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Editoriali
6 Novembre

Quale autodeterminazione dei popoli nel calcio

Andrea Antonioli

70 articoli
Il caso Pep Guardiola. L'ideologo del tiki-taka alle prese con l'identità calcistica inglese.

Il 1 febbraio 2016 passerà alla storia come una data chiave del calcio inglese. Il Manchester City Football Club, con un comunicato pubblicato sul proprio sito, annuncia di aver ingaggiato Pep Guardiola come “Head Coach” per la nuova stagione. La notizia scatena immediatamente l’entusiasmo delle televisioni e dei tabloid britannici, pronti a srotolare il tappeto rosso all’allenatore più vincente e rivoluzionario del calcio contemporaneo. Il City infatti, nella gestione Pellegrini, non era stato capace di imporsi a livello internazionale né era riuscito a sviluppare un gioco conforme agli enormi investimenti della proprietà. L’arrivo dell’ex Bayern doveva rappresentare – per dirigenza e tifosi – l’inizio di un nuovo ciclo vincente, per i media, invece, dimostrava la superiorità del prodotto Premier rispetto agli altri campionati europei. Tuttavia astraendo per un attimo il discorso dalle fabbriche dell’opinione e penetrando nelle crepe dell’ottimismo mediatico, già in quei primi giorni serpeggiava una sinistra inquietudine tra i tipici pub inglesi di periferia. La stessa “Inghilterra periferica” che alcuni mesi dopo avrebbe votato per la Brexit, quella dura a morire e non rappresentata nei circoli cultural-finanziari.

Una cartina illustra, regione per regione, le percentuali della Brexit: la periferia dell’Inghilterra vuole rimanere inglese

 

L’allenatore catalano, esattamente come il Leviatano Europa, entrava in quelle case a minacciare usanze e confini, imponendo con la forza un modello cosmopolita e privo di radici. Dopo l’iniziale euforia il dibattito occupò le cronache nazionali. Lo sbarco di Guardiola in terra britannica diveniva così un evento altamente simbolico e carico di significati: poteva la tesi, il calcio di “Pep”, avere ragione della sua antitesi, ovvero l’intensità e la fisicità tipiche della Premier League? Qualcuno iniziò a dipingerlo nei tratti del conquistatore che, nella patria del football, giungeva ad insegnare il calcio a chi lo aveva inventato. In realtà lo scontro nella testa di Guardiola era avvenuto già in estate, e ad agosto si è visto solo il Manchester City della sintesi. Partenza perfetta, dieci partite, dieci vittorie: sei in Premier, tre in Champions League, una in coppa di lega. Soprattutto, superiorità numerica sperimentata con successo anche nel campionato più difficile del mondo.

Un esempio di “tiki taka” del Manchester City con finalizzazione

 

Ci ritroviamo dunque a inizio ottobre e Guardiola sembra veleggiare tranquillo verso nuovi orizzonti, quando quelle crepe penetrano anche nell’ambiente City. Un paio di trasferte tipicamente britanniche ma diversissime tra loro, con il Celtic in Champions League e con il Tottenham in campionato, danno inizio ad un ciclo negativo di due vittorie in nove partite, provocando l’eliminazione dalla coppa di lega con i cugini dello United e la perdita del primo posto in Premier. Improvvisamente iniziano a rincorrersi voci dallo spogliatoio. L’allenatore non avrebbe compreso un dettaglio fondamentale in Inghilterra, assimilato invece alla perfezione dall’uomo della provvidenza Claudio Ranieri. Si dice infatti che un momento decisivo nella cavalcata del Leicester sia stato la settimana libera concessa da “Claudio” ai suoi a metà febbraio, durante la sosta del campionato:

«Non so dove andranno, a Dubai forse… Andassero dove vogliono!».

Usanza tipica dei coach britannici, spesso interpretata Oltreoceano come concessione frutto di un eccessivo lassismo. Per concludere ed essere precisi, al ritorno dalla pausa le Foxes vinsero sette volte e pareggiarono tre, aggiudicandosi il titolo. Ebbene mentre questi spifferi uscivano dal Locker Room, Aguero passava per un paio di partite dall’essere il faro offensivo dei Light Blues al venire relegato in panchina: la stampa vuole che abbia ricordato le buone usanze inglesi all’allenatore, il quale pare non abbia minimamente gradito. Nulla di grave o duraturo ma le cosiddette catene imposte ai propri talenti, le stesse che lamentavano i giornali tedeschi, sembrano di colpo andare troppo strette, e le crepe della tradizione inglese tornano a farsi sentire anche nella testa di “Pep”. Per spiegare meglio il concetto, noi italiani, potremmo scomodare Gianni Brera. Era il 1960 quando Gipo Viani e Nereo Rocco furono chiamati alla guida della nazionale olimpica italiana:

“Finalmente, s’imposero i difensivisti”.

