e poi in Italia, ma ha un grosso problema: deve riuscire a far fuggire la moglie Erzsebet e la figlia Anikò. La polizia segreta controlla ogni movimento. In quell’Ungheria uscire è difficilissimo e la stragrande maggioranza dei tentativi si paga con la vita.

 

Grazie a una serie di pericolosi passaggi clandestini cui le due donne sono sottoposte, la ricongiunzione familiare avviene a Milano nel dicembre dello stesso anno. Poi la vita calcistica di Puskás ripartirà, straordinaria più di prima, con la maglia del Real Madrid. Campionati della Primera División, Coppe dei Campioni, un’Intercontinentale e tanto altro. Terminata la carriera di calciatore inizia quella di allenatore, meno vincente della precedente ma per certi aspetti non meno eroica.

 

Ferenc Puskas con la camiseta blanca nel Dicembre 1959 (Foto Central Press/Hulton Archive/Getty Images)

Ferenc Puskas con la camiseta blanca nel Dicembre 1959 (Foto Central Press/Hulton Archive/Getty Images)

 

Nell’Ungheria di oggi il “divino Ferenc” è ancora una leggenda, ma anche strumento della moderna propaganda di regime. A modo suo non smette di essere utilizzato, neanche oggi e neanche da morto. Nell’era Orbán il trascinatore della Honvéd e della Nazionale continua a incarnare le virtù del buon magiaro (proprio lui che in origine di cognome faceva Purczeld, origine svevo-tedesca) e i suoi connazionali lo adorano, a mo’ di figura celeste.

 

Muore nel 2006 ed è sepolto a Budapest nella Basilica di Santo Stefano, non lontano dal luogo in cui riposano santi e sovrani. La gente comune, anche quella che negli anni ’50 non era nata, va spesso a trovare la tomba del “divino”, quando l’accesso è consentito. Parlano con lui, si raccomandano a lui. Gli raccontano ansie e speranze per il futuro. Sciorinano i loro problemi personali come se Puskás dall’aldilà avesse la soluzione in tasca.

 

Più che il titolare della Basilica, Santo Stefano sembra quasi un inquilino abusivo. Il Santo può anche servire l’assist decisivo, ma poi in gol va sempre il bomber. Nella Capitale come nel resto del Paese, il 2 aprile si ricorda la nascita di un grande uomo e di un fuoriclasse del pallone. Il 17 novembre, la morte di un imperatore senza corona. Senza corona? Se ne potrebbe discutere.

“Non c’è stato ungherese che non è rimasto segnato nel profondo dalla morte di Ferenc Puskas. Il più famoso ungherese del ventesimo secolo ci ha lasciato, ma la sua leggenda ci accompagnerà sempre” (Ex primo ministro ungherese Ferenc Gyurcsany)

Il consenso è sempre un enigma, ma qui siamo oltre. Ci troviamo di fronte alla divinizzazione di un uomo, frutto di un’inspiegabile spiritualità che alberga da sempre nell’animo di quasi 10 milioni di persone. Anche sotto il regime comunista, l’inno nazionale rivolgeva (e a tutt’oggi rivolge) una supplica accorata a Dio: Isten, aldd meg a Magyart (Dio benedici gli ungheresi), inizia così.

 

Ed è l’unico inno nazionale al mondo a farlo. Certo, quello inglese chiede al Signore di salvare la Regina, ma non è la stessa cosa. Difficile pensare che i vertici politici di Budapest gradissero Qualcuno sopra la loro testa, ma almeno su quel punto decisero di lasciar correre. Non tutto è reprimibile ed è meglio cedere su qualcosa.

 

Statua Budapest Puskas

A Budapest Puskas ha anche una statua in suo onore, mentre palleggia in “abiti civili” di fronte a un ragazzo e due bambini

 

Ferenc Puskás è stato il caso più eclatante, ma non è l’unico a essere stato di fatto divinizzato. Una sorte abbastanza simile è toccata a Flórián Albert, attaccante del Ferencváros e della Nazionale ungherese negli anni 60. Un talento capace di umiliare il Brasile di Garrincha praticamente da solo, ai Mondiali del 1966.

 

Alla morte di Albert, avvenuta nell’ottobre 2011, seguono i funerali di Stato in diretta televisiva e la dedica di uno stadio. Il tutto sotto la vigile regia mediatica del presidente Orbán. Ma c’è qualcosa che né Orban né i satrapi del passato potrebbero mai imporre. Qualcosa che si può fare solo se sentita vera. Alla prima partita interna del Ferencváros, i giocatori di casa entrano in campo in total black e sugli spalti uno striscione recita:

“Dio sarà con te, Imperatore”.

Ancora una volta sacro e profano confondono le linee di demarcazione. Anche quel giorno è chiamato direttamente in causa il Padreterno, l’unità di misura della grandezza degli uomini. In campo e fuori.

 

Difficile stabilire se a Ferenc Puskás l’Ungheria di oggi piacerebbe. Gli Unni erano spietati conquistatori, ma anche gente aperta alle influenze esterne. Tant’è che quello magiaro è un popolo misto, per definizione e per ricorsi storici. Contro lo straniero, contro la globalizzazione, oggi il Paese si cinge di fili spinati e alza muri su muri. Quegli stessi che più di 60 anni fa il popolo avrebbe voluto abbattere.

 

Ieri gli ungheresi chiedevano accoglienza, oggi Budapest sembra negarla a chi sta patendo ciò che la gente d’Ungheria ha subìto a suo tempo. E il prossimo futuro non smette di addensare nuvole sulla Capitale. Anche San Gerardo, che ha sempre guardato benevolo la città dall’alto di un monte, ha quasi cambiato espressione. Accoglie ancora, forse, ma non sorride. Ci sono gli Unni e gli altri. No, a Santo Puskás questa Budapest forse non piacerebbe.