Dalle colonne della Gazzetta dello Sport e del Guerin Sportivo, Brera si era accreditato come il teorico del calcio all’italiana, l’ideologo del difensivismo e del “santo catenaccio”. Ma cosa significava calcio all’italiana? E per quale motivo noi italiani avremmo dovuto esprimere un gioco basato su catenaccio e contropiede (termini coniati dallo stesso Brera), e non invece un calcio spregiudicato ed offensivo? Semplice. «Il calcio si gioca a seconda del clima, dello stato razziale e sociale dei praticanti: né esiste uno stile calcistico in assoluto: esistono invece moduli e stili differenti per incidenza precipua dell’ambiente […] Quando un paese mezzo alpino e mezzo mediterraneo come l’Italia pretende di assumere gli usi e i costumi calcistici degli inglesi, immancabilmente si vota alla catastrofe». La catastrofe era rappresentata dal cosiddetto Sistema (o WM), adottato dagli inglesi verso la fine degli anni Venti. Prevedeva sfoltimento della difesa e gioco più dinamico, e fu introdotto come sviluppo del Metodo (o W) utilizzato anche in Italia. Sostenuto nel nostro Paese dalla «stampa benpensante che invocava bel gioco, gioco aperto e molti gol» (parole di Brera), il WM si impose radicalmente e dominò le scene fino al 1960 con qualche rara quanto efficace eccezione (fra tutte il Modena e il Padova dello stesso Nereo Rocco).

 

Il giornalista-poeta che univa calcio e cultura popolare

 

Roma ‘60 tuttavia non rappresentò unicamente l’arrivo al potere dei difensivisti, ma vide anche l’istituzione del Centro Nazionale a Coverciano: era finalmente nata la scuola italiana, e si innestava nel filone del “contro-gioco” tanto caro a Brera. La nostra infatti era una squadra femmina e solo con il contro-gioco avrebbe potuto fronteggiare le altre grandi nazionali. Uno scenario di “dialettica muscolare” in cui, nella cornice hegeliana, l’Italia era l’antitesi che coraggiosamente ribaltava gli attacchi impetuosi della tesi. Tornando ai giorni nostri, a quasi sessanta anni di distanza il quadro sembra considerevolmente mutato. Oggi le tradizioni nazionali fanno da sfondo folcloristico ad un prodotto che si sta ovunque uniformando, e più che di scuole si parla di modelli nazionali (modello tedesco per settori giovanili e stadi, modello inglese per spettacolo e pubblicità etc). L’essenza dei vari campionati sembra perdersi, tenuta viva nel ricordo solo da piccole e medie squadre che ancora esprimono un calcio tradizionale più che altro per necessità. I grandi club, al contrario, sono sempre più votati ad un gioco universale e internazionale, valido per tutte le stagioni e per tutte le competizioni. Pep Guardiola rappresenta in quest’ottica l’ideologo di un gioco assoluto che non lascia spazio al relativo. Ma la domanda che vogliamo porci è di valore: ha ragione? Di fronte ai risultati ma soprattutto ai contenuti della sua rivoluzione, verrebbe da rispondere di sì. Tuttavia, malgrado i successi, un pensiero non può non andare al trattamento riservatogli da gran parte della stampa sportiva tedesca. Il nuovo corso di Ancelotti in Baviera è stato inaugurato da manifestazioni mediatiche di entusiasmo esagerato, festeggiato quasi come una liberazione. Eppure Guardiola in tre anni alla guida del club di Monaco aveva dominato in Germania, vincendo per tre volte il Meisterschale e aggiudicandosi due coppe di Germania. Certamente in Champions League, con una squadra costruita per vincere, il Bayern fu fermato per tre anni consecutivi alla soglia della finale: ma siamo sicuri che molti volessero liberarsi di Pep solo per questo? L’ultima semifinale persa con l’Atletico Madrid rappresenta l’esempio perfetto.

MUNICH, GERMANY - MARCH 02: Thomas Mueller of Muenchen sit on the team bench for the Bundesliga match between FC Bayern Muenchen and 1. FSV Mainz 05 at Allianz Arena on March 2, 2016 in Munich, Germany. (Photo by Alexander Hassenstein/Bongarts/Getty Images)
Thomas Muller, uno dei giocatori più tedeschi del Bayern Monaco, viene tenuto fuori da Guardiola

I giornali tedeschi non potranno mai perdonare all’ex Barca non tanto l’eliminazione nel doppio confronto con i Colchoneros, quanto piuttosto il non aver schierato al Vicente Calderòn Thomas Muller. Nella partita più importante dell’anno il tecnico catalano aveva fatto accomodare in panchina (per scelta tecnica o meglio tattica) il giocatore più amato dai tifosi, il più tedesco di tutti. Muller non rappresenta in Baviera unicamente un “attaccante” di un’efficacia inaudita e di un’intelligenza spaventosa: Thomas Muller si iscrive pienamente nella tradizione calcistica tedesca, e ne rappresenta lo sviluppo nella continuità. Dopo aver imposto una filosofia di gioco anti-tedesca per eccellenza (il cosiddetto tiki taka), destabilizzando il solido scacchiere tattico lasciato da Jupp Heynckes, e dopo aver spostato Lahm a centrocampo ed essersi sbarazzato di Bastian Schweinsteiger, restava solo Muller come epigono della scuola nazionale germanica. Averlo sacrificato nella partita decisiva della stagione era per il movimento calcistico tedesco un attacco frontale e un affronto intollerabile. Ecco in che modo quel “Figlio del Po”, come ebbe a definirsi, avrebbe interpretato gli scomposti editoriali dei quotidiani teutonici: la reazione di una grande tradizione nazionale al cosmopolitismo degli intellettuali. Così anche il più vincente e rivoluzionario allenatore della contemporaneità ha il dovere, secondo l’accademia di Brera, di rispettare l’autodeterminazione dei popoli nel calcio. Gli Inglesi non sono abituati ai virtuosismi. Nei momenti delicati occorre buttare il pallone nella mischia, o il più lontano possibile.

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